“MESSAGGI IN BOTTIGLIA”

caricamenti di Nanosecondo“Cosa mi pesa del fatto che nessuno legga ciò che scrivo? Mi-scrivo per distrarmi dal vivere, e mi-pubblico perché il gioco ha la seguente regola. Se domani si perdessero tutti i miei scritti, ne avrei pena certo, ma, credo bene, non una pena violenta e folle, come sarebbe da supporre, visto che così svanirebbe tutta la mia vita. Ma in fondo non è che come è per una madre che ha perso il figlio, la quale mesi dopo non solo vive ancora ma è anche ancora la stessa” (Pessoa)

Chiedete qual è il mezzo giusto? Per me la bottiglia!

Con essa ogni destinazione è sconosciuta, il mistero, l’incanto che attraversa il mare, la speranza al ritrovarsi.

Ma è proprio attraverso questo mezzo che si può “divenire” nella nostra natura, nel nuovo luogo, spiaggia o comunità che intendiamo costruire.

Certo qualcuno si chiede ma qual è questo luogo “sacro” dove non mi rompono più i ..”blip”?

Non esiste un luogo semmai è quell’isola che non c’è. Quell’isola dove sono naufragati tanti esseri imperfetti; quell’isola sulla quale quasi invariabilmente finiscono coloro che, per ventura o forse per sventura, nascono con il bisogno-pallino di “scrivere”, senza neppure chiedersi se sarò letto, come tutti i messaggi in bottiglia.

Diciamocelo chiaramente, è un’ossessione! E, cioè qualcosa di non lontano da una vera malattia. Una malattia utile, perché serve a sopportare il terribile male di vivere, ognuno più solo, naufrago su quest’isola che non c’è!

Certo chi come me è affetto da tale malattia diviene esposto ai diversi colpi di un destino che lo attende in agguato con una certezza quasi matematica. È l’agguato teso ad ogni “appassionato scrittore”, anche da un’editoria che proprio su questo punta per la sua sopravvivenza ed in tempi difficilissimi per tutto ciò che è carta stampata, prova a far comprare i libri a chi li ha scritti.

C’è un amico che mi scrive, anche lui lunghissime email che a volte non riesco neppure a leggere tanto che sono lunghe, eppure ogni volta , avendo coscienza che lui ha bisogno di scrivere i suoi messaggi, come in una bottiglia di naufrago…..gli dico che me li sono letti anche se non ho capito e cosi lui è contento perché me li rispiega ……ed ultimamente mi ha spiegato di come “…la formula sia semplicissima, cioè ai limiti del banale : Visto che i libri non si vendono ai lettori, perché non venderli agli scrittori?”

Da qui per lui un penosissimo percorso che dall’esaltazione iniziale discenderà poi solo il desolante declivio dell’esperienza del “di-delusione-in-delusione” quando riceve un email di risposta nella quale ci si lamenta che i suoi messaggi di naufrago sono troppo lunghi. Lui risponde spesso “…. e voi lascateli alla corrente delle maree!”.

Per questo tipo di messaggi non c’è alcun bisogno di completare qualche lista in modo che sia esauriente a chi vuole leggere e chi no! Il senso non sono più le regole ed il bon ton , per questo sarebbe già sufficientemente la gentilezza!

Ebbene, chi non scrive mettendo in campo tutto questo, e sa bene di non poterlo nè saperlo fare, prima di sentirsi costretto a rinunciare, si dovrà perdere in un limbo di disperati, di affondi, di regole del bon-ton da internet, come se il mare e le maree pur avendo un loro ordine e leggi naturali, non si affidassero al caso dei flutti, agli arenili agli scogli ai rami che galleggiano insieme a tutte queste bottiglie.

Certo allora “lui” , ascolterà consigli vari, da parte di quelli che “sono-già-arrivati”. Io suggerirei di fare dei corsi di bon-ton telematici e/o puntare semmai su corsi o studi delle maree, o meglio ancora, provvedendo a trasferire tutti i naufraghi in una riserva protetta (forum) dove la smettono di scocciare all’mail-list; o blog o quant’altre caste diavolerie…. Certo il rischio è che dopo nessuno si potrà accorgere che siamo già tutti morti.

Per qualcuno il problema potrebbe semmai essere di decidere se moriamo uno alla volta, o tutti quanto assieme? Se nel trasferimento facciamo capovolgere la zattera!

Io provo nel frattempo a battere la spiaggia per costruire così la strada, il marciapiede dei rapporti personali, qui su quest’isola che non c’è! Rassegnato a non mollare tanto-scrivo-per-me, e continuare ad inviare messaggi di naufrago in questa bottiglia.

Mi si chiede di rispondere se pubblicare in questo o quel luogo!…., e così via. Ma! Noterete con il tempo anche voi, con disperazione, che nessuno di tali consigli si attaglia al suo caso, né è tanto meno in grado di risolverlo. Anch’io naturalmente sono affondato in questo melmoso limbo e vi ho annaspato in pieno. E fino al punto, quasi, di decidere di smettere, avendo perso la speranza di salvarmi.

La mia soluzione qual’è stata? Trasformare l’attività messaggistica in “scritturiate email” , qualcosa che non poggiasse più sullo studio scientifico, ma sullo studio di senso, ed in un particolare ad uno studio non più istituzionalmente riconosciuto. Per questo sto con altri amici provando ad realizzare ed istituire una “SQUOLA DI CLOWN’s” , senza più “dottorati”, ma solo “ricercatori”!

E dopo aver attraversato anche qui, si anche con voi esperienze disperanti, una volta giunto ai primi esami provare ancora con il vostro aiuto a superarli brillantemente, perché ognuno di voi è maestro!

Chi scrive con l’ossessione del naufrago non guarda tanto per il sottile. Certo l’importante è che il flusso possa scorrere e che non si ingolfi. Ma il “mio mare” è immenso, le correnti fluenti come il flusso del vento sotto le ali dei gabbiani. La stessa paura o preoccupazione di “ingolfamento” di “affogare” nel mare di email è essa stessa disperazione per chi proprio non può fare a meno di continuare a leggere, ma che per questo non ha tempo, perché troppo impegnato per sopravvivere.

Basta decidiamo dove sarà dunque questo qualunque luogo, quest’isola che non c’è , qust’ultima spiaggia per tutti i nostri “messaggi in bottiglia”, di scritti che possano accogliere tutta la nostra disperazione, per diffonderla. La nostra è un’azione provocatoria, alla condivisione disperante di una condizione.

Cio anche per non far piaceri a nessun truffaldino editore “a pagamento”; certo semmai per il solo piacere di stamparli, senza andare sul lastrico per le spese.

Io resto qui! Sto ancora su quest’isola che non c’è … dove finisce sempre l’”appassionato naufrago scrittore di messaggi in bottiglia”, anche se a volte ormai anch’io provo ad abbandonarla.

Già le confortanti sagome delle navi di salvataggio si profilano infatti all’orizzonte. Ecco infatti che iniziano a piovere e fioccare scie di razzi luminosi e da tutte le parti festanti passeggeri in crociera mi invitano a buttarmi in mare, per raggiungerli.

Per questo invio ancora e ancora questo messaggio urgente (in bottiglia) a tutti i naufraghi che condividono con me il comune destino.

Io è un altro (l’altro) “Je est un autre”

Vincenzo Maddaloni……. per una pedagogia del “mio” clown eutopico.

“Je est un autre”… è una formula che ricorre in diversi scritti di Arthur Rimbaud, una poetica che ha segnato in maniera decisiva lo sviluppo successivo della letteratura francese e non solo.

In questi anni si sono succedute diverse letture e  riflessioni sul significato “ermeneutico” di questa frase di Rimbaud. Molti ed eccellenti ingegni, prima di me e per altri e diversi motivi,  si sono esercitati sui testi poetici di Arthur Rimbaud (il poeta maledetto) e su questa formula in particolare. Per esempio, una delle più famose e rilevanti riprese della formula “Io è un altro” è quella di Jacques Lacan: lo psicanalista francese che l’ha valorizzata nella sua personale rielaborazione dell’inconscio.

Per quel che mi riguarda proverò a penetrare la formula “Je est un autre” attraverso lo sguardo e gli occhi del “mio” clown eutopico.

Qui  occorre risalire al contesto in cui questa frase viene espressa da Rimbaud e che si pose in contrapposizione alla concezione artistica corrente nell’ambiente letterario della sua epoca (1871). Le sue parole hanno il tono della sfida e del desiderio di cambiamento. Qual è l’avversario a cui Rimbaud getta il guanto? Ce lo dice lui esplicitamente: «la poesia soggettiva» ricercata da Izambard (A. Rimbaud, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1975, ristampa 2006, p. 449), la poesia dei Parnassiani e del secondo romanticismo, per la quale il poeta di Charleville passa da una iniziale ammirazione, al distacco pressoché completo, che alla fine lo conduce fino alla satira ed al disprezzo (con importanti eccezioni, tra le altre, ad esempio, Verlaine).

Emerge da questo esempio con tutta evidenza che il nemico a cui Rimbaud si rivolge alla poetica parnassiana, tutta incentrata sul soggetto e sull’esaltazione del rigore formale del verso; poetica che si fonda sulla celebre teoria de “l’arte per l’arte” per cui “…l’artista nella creazione deve avere come unico scopo la bellezza e rifuggire l’impegno sociale o sognatore di pratico (come, costruttore di comunità: cum-munis) nel caso nostro come clown e sognatore pratico di come posso vivere la mia esperienza. Rimbaud è stato un fervido sostenitore delle rivendicazioni sociali e democratiche espresse ed attuate dal rivolgimento popolare e dal governo della primavera del 1871..” cosi come riprendeDaniele Baron in una sua ricerca filosofica)  … “..in quei giorni convulsi, Rimbaud sente il bisogno di una poesia nuova o «poesia oggettiva», adeguata ai tempi che verranno – «questo avvenire (…) sarà materialista»– che si richiami alla poesia greca che ritmava l’azione o che sia addirittura “in avanti” (en avant) rispetto all’azione. A questo scopo il poeta si farà Veggente «mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi» e così, come il mio clown, attraversando ogni forma di sofferenza, di amore e follia può raggiungere l’ignoto, io, altro da me e così dare voce alle visioni raggiunte con questo balzo, il poeta dovrà trovare una lingua nuova che «sarà anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Sarebbe compito del poeta definire la quantità d’ignoto che si ridesta nell’anima universale del suo tempo».

Il clown abbiamo sempre detto che è “poesia fatta persona” ed è in questa ottica che la mia ricerca ed il mio intento viene acclarandosi della nozione che è al centro di questa mia riflessione e del nostro interesse su: “Io è un altro”.

Rimbaud la usa allo scopo preciso di uscire dal soggettivismo, dall’idealismo, dal formalismo, nello sforzo, attraverso lo sregolarsi dei sensi, attraverso il confondersi delle normali distinzioni di senso tra parole, colori e suoni, di parlare una lingua nuova che sia adeguata ai tempi mutati. E’ significativo che Rimbaud dica Je est e non Je suis, cioè “Io è” in terza persona.  

In questo senso passo e supero, per certi versi, attraverso l’esercizio dell’IO SONO, che già altre volte ho provato a spiegarne il senso, perché in questo caso l’Io diventi un corpo estraneo alla coscienza (sono), e quindi non più essere a fondamento del “mio” pensiero, né poter avere uno statuto privilegiato. In questo senso l’aspetto “neutro della pagina bianca” dell’Io che non si pensa più come “sono”, ma di un IO che E’ PENSATO, ed assiste allo schiudersi del pensiero come uno spettatore esterno, come un altro da sé (in questo senso “cerco di spiegare il “se” senza accento di cui tanto parlo a volte)! E’ proprio per questo motivo che resta importante anche da un punto di vista filosofico, la stessa “svalutazione” dell’Io come soggetto del pensiero.

Rimbaud, nella lettera a Georges Izambard scrive: «E’ falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il gioco di parole. IO è un altro. Tanto peggio per il pezzo di legno che si ritrova violino, e Sprezzo agli incoscienti, che cavillano su ciò che ignorano completamente!» (da la ricerca di Daniele Baron).

Insomma come Rimbaud diceva: se una tromba si risveglia, trombante; se una caramella si risveglia, patata; se uno squassa si risveglia scassa;  un mecalo virus si risveglia perla, non è affatto colpa sua ed anche per me è evidente che assistiamo allo schiudersi di quello che è un altro che si osserva, si ascolta, che lancia una nota diversa, per creare una diversa sintonia, o per provocare un sommovimento di profondità fino ad arrivare ad un balzo di “scena” da far scappare via tutti gli spettatori dal porcile dove si sono ritrovati.

E se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del “me stesso” nell’altro, almeno semmai, soltanto, per un significato falso, non avremmo da spazzar via milioni di scheletri che ogni giorno escono dall’armadio, per ricordarci che, da tempo infinito, abbiamo allevato un’orda di porci intelligenti che oggi si proclamano  autori di quel “me stesso”, che è altro da me e che sono io stesso e nel quale non posso che rispecchiarmi!

Lo stesso Ulisse vide tutti i suoi amici porci e ciò gli servi per comprendere se stesso e tornare a casa.

Ora però possiamo anche affermare con cognizioni di causa-effetto-causa che attraverso le parole di ognuno, come l’Io di ognuno è Io è un’altro e come sia del tutto impotente di fronte al pensiero che ci siamo fatti ognuno di noi del proprio IO.

Il nostro viaggio clown è partito dalla ricerca di un IO SONO come flusso che esce spontaneo dalle profondità: i pensieri stessi nel recitare questo testo impegnativo erano improvvise emergenze di un fiume carsico che scorreva senza essere visto.  Qui occorre abbandonare le stratificazioni di significato che ci porterebbe a parlare di “Io è un’Altro” in termini di persona, non perché ciò non sia possibile e lecito, ma perché l’interpretazione sarebbe secondaria. Bisogna infatti intendere queste due espressioni come concetti collegati alla medesima “coscienza” che in ogni caso non ci appartiene, la stessa coscienza che nel pensare è sia in sé, cioè identica a sé stessa, sia altro da sè, cioè identica all’altro, e per questo che il “sé” (affermazione) per me diventa “se” (senza nessun accento), congiunzione! Ogni affermazione dell’altro è uno specchio di me, nel senso di essere perla e porco allo stesso tempo, altrimenti non potrei essere ne l’uno ne l’altro.

Insomma se l’IO SONO è soggetto, nella trasmutazione pedagogica del mio “clown eutopico” esso diventa “oggetto” rispetto al pensato di me e dell’altro. Insomma quella forma vuota a cui vengono associati i pensieri, che nascono indipendentemente da lui perché io sono anche l’altro e “l’IO è l’altro”.

Insomma c’è un livello di consapevolezza, quello che ci fa dire: l’Io è un/l’altro, che permette di smascherare l’alienazione dell’Io, permette di indicare gli incoscienti, i “dormienti” (potremmo anche dire) che «cavillano su ciò che ignorano», quelli che pensano che l’Io sia a fondamento del sapere.

Sartre con una invenzione grafica efficace ne L’être et le néant scrive che lo stesso “cogito” (coscienza) lo può essere quando si trasforma da soggetto in un oggetto nel mondo. Insomma quando “cogito” diventa una porta, una penna, un tavolo, è realmente coscienza (di) “sé”, quando come persona riesce a stare in un  posto e prende la stessa forma del posto!

Come altre volte ho scritto, preciso ancora che quando metto tra parentesi il mio “sé” (con l’accento) sta a significare che il “cogito” non pone ancora sé stesso come oggetto-luogo, ma che è consapevole di “se” (senza accento) solo nel momento in cui è cosciente di qualche cosa (nella sostanza diventa un “oggetto”, nel mondo) senza porsi più il problema di “esistere”, insomma provare a perdersi per ritrovarsi. Il non trovare il proprio luogo realizza il vuoto che ci farà contattare gli altri (coscienza del “se”) e quindi a quel punto passeremo dal IO SONO all “IO E’ L’ALTRO” (e quindi nel CUM–MUNIS).

La nostra coscienza attuale è senza IO SONO (cogito, ergo sum): non ne ha alcun bisogno. Infatti, per porsi in quanto tale, vale a dire come coscienza del mondo e come coscienza (di) “sé” c’è bisogno di essere “se” congiunzione ed in questo caso L’Io è un/l’altro si costituisce!

L’Ego pertanto è trascendente la coscienza e per questo motivo si può attuare l’epoché, la sospensione del giudizio, nei confronti di tutti, così come Husserl la attua per gli altri oggetti del mondo. Ad esempio non c’è giudizio per un albero che spinto da un forte vento ci viene addosso, cosi come non c’è giudizio se una barca trascinata dalla corrente ci spinge sottoacqua con la sua chiglia col rischio di farci affogare.

In questo senso poeticamente parlando il “mio” clown eutopico rappresenta una coscienza trascendentale. Egli è una spontaneità impersonale che si determina all’esistenza di ogni istante (nel qui ed ora) ed in questo senso neutro, pagina bianca, senza che si possa concepire “niente prima di esso”.  Ogni istante di vita del “mio” clown eutopico rappresenta una vita in-cosciente che ci rivela quindi una creazione dal nulla, da zero, e ci connette al tutto in coscienza, avendo coscienza che la coscienza non ci appartiene ma ci possiamo solo accedere: “Io è un/l’altro”

In questo senso ogni contesto dove si svolge la mia azione potrà provare che la spontaneità delle “coscienze” non potrebbe emanarsi da un Io assoluto “soggetto del “sé”, ma solo sa “verso” l’Io è un altro. In questo caso lo raggiunge, lo lascia intravedere sotto il suo limpido spessore, ma si dà in primo luogo come spontaneità individuata e impersonale, come una pagina bianca dove scrivere il proprio futuro, insomma un autopoiesi.

“Questa coscienza assoluta, quando è purificata dall’Io, non ha più niente di un soggetto, non è nemmeno una collezione di rappresentazioni (teatrali, proprio nel senso che il nostro clown non fa spettacoli, anche se li può fare. Non fa rappresentazioni ma si presenta!)…”….. egli (il clown) è (semplicemente) una condizione prima, una sorgente assoluta di esistenza e quindi di relazione tra “l’io è un/l’altro”.

In questo senso non occorre altro per “fondare” e “condividere principi“, ne una morale, ne una polis assolutamente positiva.

Il problema è l’intenzionalità, è il prendersi cura, è il fare, è l’innamorarsi ogni giorno, è l’incanto, è l’incantarsi, in tutto quello che si è, che ci circonda e/o si può essere, dove ognuno non è più maestro di asilitudine, ma è con l’altro in comunione e gratitudine.

Per la nozione di intenzionalità ogni coscienza è sempre “coscienza di” qualche cosa e, pertanto, mondo e coscienza sono dati nello stesso momento. La coscienza, inoltre, non è più nulla in sé; il “soggetto-oggetto” non è più contenuto nella coscienza in alcun modo (neanche a titolo di rappresentazione), le cose sono fuori dalla coscienza ed essa diventa un assoluto non sostanziale.

Insomma è “esplodere verso” (s’éclater vers,.. come diceva Sartre), una trascendenza che ci getta «sulla strada maestra, in mezzo alle minacce, sotto una luce accecante.

Esistere, dice Heidegger, è essere-nel-mondo. Questo “essere-nel-mondo” va inteso in senso dinamico. Essere è esplodere nel mondo, è partire da un nulla di mondo e di coscienza per esplodere-come-coscienza-nel-mondo d’improvviso (…).

Husserl chiama “intenzionalità” …”…questa necessità della coscienza di esistere come coscienza d’altro da séI possenti spigoli del mondo venivano corrosi da queste diligenti diastasi: assimilazione, unificazione, identificazione. Invano i più rudi tra noi, i più semplici, cercavano qualcosa di solido, qualcosa che non fosse lo spirito; dappertutto non incontravano che una nebbia soffice e raffinata: se stessi”. Insomma l’intenzionalità del “mio Clown eutopico” è ciò che potrà permettere a chiunque “…di ridare alla nostra parte di mondo il suo peso e la sua concretezza. Eccoci….” (A. Rimbaud)…aggiungo solo: con il “mio” clown…e le sue “follie”! Per questo per me la palestra di strada del mio clown è uno dei momenti più significativi della formazione “mio” clown eutopico.

Insomma lo stesso Rimbaud avverte come me alla fine l’urgenza dell’impegno concreto e parla della poesia in rapporto all’azione, non ad una ipotetica scelta, ma ad una vera è propria intenzione.

Ecco, anch’io vi parlo qui di un Clown “poesia fatta persona” in rapporto alle sue intenzioni/azioni, al di la di ogni moralismo ed idealismo di sorta. Parlo di un clown che sia prima di tutto intenzione/azione e che “sia già mondo”, vale a dire che sia già presso le cose e le persone nel mondo, prima di essere in “sé” (con l’accento). Il clown in questo caso diventa un oggetto e non più un soggetto. Il clown come uno straniero rispetto ai territori in cui abitano i pensieri ed al soggetto (io sono) viene sostituito un che di impersonale, un flusso, una creazione dal nulla.

La formula “Io è un/l’altro” è prima di tutto la spiegazione di questo fatto: il soggetto è altro da sé ed è alienato quando cerca di porsi come in-sé e il fondamento va cercato in qualcosa di posto prima, non in senso temporale, ma logico per passare cosi da un “cogito” pre-riflessivo, direttamente all’ignoto, come al vuoto, come la pagina bianca o la neutralità.

Una consapevole apertura all’ignoto (il fare vuoto, fare pagina bianca, il neutro) e solo in questa consapevolezza che vi è un elemento essenziale: il passaggio dall’individuo, inteso come soggetto chiuso narcisisticamente in sé (l’Io), all’impersonale flusso caotico dei pensieri del clown-veggente-poeta, uomo-intero, nudo, uomo delle origini e della precivilizzazione, oggetto lui stesso della possibile trasformazione.

Ciò ha come conseguenza benefica di portare alla luce zone d’ignoto. Questa azione di svelamento dell’ignoto, dunque, non può che avvenire sulla base di una coscienza di sé (affatto differente dall’Io).

In questo senso lo stesso linguaggio, la parola del clown se pronunciata gli impedisce di dire e rappresentare in modo univoco e preciso il “luogo” che precede la correlazione soggetto-oggetto e che si cerca di individuare attraverso lo stesso esercizio dell’IO SONO, senza la consapevolezza della relazione de “l’Io è l’altro”.

Esso è dicibile, rappresentabile, pensabile o ineffabile, indicibile? E’ parola o silenzio? E’ trasparente a sé o opaco? Coscienza assoluta o ignoto che viene alla luce? Oppure entrambe le cose insieme? E ancora: è davvero qualcosa, un oggetto?

Per il momento sospendo anch’io come Daniel Barion ogni domanda per come lui afferma che non occorrono altre precisazioni per comprendere come il “luogo” che ci indica lo stesso Sartre e Rimbaud sia il medesimo. Tuttavia, è nella natura stessa dell’originario di essere ambiguo ed aperto a differenti espressioni. Misticismo e razionalismo sono sfumature che nascono da modi differenti di abitare l’apertura dell’originario.

Io è un/l’altro siamo tutti “abitanti dei nostri più bei luoghi” non più costretti all’imprecisione, attingendo ancora a termini di spazio (luogo) e tempo (passato, presente, futuro) ma a condizione dell’esperienza sensibile oggettiva nel “qui ed ora”.

Per chi a volte mi chiede ma cosi rischi fare terapia gli rispondo che faccio solo “arte di meditazione filosofica ed empatica”,insomma come Artur Rimbaud,  provo a fare poesie fatte persone, per il divenire: pedagogico del mio clown eutopico.

“Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- È in queste notti immense che tu dormi e t’esili
Stuolo d’uccelli d’oro, o Vigore futuro?”

(tratto da Battello Ebbro- A. Rimbaud)

Sito-Bibliografia:
Sartre – La Transcendence de l’Ego  ;

Arthur Rimbaud – il contesto storico-letterario di Daniele Baron  

http://filosofiaenuovisentieri.it/  ;

Jacques Lacan - L’IO è menzogna -

http://www.platon.it/Moduli/maestri_del_sospetto/..%5C..%5CTesti%5CLacan%5CLacan.htm

MANUALE del PER di Sidney Journò

Per il libero apprezzamento ho ricevuto via email, alcuni giorni fa, l’ultima edizione del “manuale del per” da parte del mio fraterno amico Sidney Journò di Roma, con il quale ho avuto il piacere e l’onore di condividere sia la scrittura e pubblicazione del libro “METTIAMOCI IN CERCHIO”  e, per oltre tre anni, anche la bellissima esperienza che ha visto coinvolti molti amici ed amiche comuni  nel contribuire al lavoro finale che qui ho il piacere di pubblicare e condividere con voi tutti.

Il “Manuale del PER” è ancora inedito e per scelta dello stesso autore Sidney Journò il libro è condiviso tra gli amici per il “libero apprezzamento”.

Qui potete scaricarne una copia:

MANUALE del PER” – Verso l’arte della meditazione empatica-Vers. 4.0/2013

Lo stesso Sidney nell’introduzione del libro scrive:

“Anche se il P.E.R. – Verso l’arte della meditazione empatica, ha prodotto rimarchevoli risultati, deve essere considerato in uno stadio sperimentale. I facilitatori e gli esploratori devono assumersi completa responsabilità per l’uso che ne fanno. Inoltre Sidney Journò, creatore e ideatore del P.E.R. non è né un medico, né uno psicologo, e offre il P.E.R. come metodica per la crescita personale.

Questo libro è rivolto a tutte le persone interessate alla crescita personale e anche a tutte le professionalità che hanno a cura il benessere fisico e psichico della persona (psicologi, psichiatri, assistenti sociali, infermieri, medici, counselors ecc.).

Questo libro è la prima stesura compiuta di un’ipotesi di lavoro aperta alla sperimentazione, che subirà, nel futuro modifiche e integrazioni, portando ad ulteriori versioni del libro stesso.”.

INFO:

Progetto PER

c/o Sidney Journò

Via Flaminia 1857 – 00188 Roma

Mobile +39 349 3725692

Mail: info@formazioneper.it ; sidney.journo@gmail.com

Nota dell’autore: Per motivi tecnici sul sito web www.formazioneper.it non trovate ancora la versione ultima 4.0. qui sopra pubblicata.

PEDAGOGIA DEL CLOWN

ascoltando il silenziosottotitolo

“OH DEI,… LA CITTA’ DI TROIA E’ DISTRUTTA!”

Se sfogliamo libri o manuali di pedagogia a grandi linee possiamo comprendere che la pedagogia è la scienza che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza. Essa ha come oggetto del proprio studio l’uomo nel suo ciclo di vita. Quindi, al contrario di ciò che si è soliti pensare secondo un ovvio luogo comune, il Pedagogista non si occupa esclusivamente dei bambini. Il Pedagogista si occupa di bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani e disabili. La Pedagogia si occupa anche dell’educazione scolastica e dell’apprendimento dei soggetti, ma non è questo il suo unico fine. Il fine della pedagogia è l’Uomo che si relaziona con l’altro da sé (educazione) e che si relaziona con “se” stesso (in-formazione).

Il Pedagogista studia l’umano e ciò che riguarda l’Uomo e la sua esistenza. Nell’ambito della pedagogia italiana il pedagogista Riccardo Massa ha proposto di usare il termine formazione per indicare sia l’educazione (ovvero il processo di formazione globale della personalità) sia l’istruzione (ovvero il processo di trasmissione da parte di un individuo e di acquisizione di competenze e di conoscenze da parte dell’individuo che viene istruito).

Ora possiamo dire che l’educazione (secondo i modelli teorici elaborati dai pedagogisti) ha tre coordinate: Il sapere (le conoscenze);  Il saper fare (le competenze);  Il saper essere (modo il cui un individuo mette in campo il saper fare e il saper essere).

Lo studio della pedagogia è stato recentemente rivalutato dalle più alte istituzioni educative italiane, le quali, nel 2010, hanno creato un liceo (il liceo delle scienze umane) che ha come materie base la psicologia, la sociologia ed appunto le scienze dell’educazione e della formazione riunite in uno studio di un’unica materia chiamata “scienze umane”; Rudolf Steiner anni fà questa scienza l’ha anche definita “scienza dello spirito” (umano).

E’ molto importante precisare di come la pedagogia sia una “scienza” influenzata dalle più alte espressioni culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e come le diverse filosofie (dalla quale le scienze dell’educazione traggono moltissimi concetti base), la Letteratura, l’Arte e la Storia e qui oggi aggiungo l’Epigenetica, proprio perché alcune istituzioni dell’educazione formale stanno tenendo conto dei principi della pedagogia nella stesura del progetto educativo che la stessa è scienza in quanto costituita da un integrazione di diversi sistema di sapere considerando il fatto che lo stesso destinatario dei “prodotti teorici” e pratici della pedagogia è l’uomo, che è il soggetto agente e, nel contempo, anche l’oggetto primario delle pratiche educative. Egli è il destinatario di questa scienza e, pertanto, il fine di tutta la ricerca pedagogica.

Per fare questo la pedagogia deve rivisitare e rielaborare i modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse, strumenti e contesti nuovi già disponibili per ri-progettare e ri-attuare un intervento educativo e ri-organizzare strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elaborare, un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.

Fatte queste premesse rifletto qui sulla “pedagogia del clown” che nel suo significato letterale “pedagogia” resta proprio quello di “generare bambini, procreazione” e/o “guidare, condurre, accompagnare” le persone in un viaggio alla ricerca di “se”.

Qui riprendo: due modelli possibili di pedagogia che pare non potrebbero essere giudicati in modo univoco, poiché in ognuno si possono trovare elementi positivi ed elementi negativi:

La teoria kantiana basata su una forte spinta positiva nei confronti dell’uomo ci dice che: “la fiducia nell’essere umano porta il pensatore a vederlo come artefice di un miglioramento della sfera sociale. L’educare il fanciullo evitandogli completamente ogni rapporto con la realtà lo porterà ad una formazione tale da riuscire a cambiare in meglio la società che lo ospita.”

Durkheim, al contrario, è restio ad educare in completa astrazione dalla realtà sociale, poiché ciò porterebbe ad una ritorsione dei costumi contro il soggetto, se questi non li rispettasse. Ogni società ha delle regole che, se non conosciute, vengono innocentemente ignorate, causando situazioni “illecite” che possono ritorcersi contro l’autore.

Penso che qui stiamo ancora in un contesto duale nel mentre attraverso l’esperienza del clown “uomo intero” si potrebbe far comprendere di come sia importante unificare, appunto, immaginazione e realtà.

In questo senso sono più vicino al pensiero di: Edmund Husserl che vede l’educando nel “qui e ora” calato nel suo contesto di vita, e considera l’agire educativo in senso ecologico, esaminando i vari fattori che modificano lo sviluppo generale dell’educando, dando poco peso agli eventi pregressi che hanno segnato la sua vita tendendo a portare l’educando ad un rinnovamento della sua personalità e del suo agire rispetto ai modelli passati.

Ed anche di: Emmanuel Mournier che vede l’educando nella sua interezza di persona, assumendo come fondamentale il suo percorso di vita indipendentemente dal contesto, e prendendo come oggetto della riflessione pedagogica la sfera etica del comportamento unitamente alla dimensione biografica del suo pensiero.

Qui faccio un salto all’indietro con la mia moto del tempo, per giungere nella terra rossa dei Nativi d’America e alle loro figure (significati antropologici) de “I Buffoni Sacri d’America” (facendo riferiemto specifico, per la vostra personale ricerca personale, al bellissimo libro di Giliberto Mazzoleni – Bulzoni Editore) dove in estrema sintesi si comprende come dal punto di vista “antropologico” , il clown è un “MEDIATORE” non solo sociale, ma come in questo caso lo intendo io: un mediatore interiore del “se”, senza più vincoli e giudizi, senza più maschere.

Tempo fa lessi un libro di M. Pellerey, “Educare” – Manuale di Pedagogia come scienza pratico-progettuale, del 1999. Lui sostiene (cosa che condivido molto) che: “l’obiettivo della pedagogia non è quello di creare teorie generali dell’educazione (a quello servirebbero, in questa interpretazione, le altre scienze dell’educazione e della formazione), ma di costituire modelli di intervento educativo spendibili nella pratica educativa immediata (aggiungo:…e interpersonale). Per fare questo, abbiamo già considerato come la pedagogia debba rivisitare e rielaborare modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse “nuove”, “strumenti” e contesti già disponibili per ri-progettare e attuare un intervento educativo;” ….fatto ciò, la pedagogia ……- ….sempre per il Pellerey – (ripeto)….: “….organizza strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elabora un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.”

Nella sostanza il viaggio “Alla ricerca del tuo clown….ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”  non insegna una generica “pedagogia del clown” …ma semplicemente ricerca e impara (uso il termine imparare e non insegnare, proprio perchè in questo caso il “maestro” è ognuno di noi che sperienza, e quindi…)… a riconoscere la “propria pedagogia”, quindi più che formazione è un “in-formazione sul “se”, per “ri-educarsi”, abbandonando come direbbe il biologo americano Bruce Lipton: “le false credenze” (epigenetica).

Qui devo inserire qualche altro termine per parlare in maniera più compiuta della “pedagogia del clown” (così come l’ho intesa attraverso questa ricerca sul -mio- clown) e si tratta di “antropologia teatrale” con il quale si intende la disciplina che studia i rapporti dell’uomo in situazioni di drammatizzazione organizzata. Più nello specifico studia i rapporti dell’attore con i gesti da lui agiti sulla scena. In questo caso mi affido alla ricerca di Eugenio Barba che definisce “l’Antropologia Teatrale” “lo studio del comportamento scenico pre-espressivo che sta alla base dei differenti generi, stili, ruoli e delle tradizioni personali o collettive”.

“L’antropologia teatrale” (oggi nelle nuove neuro-scienze: “Epigentica”; “PNEI”; Medicina Narrativa; o alla Jodoroscki Piscomagia (ma in effetti non c’è niente di magico)  mette così in secondo piano il testo drammaturgico (“i vincoli”: qualsiasi essi siano, della propria vita, nel nostro caso…) e gli elementi caratteristici del genere teatrale come la musica, la dizione, la scenografia ecc.; per focalizzare lo studio dell’evento teatrale (o nel nostro caso: palcoscenico della vita, sociale) avente come centro l’uomo ed il corpo (perchè il corpo ne sa molto più del nostro cervello:pensiero!). Questa concezione ha fatto diffondere in passato l’utilizzo della locuzione “teatro del corpo”, che indica per l’appunto il campo di applicazione dei teorici del teatro contemporaneo (metà XX secolo) sull’uomo e, dunque, sull’attore come elemento cardine dello spettacolo.

Infatti dal “Teatro Totale” (inizio-metà XX secolo), come sintesi tra arti sotto la “supervisione” dell’attore da parte dell’autore della sceneggiatura e del regista, si passa nel corso o meglio a metà del XX secolo ad un “teatro completo” partendo da Etienne Decroux che con suo “teatro completo” c’è la “supremazia dell’attore”, che diventa autore, scenografo e regista di se stesso, fino ad arrivare a Yeus Lebreton, allievo dello stesso Etienne Decroux  (che con riferimento agli studi di: Adolphe Appia, di Jacques Copeau) arriva al “teatro corporale”: l’energia del corpo come espansione del proprio mondo interiore, e attraversando la bioenergetica di Alexandre Lowen  (mente-corpo) ed anche attraverso lo studio della voce, sul ritmo del respiro, “uomo della sua essenza”, corpo energetico, corpo vocale, i colori della voce apre il teatro all’esplorazione di nuovi spazi. Da queste esperienze nasce anche la cosiddetta “teatro terapia”, anche se questo termine mi risulta limitativo proprio dal punto di vista pedagogico (per un uso a volte distorto del termine “terapia”).

Nella sostanza, il “pensiero” non è più unicamente il risultato di un processo neuronale confinato nella corteccia celebrale, ma nei miliardi di cellule e parti del corpo umano (epigentica), con i suoi significati e simboli, come anche negli ultimi anni del XX secolo ha provato a spiegarci la Pisco Neuro Endocrino Immunologia attraverso la Biologia Totale: l’Epigentica, che attraverso i recenti studi sul rapporto tra pische cervello e organo ha messo al centro: la storia, la narrazione, della singola persona nel suo contesto bio-sociale, quindi come energia che si apre al tutto in “co-scienza”, quindi più che di teatro terapia dovremmo parlare di “teatro della co-scienza” avendo co-scienza che essa non ci appartiene, ma ci possiamo solo accedere.

Da queste esperienza parte questa mia riflessione sulla rielaborazione di una nuova pedagogia del clown sociale, come “mediatore del “se”, oltre che sociale” o clown “dottore” (con tutta l’eccezione che richiede l’uso del termine “dottore” nell’identificare la figura del clown sociale. Nella sostanza “dottore” per me resta un termine che non mi piace molto utilizzare, per la stessa natura pedagogica e valore che intendo assegnare alla figura del “clown del “se”e sociale, come appunto “mediatore”) che si propone “qui ed ora”, in primis, di “prendersi cura di se” (“se” – senza accento…come congiunzione, unificatore delle due parti…. ).. prima, per poi potersi prendere cura degli altri. Quindi il senso di un valore pedagogico individuale, insomma fatto su misura e con co-scienza.

In questo senso questa mia riflessione sul parallelismo o meglio sulla necessità d’integrazione “pedagogica, teatrale e co-scientifica” riveste la necessità mia di integrare le diverse esperienze oggi e di dare quel valore pedagogico all’esperienza stessa del clown sociale (o dottore) come “arte di vita”  che tenta di ri-costruire nuovi “saperi e conoscenze” e per questo anche un nuovo modello di relazione sociale, sulla base dell’esperienza personale e individuale e non più solo dei saperi  attuali, per porsi come arte-utopica (maieuticamente parlando) in quanto anche più povera di mezzi, (considerata la stessa crisi) nel senso che utilizza solo il corpo e pochi altri mezzi nel suo percorso di insegnamento, da qui la nascita della mia Università dei Marciapiedi” con indirizzo alla “Sopravvivenza”. Insomma anche la stessa esperienza nel contesto di “relazione in strada” (sul marciapiede appunto) parte dalla stessa esperienza del Living Teatro che negli anni cinquanta diceva di “dimenticare i grandi teatri e l’ingresso a pagamento, la non succede niente, niente altro che istupidimento. Cosa invece succede in strada? Qui ci sono persone presenti per caso, e non sanno se hanno davanti uno spettacolo, una manifestazione politica o sociale o un gruppo religioso, alla fine è un miscuglio di più cose che il clown di per se incarna come “uomo intero”. Lo stesso pubblico è chiamato in causa. Come potrebbe essere un’azione clown in strada di: “Abbracci Gratis” o come potrebbe essere un’azione qualsiasi fatta: “Non in mio nome!”.

E’ curioso che nel suo percorso pedagogico Etienne Decroux amava esibirsi davanti a pochissimi spettatori al massimo 4 o 5 – un po’ come facciamo noi clown sociale – nell’ambito di un intervento in una corsia di ospedale, o anche in strada,  cercando di indurre negli “spettatori” una “reazione -distrazione” o meglio in senso di funzione “mediatrice” una “riflessione” giocosa (nel nostro caso: un bambino, un adulto, una mamma, un infermiere, un medico), per renderli non solo testimoni, ma attori-clown, protagonisti – attivi – della stessa azione e quindi non consumatori passivi dell’azione stessa. Insomma ridere di o con “se” sulla propria realtà mutevole e contigente, avvertita come estranea e insidiosa, di per se è pedagogico per “se” e per gli altri.

Ecco l’antropologia pedagogica del lavoro del nostro clown sociale si base fondamentalmente sull’insegnamento che questi diversi “maestri” a partire da Etienne Decroux o nel suo parallelismo di “teatro povero” (la strada) Jerzy Grotowski, anche se loro non si sono mai definiti tali, ribadendo uno dei concetti a me più cari dal punto di vista “pedagogico” del clown sociale: nessuno è maestro, in quanto si può essere solo “maestri” – nell’eccezione del termine -  se si propone di insegnare una “tecnica”, ma quando nel nostro caso proviamo a studiare o meglio ricercare, relazionandoci ognuno per conto suo, la “propria pedagogia” si può essere solo “maestri di se stessi”, perché sei tu che diventi libro, sceneggiatura, regista e quindi narrazione della tua storia di vita e quindi:  “medicina”.

Nel contesto pedagogico quindi dovremmo affermare che si tratta della “pedagogia della persona” (*) in quanto individuo, nel senso che il nostro clown agisce nel quotidiano e di per se non usa maschere ma le sue verità. In questo senso: si è clown tutti i giorni se no non lo si è! E, ciò in quanto  clown, attraverso la  propria esperienza individuale ci si “prende cura di sé” facendo onore al pensiero Heideggeriano: della differenza tra “cura autentica ed inautentica”. E’ in questo senso che il clown è “persona dell’origine” che ri-educa ad una nuova visione di “se”, (in questo senso congiunzione e non affermazione), superando il dominio dell’istinto, sotto le maschere del quotidiano, per risvegliare la memoria del nostro essere angelo in relazione con il tutto in: “co-scienza dello spirito”.

Gli stessi esercizi meditativi, non solo ginnici, ma plastici, la modalità di comunicazione in cerchio ci vengono dagli stessi insegnamenti della tradizione più antica dei clown scamani, oggi rivisti alla luce delle nuove scienze: biologia totale, pnei, bioenergetica, anti ginnastica, feldenkrais e ad altre ancora di questo tipo, che mi inducono a riflettere di come l’esperienza del clown sociale si inserisca all’interno di un nuovo percorso pedagogico che debba integrare le diverse “scienze” e saperi” all’interno di un processo di riconoscimento del “se” che eliminando le maschere dell’io , ci fa ri-essere “persona dell’origine” (*).

In questo senso partendo dall’esperienza di Etienne Decroux, che attraverso i vincoli ginnici e motivazioni personali cerca di integrare una figura pedagogica d’attore più libero dai vincoli dell’autore o del regista, possiamo arrivare all’esperienza di J. Lebreton che attraverso la “libertà dal vincolo”,  che ritroviamo anche nei principi pedagogici di E. Husserl; E. Mournier;  M. Pellerey, costruisce una nuovo modello pedagogico del clown rielaborando i modelli (dei suoi maestri)  riesaminando e valutando le risorse interiori di ogni persona e li trasforma in “strumenti utili” (nel bene e nel male) per la stessa trasformazione dei contesti già disponibili al fine di ri-progettare ed attuare un intervento “educativo” che come dice Pellerey nella sostanza “parte dal singolo”. Insomma se vuoi cambiare il mondo, devi cambiare il tuo modo di vedere e stare nel mondo.

J. Lebreton reinserisce il concetto di “svincolo” dalla “tecnica o dai saperi” per far “emergere” una potenziale “creatività” nutrita da – nuove – motivazioni personali, rivendicando così il diritto di creare “..una partitura al di fuori della concatenazione degli esercizi stessi…” nel caso nostro dal contesto di un non luogo come può essere una corsia di ospedale o la strada – come piace a noi -; se poi prendiamo in esame la stessa persona che si propone nell’esperienza della ricerca del suo clown, che a me piace definire per questo un viaggio, comprendiamo meglio perche io vado: “Alla ricerca del proprio clown…..ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”.

Quindi se le diverse tecniche teatrali esigono certamente disciplina, la “creazione” o meglio la “ri-creazione”  di un contesto individuale o sociale (che sia),  di una relazione o se volete di un modo d’essere e/o sentire un esperienza, un vissuto, al contrario si deve proporre proprio all’interno del “paradosso-pedagogico del clown sociale” (per effetto proprio del potere su di “se” degli “specchi delle relazioni umane” e di come essi possono essere letti per “educarsi” ad una nuova relazione sociale) attraverso… e/o a come afferma V. Frankle di “prendersi in giro” ….delle sue “false credenze”…. e “ridere di sé” nella “provocazione” più grande per un essere umano: uccidere il proprio “io” per “essere” semplicemente: “persona dell’origine” della propria condizione, perché quello che posso vivere nel “qui ed ora” è il meglio per me, e ciò in sospensione di giudizio (vincoli).

La “via pedagogica”, come più volte ho detto, è certamente una “via sacra”, fuori essa stessa da dogmatismi, avendo coscienza che il fiume della stessa fede nasce dalla stessa fonte, anche se attraversa diversi territori e popoli, e la stessa natura del clown (molto vicina a San Francesco – giullare di Dio) resta di per sé una figura pedagogica possibile ed immediata, e prima di poter diventare ognuno di noi santo almeno provare a ritornare ad essere angelo. Una curiosità: alcuni clown soicali in missione nel 2003, per le strade e negli ospedali di Kabul quando visti venivano chiamati “Mulak” o “Maluk” che in arabo significa “Angelo” (o regno degli angeli: “Malakut”).

Per scendere un po’ con i piedi per terra a questo punto definisco la “pedagogia del clown” in maniera simile al concetto di “prendersi cura” cosi caro ad Heidegger (nel senso che essa diventa una “pedagogia dell’interiore”) o allo stesso V. Frankl della “speranza” o R. Stheiner “scienza dello spirito”, perché libera l’esplorazione del proprio capitale “immaginitavo” prendendo co-scienza del fatto che l’immaginazione è più potente della volontà, e quindi non più sottoposta alla questione del “vincolo di una tecnica spersonalizzata” ma diventa nel “qui ed ora”: il meglio per me! (qualsiasi cosa essa sia, perchè tutto è meraviglioso è perfetto cosi com’è!). In questo senso la pedagogia del clown è una “pedagogia dello spirito”, fuori dagli stessi vincoli di natura dogmatici come dicevo prima perchè cosi ognuno – liberamente – può prega il suo Dio.

Il clown, o meglio la persona che agisce con il suo clown o meglio attraverso il suo clown, dal punto di vista pedagogico, applica questi principi pedagogici, proprio attraverso una “nuova” presa di co-scienza del “se” che nella mia eccezione diventa “congiunzione” e non più  sé come “affermazione” di un “io” frantumato, mascherato, per poter “essere” semplicemente “sono”.

Nella sostanza il “clown” aiuta a spingere la persona sull’orlo del burrone (nel senso di paradosso-provocazione-metafora) affinché le “maschere” dell’io, con le sue difese si rompano, i suoi blocchi “brucino” ed il clown si “riveli”, attraverso un’azione intima e profonda. Ciò dipende, come si può comprendere, non dall’esercizio in se, ma da come l’esercizio viene realizzato e guidato da un facilitatore che esperienziato direttamente il percorso e di per se “esperto”, riesce ad abbandonare tutte le tecniche affidandosi alla sua percezione.

Qui va precisata una cosa, il come non si impara e non è circoscritto in un metodo predeterminato e trasmissibile, questa “pedagogia educanda” (ri-creatrice) nasce da un intimo ascolto tra colui che guida e colui che agisce che mette in campo la percezione, in quanto ogni persona è unica e divina cosi com’è. E, quindi solo dal semplice rapporto tra uomo e uomo (o donna che sia) in quanto nessuna parola trascritta (anche qui) è in grado di fissare.

Potrei in questo senso definirla una pedagogia “inter-personale” o “trans- personale” nel senso che supera lo stesso significato delle parola “educare” una “persona” in quanto è la stessa persona che si “educa” a vedere il mondo con altri occhi, in questo caso con l’occhio del clown, meraviglia delle meraviglia.

Certo per questo è importante definire una nuova “etica pedagogica” e quindi del lavoro che va ben al di là di un semplice processo o tecnica, perché inserisce l’utilizzazione di un altro senso nella relazione con l’altro, che un po’ molti di noi hanno perso, e come dicevo prima: la percezione di “se” e dell’altro, in una parola: la bellezza!.

Quindi parlo di una ricerca pedagogica dell’io sono fatta persona, di una ricerca che unifichi e non separi, e non quindi di un manuale della formazione pedagogica del clown sociale e/o dottore (utilizzo il termine “dottore” a volte solo per intenderci sulla differenza stessa pedagogica tra il clown del circo, il clown di teatro, di strada, ultimo clown sociale come piace definirmi.).

In questo senso ribadisco il concetto di “viaggio”; un cammino “educativo” o meglio “ri-educativo” che senza alcun vincolo possa ri-scrivere la storia umana: Quale via utilizzo? Certamente la via del cerchio” , nella sua tradizione secolare dei Nativi d’America, ma anche moderna della comunicazione non violenta. Una “via”, questa del cerchio, che ognuno di noi può percorrere senza preconcetti o pregiudizio alcuno, perché non è fatta per concettualizzare o da un singolo maestro, ma da ognuno di noi che diventa maestro per se stesso e gli altri.

Una “via” che cambia la prospettiva geometrica della stessa relazione umana, non più fatta di angoli, spigoli  o emicili ma a 360° avendo coscienza che il tempo, il passato il futuro, sono solo una costruzione mentale, come la verità che non esiste ma esistono le verità e che lo stesso cambiamento può esserci in un 1/25 di secondo, insomma in un Nanosecondo.

Dentro questa nuova dimensione pedagogica e di per se sociale possono esistere e co-esistere diverse  “comunità provvisorie”, come la nostra di “clown sociali & sognatori pratici”, per realizzare quell’uomo intero, di cui parlo spesso.

Ecco condividere queste esperienze attraverso il principio del “libero apprezzamento” e di per se pedagogico nella misura in cui questo tipo di clown possa “ri-educarci” ad “essere”, dono di “se” e ciò non è possibile scriverlo all’interno di nessun manuale o comandamento, semmai quello che potrebbe essere necessario sarebbero solo divieti, per evitare di scontrarci, ma in questo senso “la gentilezza” potrebbe rifare la propria parte. Qui ricordo ad esempio, sempre prendendo spunto dal campo “teatrale” l’esperienza del teatro antico “No Di Zeami” che non era tenuta segreta (non parlare tra i cespugli, la riservatezza, animica della via del cerchio che utilizzo nella formazione del nostro clown sociale) per il gusto del mistero, ma semplicemente per rispetto ad una tradizione orale e per questo “sacra” dell’insegnamento (e qui intendo non il mio insegnamento, ma quello che ognuno di noi nell’esperienza e dall’esperienza può proporre all’altro ed a “se”).

Per questo l’aspetto pedagogico dei vissuti nell’esperienza, del percorso del nostro clown sociali non può escludere nessuno dal confronto (“se”) perchè non è tra il sapere e il fare, ma sta proprio nella ”maniera” che abbiamo indicato anche nei principi del nostro statuto: “la via della bellezza!”.

Questa via non si apprende, ma si sperimenta in prima persona, e resta “la maniera” che io posso sperimentare in prima persona attraverso: “magie gentili!”.

Ciò potrebbe sembrare un eufemismo, ma è quello che si può sperimentare nella stessa azione del clown sociale nei suoi giri visita in ospedale o nelle sue “azioni di buona salute” in strada che in tutti questi anni abbiamo realizzato nella nostra piccola comunità di clown sociali. Si anche per le vie di molti paesi dell’Irpinia e non solo, dove si registrano sempre più sconfortanti depressioni, uso esagerato di stupefacenti e alcool e dove semmai si registrano dati sconfortanti come depressione e suicidi in età giovanile. Alcuni degli aspetti “antropologici” con-causa di questi fenomeni, sottoposti a studio negli anni scorsi dall’ASL  di Avellino, sono stati la rilevazione di alcuni dati significativi: l’assenza dell’esperienza del gioco in età infantile e l’incapacità di relazionarsi con i cambiamenti epocali, per mancanza di immaginazione e fantasia.

Ecco adesso serve uno strumento pedagogico che riesca a prendersi gioco di noi, in questo senso il clown sociale come maestro di se stesso.

Qualche pretesto per iniziare a giocare?

Bene vi suggerisco: il clown non passeggia, danza; il clown non guarda con gli occhi, annusa con il naso; il clown è stanco, non corre molleggia; Il clown è in crisi, solo così è felice; Il clown è incantato dai suoi suoni e dalle sue paure; Il clown va a pesca, di correnti d’aria; il clown ha paura della sua ombra, per questo prova a giocare con lei; il clown per questo, è figlio di un nuovo popolo: il popolo della terra e lo abbraccia con gratitudine.

(*) invito a leggere anche:

http://comunitarncd.wordpress.com/2012/05/23/io-sono-persona/

http://comunitarncd.wordpress.com/2012/05/23/il-clown-persona-dellorigine/

Citazione

L’ora di andare

Sospeso al soffio del cuore,

reggo questo filo che mi lega.

Viscere attorcigliate mi trattengono,

giù fino a non riuscire a volare.

Ah, come in mare,

la mia onda cresce e sala,

occhi che si chiudono.

Granelli di tempo,

aspettano a costruire, un castello.

Pali conficcati al terreno,

mentre un raggio di sole li attraversa.

Ombre lunghe a perdersi dietro la mia,

mentre nuvole rosa mi dicono da lontano,

l’ora di andare.

“METTIAMOCI IN CERCHIO” …un grande onore!

Sul n. 373 del 20/10/2012 di “CALABRIA ECCLESIA 2000″

http://www.calabriaecclesia2000.it/

è stato recensito il piccolo manuale dal grande cuore  “METTIAMOCI IN CERCHIO“ Edizioni La Meridiana scritto a quattro mani con il mio fraterno amico Sidney Journò.

Fonte:

http://www.calabriaecclesia2000.it/cgi-bin/magazine/intranet.pl?_cgifunction=form&_layout=articoli_home&keyval=articoli.articoli_id=20113

….. è un grande onore ed esprimo tutta la mia gratitudine a tutte le persone che fino ad oggi si sono seduti con me, con noi, nel cerchio.

 

METTIAMOCI IN CERCHIO

Diciamolo pure. Pensiamo un po’ tutti che in ogni evento  vi sia chi ha ragione e chi ha torto.

Ci meravigliamo che le differenze producano equivoci,  ambiguità, distorsioni nella comunicazione e conseguentemente conflitti.
Il conflitto, invece, è indicatore di movimento, di emozione, in poche parole di vita.
Senza dubbio esistono conflitti inutili, e in effetti molti dei litigi fanno parte di questa categoria, ma dovremmo ridare cittadinanza ai conflitti, come occasioni di chiarimento, cura delle relazioni, scoperta di nuovi lati di noi stessi e degli altri.

Perché non pensare a una gestione creativa dei conflitti? E cosa c’è di meglio del Cerchio per affrontare un conflitto?

La figura geometrica del Cerchio ha in questa fase epocale la possibilità di entrare con più forza nella vita quotidiana: nella progettazione urbanistica, nel disegno degli spazi pubblici, nell’arredamento dei luoghi d’incontro e nel design di prodotti e oggetti.

Mettersi a Cerchio significa mettersi sullo stesso piano, potersi vedere negli occhi, essere più partecipi dell’evento, intervenire superando le asimmetrie che una cattedra o una geometria unidirezionale
comportano.

Insomma, il Cerchio nella progettazione sociale facilita la pratica della democrazia.

Questo libro rappresenta un contributo prezioso e concreto nella riprogettazione degli spazi
relazionali. È ispirato dalle fonti più autorevoli dei nativi americani secondo le quali la via del Cerchio è la via del cuore. Esserne pienamente consapevoli rende possibile creare un’armonia tra il battito del nostro cuore, il nostro cervello e il ritmo vitale della Terra.

Quando ci ritroviamo insieme in un Cerchio ci sentiamo nel posto giusto e in armonia con la nostra natura. (Manitonquat)

Ho il piacere di annunciarvi un “lieto evento” con l’aiuto anche della mamma di Socrate che faceva l’ostetrica, abbiamo partorito con l’aiuto del nostro amicissimo Alberto Terzi di Como e Sidney Journò di Roma con La Meridiana Edizioni il libro:

“METTIAMOCI IN CERCHIO”

a cura di Sidney Journò & Enzo Maddaloni

Manuale per favorire il dialogo e la democrazia nei gruppi

Lo so vi strapperete i capelli e sarete pronti a fare la fila davanti alla vostra libreria per acquistarlo, state tranquilli/e prevediamo la ristampa ad un milione di copie vendute…..uaooo!!!

Da ieri sul sito della casa editrice LA MERIDIANA è attiva la pagina dedicata al nostro libro Mettiamoci in cerchio http://www.lameridiana.it/SchedeDettaglio/DettaglioPubblicazione/tabid/61/Default.aspx?isbn=9788861531482

La casa editrice ci ha fatto sapere, che potete ordinare on line e scontato sul prezzo di copertina di Euro 13,50 (spese di spedizione escluse) il libro attraverso il loro sito; qui anche un piccolo assaggio di lettura sfogliabile (lo trovate cliccando qui) …. http://issuu.com/meridiana/docs/mettiamoci_in_cerchio

Sono e credo possiamo essere grati a Manitonquant per i suoi insegnamenti.

Questo è un lavoro corale frutto più di un esperienza personale, di un viaggio lunghissimo per me durato oltre una vita…..insieme a tanti amici ed amiche.

Questa è solo un’ulteriore tappa per ripartire dal …. cerchio, la via della bellezza.

Sono grato a tutte le persone che ho incontrato in questi anni della mia vita e che mi hanno insegnato un sacco di cose.

Sono grato alle persone che si sono sedute con me nei cerchi e negli incontri clown….per prenderci cura insieme di noi stessi.

Sono grato in particolare ad alcuni/e di essi/e che mi hanno messo a dura prova…sono grato a quanti di loro oggi sono clown e clownesse “dottori” (sociali) e si stanno prendendo anche loro cura di se stessi e di noi tutti.

Ecco si sono grato oggi a tutti voi amici ed amiche vicini/e e lontani/e
e vi porterò sempre nel cuore custodendo nella mia “biblioteca dell’anima” tutte le cose che non ho potuto scrivere in questo libro e che potrete solo conoscere anche voi praticando si praticando la via del cerchio, la via della bellezza.

E poi mettersi in cerchio per raccontarsi la “FIABA DELLA NOSTRA VITA” fa bene alla salute:

LA BIBLIOTECA DELL’ANIMA FA BENE ALLA SALUTE”

http://clownanosecondo.wordpress.com/2009/09/25/la-biblioteca-dellanima-fa-bene-alla-salute/

Aho! Grazie di Cuore, Enzo

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IL CLOWN PERSONA dell’ORIGINE

Il clown va a cercare nel corpo un suono ed un gesto della precivilizzazione. Così il clown si mette un altra faccia per prendere le distanze da se stesso e ritornare a se stesso, come persona. Rende coscientemente ragionevole l’irrazionale e ragionevol’irrazionale. Il clown ha coscienza di come guarda abitando gli occhi, il tono degli occhi fanno la differenza per essere clown.

Egli cosi può esplorare un luogo qualsiasi e trasformarlo in luogo straordinario meraviglioso piacevole anche se si tratta di un luogo triste come un ospedale.  Egli fa entrare cosi dentro questo luogo attraverso lo sguardo dei suoi occhi che diventa il suo mondo. Un mondo che non esiste  ricreandolo.

Egli cosi lascia fuori la porta le sensazioni tristi e se pure le ha, le vive, le testimonia, con occhi nuovi. Egli va in un luogo cosi piacevole meravigliosamente e straordinariamente piacevole e cosi può incontrare l’altro.

Il clown cosi resta trasparente e privo dai condizionamenti della “civilizzazione”. Come un primitivo (come un bambino) vede un autorità senza paura  la imita, ne fa una caricatura di se stesso, a specchio. Egli è così,  non l’altro. Il clown cosi coglie, lascia, la purezza del bambino divino e supera il suo limite con l’altro.

Il clown come specchio dell’animo umano.

“Un personaggio ha dei conflitti, delle passioni, una storia: al contrario, la maschera neutra (il clown) è in uno stato di equilibrio e di economia dei  movimenti”. (Jacques Lecoq)

La maschera neutra è una maschera intera, che rappresenta un volto umano in uno stato di calma e silenzio, privo di espressione. Si tratta di una maschera referenziale, che serve per facilitare ad eliminare le altre maschere quelle che mettiamo tutti i giorni.

Il naso rosso permette di sentire lo stato di neutralità che precede l’azione: in questo stato di disponibilità, scoperta e recettività allo spazio che lo circonda, egli può guardare, sentire, toccare gli elementi della vita con la freschezza della prima volta.

Il gioco è la cosa più seria per un clown. Il naso rosso lo fa vivere nel presente, non ha memoria e non ha progetti, non ha conflitti: è pura azione, senza alcuna riflessione ma solo intenzioni. Non è più un individuo, ma l’uomo e/o donna interi, non più frammentati e cosi si confronta e supera i suoi limiti, egli diventa il mondo.

Una volta che il clown sente questo stato neutro, il suo corpo sarà disponibile, come una pagina bianca su cui potrà scriversi il dramma a venire.

A differenza di altri personaggi, che recitano una parte per il pubblico, il clown ha un contatto ed un rapporto diretto con il pubblico. Egli vive “con” o “sotto” gli occhi del pubblico. Non si fa il clown davanti ad un pubblico, ma con il pubblico.

Il clown quando entra, anche se non sembra nel senso che non è girato verso il pubblico con i propri occhi, entra in contatto con il pubblico. La sua azione è influenzata dal pubblico. Se il clown non considerasse le reazioni del pubblico si imprigionerebbe da solo. Ogni minima reazione, ogni minimo gesto, una risata, può essere spunto per far partire un’altra azione.

Più che il mondo animale si rifletta in lui , il clown scopre l’animale che è in lui, ed osserva l’effetto che fa diventato animale sul mondo – pubblico.

Il clown fa nel corpo una cosa straordinaria eccezionale e così anche la cosa più semplice, un gesto, un suono, bastano. Come se fosse la prima volta, incarna l’intensità maggiore ed un gesto ordinario si trasforma in straordinario.

Questa semplice comprensione fa la differenza tra clown e l’attore ed è cosi che il clown si “proclama ad alta voce…e nel far risuonare se stesso” ridiventa di nuovo persona dell’origine.

Vi invito a leggere anche il precedente post dal titolo: “Io sono ….persona!”

http://clownanosecondo.wordpress.com/2012/05/23/io-sono-persona/

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LA LUMACA APLYSIA … e i suoi conflitti d’amore & biologici

L’amigdala è un centro del sistema limbico del cervello. Il termine deriva dalla parola greca che significa mandorla. Nell’architettura del cervello l’amigdala ha una posizione privilegiata in qualità di sentinella delle emozioni è capace all’occorrenza di “sequestrare” il nostro cervello.

Perché qui parlo dell’amigdala. Be perché è riconosciuto dalla scienza che gli input sensoriali provenienti dall’occhio (ma anche dall’orecchio) viaggiano dapprima diretti al talamo e poi servendosi di un circuito monosinaptico all’amigdala; un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia – il cervello pesante (antico) o pensante.

L’amigdala può reagire con delirio di collera o di paura prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché “l’emozione grezza” viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.

Ma a cosa è legata “un’emozione grezza”? Qualcuno parla di “istinti” altri all’inconscio sarebbe più corretto parlare di “memoria biologica antica” legata ai tessuti con cui è fatto il nostro corpo (e già perché la memoria non è solo contenuta nella nostra mente ma anche nei tessuti del nostro corpo):

Endoderma (ed organi collegati) hanno il loro “relè” nel tronco cerebrale (la parte più antica) del cervello; in caso di tumore si avranno tumori solidi;

Mesoderma (le cellule del gruppo più antico) hanno il loro relè nel cervelletto e (le cellule del gruppo più recente) nel midollo cerebrale; in caso di tumore si avranno tumori solidi nel primo caso e necrosi o buchi nel secondo;

Ectoderma: ha il suo relè nella parte più recente del cervello, la corteccia cerebrale; in caso di tumore si avranno piaghe ulcerose.

L’Istituto Neurologico Mondino di Pavia, recentemente ha dimostrato che una struttura, un nucleo che si trova in profondità nell’encefalo umano, è implicata nei processi decisionali e si attiva in particolare quando l’individuo deve prendere decisioni importanti nella vita, che generano un conflitto. È una struttura anatomica piccola ed evoluzionisticamente antica (che l’uomo ha in comune con i moscerini, le rane e gli uccelli) chiamata subtalamo, grande più o meno come una lenticchia.

“I risultati di questa ricerca – spiega la dottoressa Manuela Fumagalli, ricercatrice presso l’UO di Neurofisiologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico, che ha preso parte allo studio – dimostrano per la prima volta il ruolo del subtalamo nei processi decisionali che generano un conflitto. Tutto ciò, oltre ad essere importante per la comprensione neurofisiologica dei processi decisionali, è rilevante per sviluppare nuovi approcci terapeutici a disturbi come lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo patologico, l’ipersessualità. Così come per studiare più a fondo l’eventuale capacità decisionale in pazienti con ampie lesioni della corteccia cerebrale”.

Qui facciamo un passo indietro l’ontogenetica: l’evoluzione delle singole specie fino a quella umana si trova riproposta nella fase embrionale. Noi conosciamo nello sviluppo embrionale tre differenti foglietti da cui derivano tutti gli organi: l’endoderma (interno), il mesoderma (in mezzo), l’ectoderma (esterno). Ogni cellula dell’organismo ed ogni organo del corpo si può ricondurre per la sua formazione istologica ad uno di questi tre foglietti.

Eric Kandel, premio nobel per la medicina nel 2002, (umanista e successivamente medico e psicanalista), per comprendere meglio il comportamento dell’uomo, la sua mente e i suoi ragionamenti, ha avuto un’intuizione geniale. Come psicanalista si rese conto che la memoria è la colonna portante della vita mentale dell’uomo, come biologo ha intuito che dall’osservazione dei fenomeni in natura, in un contesto filogenetico, avrebbe potuto convergere la distanza che separa la neurofisiologia dalla psicologia.

La difficoltà insormontabile per tutti gli studiosi del “cervello dell’uomo” è sempre stata la complessità di questo organo del corpo, costituito da oltre cento miliardi di cellule, (utilizziamo solo per il 15% pare).

Ora vediamo che fece Kandel al fine di risalire all’origine e analizzare i meccanismi elementari del cervello cercò nel mondo biologico un essere organico più semplice con poche cellule trovandolo nella lumaca di mare Aplysia (ne aveva solo 20.000).

Meraviglia delle meraviglia toccando con degli elettrodi la coda della lumaca, si accorse che la lumaca non solo muoveva i muscoli e ricopriva l’unica branchia, attraverso la quale respirava, ma “costruiva” ogni volta una membrana di pelle nuova. La deduzione dello scienziato fu che la lumaca, se attaccata, reagiva con un aumento di funzione cellulare finalizzata alla costruzione di una membrana per proteggersi. Il suo studio però era mirato solo all’osservazione dei meccanismi della memoria e non si preoccupò all’epoca di verificare cosa succedeva nei meccanismi neuronali della lumaca se sottoposta a continue sollecitazioni con elettrodi in ordine alla costruzione della membrana che copriva la branchia.

Così Kandel concluse che a livello cellulare si verifica un rimodellamento dei neuroni. Le cellule del circuito nervoso stimolato producono dei messaggeri chimici, delle sostanze che raggiungono il nucleo e agiscono direttamente sul DNA.

Il rilievo più eclatante però fu che i neuroni del circuito non solo diventano più recettivi, ma aumentano di numero. Siamo di fronte ad un aumento di cellule e quindi di funzione, dovuto a delle sinapsi tra neuroni, determinate da un evento esterno. Questo processo diventa tanto più stabile e aumenta in crescita, quanto più si ripete nel tempo questo messaggio esterno. Immaginate a quanti milioni di anni la terra ha avuto bisogno per partorire l’uomo?

L’esperimento di Kandel fu poi ripetuto su modelli più complessi, tipo quello dei topi, e i risultati furono confermati. Le osservazioni di questo scienziato portano dunque alla scoperta che le connessioni interneuronali del sistema nervoso di un essere vivente vengono modificate in modo preciso e prevedibile durante l’apprendimento.

E’ semplice arguire che noi siamo il prodotto della nostra storia – cervello antico ed evoluzione della specie (epigenetica) – e in questo modo viene avvalorata la ricerca di Kandel che ha dimostrato che un segnale di attacco ripetuto nel tempo determina un aumento di funzioni e di cellule, fino addirittura a costruire nuove cellule per realizzare una membrana di difesa della branchia.

Claudio Trupiano nel suo bellissimo libro “Grazie dottor Hamer” – Ed. Secondo Natura Edizione – tra l’altro scrive:

“Ad ulteriore conferma della corrispondenza delle due ricerche ritroviamo altre due assonanze importanti:

a) l’attacco inflitto all’improvviso alla lumaca Aplasia con degli elettrodi contiene le stesse caratteristiche del conflitto scoperto da Hamer: inaspettato, acuto e drammatico e vissuto solo da quell’essere organico.

b) mentre Kandel si è limitato ad osservare che, interrotto l’attacco con gli elettrostimolatori, la membrana di pelle che si formava sulla branchia della lumaca si riduceva, il dr. Hamer ha compreso tutti i processi di riduzione per caseificazione o per incapsulamento dell’aumento di massa cellulare, successivi alla risoluzione del conflitto di attacco.

Ribadiamo: quanto sopra rappresenta però solo una minima parte del lavoro del dr. Hamer, che, se sviluppata a livello così riduttivo, ha consentito al prof. Kandel di essere insignito di un Nobel, c’è da auspicare al dr. Hamer il riconoscimento dei prossimi dieci Nobel per la Medicina e la Biologia.

Infatti con la stessa metodica, ma con il supporto della scientificità biologica e delle connessioni tra i foglietti embrionali e la filogenesi evolutiva dell’essere umano, il dr. Hamer ha dimostrato tutta la fisiologia patologica del corpo umano, con un processo analogo per gli organi diretti dal tronco cerebrale e con un processo inverso per quelli diretti dal midollo e dalla corteccia cerebrale.

Ovviamente anche le implicazioni delle due scoperte variano nella loro portata, perché mentre per il prof. Kandel ci si è limitati ad osservare il fenomeno della memoria a breve e a lungo termine, senza dare peso alla formazione della nuova membrana sulla branchia del mollusco, per le scoperte del dr. Hamer le implicazioni sono evidentemente di una portata troppo vasta, sino a demolire tutta l’impalcatura della patologia medica.

E, come la storia insegna nei suoi corsi e ricorsi, forse questo è troppo!”

(brano liberamente tratto da “Grazie dottor Hamer” di Claudio Trupiano.

Oggi la medicina la stessa psicologia dovrebbe fare un salto di unificazione. In parte attraverso la PNEI emozioni – cervello – organo , la biologia totale, la stessa neuro scienza con la scoperta dei neuroni a specchio, l’epigenetica con le ultime scoperte nel campo della biologia di Bruce Lipton e Tian Xu (Nature Gennaio 2010) come pure le ultime ricerche dell’Università di Udine sull’effetto placebo e la memoria biologica, confermerebbe sempre più un approccio integrato delle medicine, aprendo la strada allo straordinario percorso di rivalutazione dell’individuo e della sua componente umana la “psiche” (l’unificazione tra: coscienza, anima e corpo) avendo co-scienza che una cosa sono i conflitti psicologici (controllati dalla mente) ed un’altra i conflitti biologici (che sono al di fuori di questo controllo) perché appartengono alla “memoria evolutiva biologica del nostro corpo” e dei suoi tessuti.

Cosa significa questa cosa? Ma è evidente che i geni propongono, ma è l’ambiente (emozionale) che dispone ed da qui che si può aprire un’affascinante capitolo della nuova frontiera della medicina (epigenetica e conflitti biologici).

Fatta questa premessa mi sembra necessario (in questo senso) fare una riflessione sulle ricerche che negli ultimi anni sono stati fatti dalla Francine Shapiro (EMDR Desensibilizzazione e riabilitazione attraverso i movimenti oculari) e dai suoi collaboratori a mia opinione sono riduttive del perché i movimenti oculari possono aiutare a rimuovere i traumi.

Le ricerche andrebbero integrate sia dal punto di vista della semplice osservazione dei casi trattati, ma anche dai nuovi approcci dei conflitti biologici. Credo che attraverso queste nuove conoscenze si possono riscrivere non solo le nostre memorie “recenti” ma anche i conflitti biologici rappresentati dalle memorie più antiche dei tessuti e quindi la stessa biologia del nostro corpo e le stesse malattie.

Perché come Clown “dottore” scrivo di queste cose? Beh più che clown dottore mi piace definirmi “uomo di medicina” come sostiene Manitonquant (nativo d’america) a cui abbiamo ispirato la nostra comunità di clown scemani & sognatori pratici (Ritorno alla Creazione), un uomo che cerca di prendersi cura di sé.

Si a me a noi clown piace sognare e pensare – come sostiene Pach Adams (richiamato anche nel libro di Claudio Trupiano) – che:…. “la salute si basa sulla felicità”…nella primaria preoccupazione a cui tende : l’individuo e la sua paura”…..” quando Pach Adams sostiene che non è la risata la migliore medicina, (anche se con essa si produco sostanze endogene tese a migliorare la stessa azione terapeutica) ma l’amicizia, l’empatia, che lega il clown al paziente con il sorriso, rinnova la validità del fondamentale bisogno di un paziente, come di ogni essere umano, di non essere lasciato solo: esattamente ciò che Hamer definisce: “lo stato di profugo”…..attraverso il clown (cavallo di Troia) usciranno i clowns (necessari) a conquistare e a dimostrare la valenza dell’individuo nella sua interezza: psiche-organo. Una volta risolto o attenuato lo stato di panico e di paura, l’ulteriore intervento dovrà essere affidato …a medici e terapeutici con le mani calde….. L’incontro con il paziente diventa cosi un incontro tra due persone che collaborano , ciascuno con un suo compito . Un incontro di grande umanità, un valore spesso non considerato da molti medici oggi.” (tratto da “Grazie dottor Hamer” pag 337 -338)

“Caenorhabtitis elegans” è il nome di un verme di un millimetro. Il Biologo R. Horvitiz si interessò a “lui” per capire quando era triste e quando era felice. “Lui” (il verme) si sentiva veramente felice solo dopo aver mangiato. “Il verme” pare che abbia le caratteristiche cellulari primordiali a base di tutta la vita sulla terra: il boccone, l’ingestione, la digestione, l’espulsione, la rilassatezza….io ci aggiungo l’ultimo l’amore, per evitare ogni conflitto.

Ops. dimenticavo che c’entrano i conflitti D’AMORE della lumaca Aplysia con questa cosa dei conflitti biologici?

Beh pare anche dalle ricerche fatte da Kandel la capacita della memoria di coinvolgere modificazioni a livello delle sinapsi, e quindi realizzare nuovi seganvie e siti di contatto dove la comunicazione nervosa passa da un neurone a quello successivo, non sia quella a breve termine e questa modificazione e’ di tipo funzionale, e pare che non restino visibili neppure al microscopio: insomma consiste in cambiamento sterico di proteine implicate nel trasferimento dell’informazione. Per sua natura tale cambiamento e’ effimero, ma invece nella memoria permanente che un emozione come l’amore può dare si ad un cambiamento di forma dei rami piu’ fini dell’arborizzazione del neurone. Questo rimaneggiamento cellulare puo’ essere visibile al microscopio ed e’ duraturo.

“E’ una complessa operazione molecolare che richiede l’intervento del Dna che dirige la costruzione di nuove strutture e l’eliminazione di quelle che non servono, proprio come capita durante lo sviluppo del cervello. Insomma possiamo iniziare a comprendere come l’ambiente esterno, che possiamo creare, interagisca con l’individuo; come il tempo passato entra a far parte di noi e contribuisce a far si’ che ciascuno di noi diventi un individuo unico e irripetibile. Il mondo esterno non fa altro che continuare in maniera sottile e raffinata, e quasi con le stesse modalita’ molecolari, quell’opera di formazione, di rimaneggiamento del cervello iniziatasi nel periodo fetale della nostra esistenza.”

(brano tratto da 06.03.1996 TUTTO SCIENZE di Pier Giorgio Montarolo Universita’ di Torino)

E, pensare che basterebbe così poco per rendere felici e prendersi cura di un sacco di “abitanti” della terra, con tanti e duraturi attimi d’amore!

a cura di Nanos

 

Bibliografia e Fonti:

- Ritorno alla Creazione di Manitonquant;

- Dialogo tra i geni di Ernest Lawerence Rossi

- Grazie Dottor Hamer di Claudio Trupiano;

- EMDR…. di Francine Shapiro;

- Il cervello Antico …http://italiasalute.leonardo.it/;

- Biologia delle Credenze di Bruce Lipton ;

- Intelligenza emotiva e cervello emotivo:

punti di convergenza e implicazioni per la psicoanalisi

di Graeme Taylor, James D.A. Parker, R. Michael Bagby;

- L’intelligenza emotiva di Daniel Goleman;

- Il cervello emotivo (Le Doux 1996) è il sistema dell’elaborazione emozionale che opera indipendentemente ed al di fuori dell’esperienza cosciente ;

- Logoterapia e Analisi esistenziale di V. Frankl;

- Tian XU

http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http%3A%2F%2Finfo.med.yale.edu%2Fgenetics%2Fxu%2F&ei=QWofTeygB47wsgbNlaTjDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCEQ7gEwAA&prev=%2Fsearch%3Fq%3Dtian%2Bxu%26hl%3Dit%26biw%3D999%26bih%3D561%26rlz%3D1R2GPEA_it%26prmd%3Divns

- I Movimenti Oculari e l’antica tradizione SUFI

http://tradizionesacra.blog.tiscali.it/2009/01/06/esercizi_oculari_sufi_1_1958304-shtml/

NOTA  (aggiunta nel 2012): In proposito mi fà piacere annunciarvi la publicazione di una ricerca, frutto di oltre tre anni di lavoro con un gruppo di 200 volontari promossa dal mio fraterno amico Sidney Journò (co-autore con me del piccolo manuale “METTIAMOCI IN CERCHIO” edizioni la meridiana) e racchiusa in un manuale dal titolo: “Processo Esperenziale di Riconoscimento (P.E.R.) – arte di meditazione empatica”. E’ stata una bellissima esperienza che oggi viene divulgata liberamente ed alla quale ho avuto l’onore di partecipare.

QUESTO IL LINK DOVE POTETE SCARICA GRATUITAMENTE IL MANUALE (INEDITO) P.E.R. ARTE DI MEDITAZIONE EMPATICA:

http://www.formazioneper.it/

AUGURI… IN SOSPENSIONE!

La nostalgia é la bellezza delle carezze di ogni ricordo che restano sospesi, leggeri e liberi di lievitare per  trasformare questo spazio nero come una lavagna sempre pronta all’immaginazione.

Impressiono così, il mio stato d’animo, come possibilità di trasformazione e rinascita.

Per Bert Hellinger: “Lasciare… significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.”  

Pare che al mondo ci siamo due categorie di persone  i “Prendi” ed i “Lascia”. Categorie di persone le cui caratteristiche comportamentali sono immaginificamente descritte in un bellissimo libro oggi introvabile nella sua traduzione in Italiano: ISHMAEL DI DANIEL QUINN PDF .

Per questo per me, “lasciare” è provare a far rinascere ogni volta, ogni giorno, il mio bambino, il mio clown.

Per me, ciò rappresenta il significato del Natale, un Natale che ognuno possa festeggiare ogni giorno della sua vita.

E’ un avere così la possibilità di “lasciarsi andare” a quell’attimo di 1/25 di secondo, lo stesso tempo che mi è servito per scattare questa fotografia ieri sera a Salerno. Si quel “Nanosecondo”, per restare anch’io sospeso ad accogliere i movimenti dell’anima  e rivolgere ad essi tutta la mia attenzione.

“Tutta la mia attenzione” è augurarvi  “il meglio per me”!

Nanos

Adesso “è” teatro…!….

Ma chi fa teatro l’attore o l’uomo o donna o ermafrodita che sia? L’uomo “è” teatro in uno spazio scenico molto più ampio di un palco di teatro, perché egli è un mezzo di conoscenza è linguaggio.

Il progetto “segni di comunicazione” per me è stato un mezzo di conoscenza che è andato oltre lo spazio limitato del palco e del tempo stesso dei laboratori che hanno visto coinvolti diverse persone. Per me è stato anche un tentativo ulteriore di trasformazione della realtà interiore, relazionale e comunitaria.  In questo “spazio” ognuno di noi ha esplorato, per mettersi in scena, analizzare e provare a trasformare la realtà che vive. Ho immaginato di conservare l’entrata nel caos delle altezze ….. il mio non riuscire più a sognare …..e per il finale…e si magari in un’altra vita….ora vedo solo me in pantofole….. che si poggia su qualcuno e leggero prova a danzare per sostenere il peso dei suoi ricordi. Le finalità per me non sono state solo quelle della “rappresentazione” finale, ma anche quelle dello scoprirsi “dentro e fuori” la scena a quel “pubblico” che siamo noi stessi, per come ognuno il noi nella vita quotidiana si manifesta e recita la sua parte e prova a rendersi protagonista, affinché ognuno lo possa riconoscere nella vita. “Immaginariamente” in “segni di comunicazione” ho ritrovato sia fuori che dentro quello che ho cercato sin dall’inizio dell’esperienza: la rappresentazione di ognuno di noi, come essere umano che non “fa teatro” ma che “è” teatro. Ognuno di noi sia che stava “fuori e dentro” ha recitato la sua parte e messo in scena la parte di sé più nascosta, avendo conferme che non c’è mai per noi clown un teatro del fuori e del dentro la scena! In questo senso difendo i presupposti intimi del mio dissenso, che per me mantiene la propria base nella cultura della condivisione, sempre e comunque, anche del peggior lato di me.

Lo stesso concetto di “cittadinanza” nella nostra “…comunità libertaria di clown e sognatori pratici” parte da quel concetto “libertario” che è non insito nella condivisione per forza di tutti di una determinata esperienza, ma nel senso di essere libero di poter fare ognuno le proprie scelte e “rappresentarle” assumendosi l’onere e la responsabilità da solo della stessa scelta.Lo stesso concetto di “condivisione” o di “democrazia” in molti casi oggi viene utilizzato distorcendo il senso stesso del significato del termine sul quale, mai come in questi ultimi anni ci sarebbe bisogno di RI-Convenzionarsi (maieuticamente parlando). La stessa “arte” del nostro clown è trasformarsi in una forma di coscientizzazione che ci faccia aprire non solo ad una più chiara lettura dei nostri “segni di comunicazione”, limiti, fragilità, “oppressioni” o “immaginazioni”, ma fondamentalmente anche a quella rinnovata capacità di farci comprendere che una parte del mondo che non ci piace in ogni caso ci appartiene! In questo senso il mio non riuscire più a sognare, è maturato dal fatto che non vivo più quel senso di comunità che intendevo io, in verità già da un bel pezzo della mia vita ed i “segni” oggi sono evidenti (in generale). E, quindi mi chiedo: quali legami ancora ci possono tenere uniti, se fomentati dall’incuria. Un arte teatrale non ha bisogno solo delle parole, ha bisogno a volte anche dei silenzi, dei colori, ma in particolare delle “azioni umane” che nel tempo e nello spazio quotidiano di ognuno ci fanno pensare che siamo legati da una comunanza, che utilizza – e prima di tutto – è stata capace di condividere esperienze,  di provare a comunicare “segni”, oneri, cura e rispetto dell’altro.

Un etica estetica della bellezza che non c’è in un mondo che va alla deriva e che ci attraversa tutti. Un “autismo corale” comunitario dove ognuno, me compreso, ha manifestato con arroganza i propri limiti umani, ma anche in ciò ognuno ha l’obbligo di farsi carico di scoprire ogni giorno di ognuno la bellezza. Certo siamo distratti e la bellezza non la si può percepire quando si è distratti. Io tutto ciò ho solo potuto manifestare, pur nella mia incapacità di non riuscire più a sognare un desiderio – colto a volo da Adriana – di truccare tutti i clown, seduti nudi davanti a me, nel mentre danzavo tra i colori del trucco e nell’abbraccio di un fantasma. E, così svegliarmi incapace di esprimere li, attraverso la scoperta e la realizzazione di una gamma di “ruoli” quel no, tu non vieni! E, no …certamente, no! Non è un ruolo che ho imparato all’ultimo momento, ma un vissuto sviluppatosi in molti giorni forse mesi di incontri sia con il gruppo del laboratorio ma anche con assenze assordanti, o con bugie ripetute, e confermatesi – come per magia – solo alla fine, come sempre? E no, come sempre! Una spontaneità, non creata da un processo di “riscaldamento muscolare” che mi faceva pure dolere le ossa, la pancia, o la schiena, sempre più addolorata, ma un riconoscere ognuno di noi cosa è stato chiamato a riconoscersi ed a utilizzare, per giocare creativamente non nuovi ruoli da interpretare con l’aiuto di un regista anche famoso, ma semplicemente farseli scoprire. In questo senso ognuno di noi “è” teatro e non vedo alcuna separazione tra l’agire fuori e dentro in questo palco che è la nostra vita, dove era già tutta scritta la sceneggiatura con i ruoli dei protagonisti e delle comparse e dove i veri protagonisti – come al solito – erano quelli nascosti, fuori dalla scena come nei film gialli e le comparse quelle in scene. La stessa in-comprensione di alcuni di noi a far dire loro ci sono anch’io quando non c’eri, solo adesso, ne tanto quando non sognavo, ne tanto ……. Non c’eri e basta! Chi era in scena viveva già il suo dramma, e tu non c’eri. Vuoi andare via adesso, o tornare? Ma, noi non c’eravamo già per nessuno, in questo groviglio umano di desiderati!

Per questo il viaggio è da svolgersi in buona “compagnia teatrale” – forse per questo si chiama così – considerando da sempre il suo contesto ideale. Ciò va difeso, tutelato e non può essere inteso da nessuno come esclusione, comprendere ciò è già partecipare, per costruire un vero e nuovo spettacolo in vita, perché altrimenti siamo già morti! Questa si chiama per me volontà in movimento per RI-Costruire legami. “Addomesticarci” ognuno all’altro, desiderare che arrivi perché se no si perde qualcosa, e così stare li da ore ad aspettare che arrivi. Il problema più forte è quando non desideri che l’altro arrivi. Qui non c’è possibilità di alibi per nessuno, c’è solo onere, carico, chiedendosi:… perché? Responsabilità “è” scelta! Venire o non venire, senza delegarla ad altri. Questa è la vera libertà! La libertà è uno stato d’animo è un non sentirsi in colpa, per l’azione che si fa. E non cercare alleati impossibili, al di fuori di sé. Essere protagonisti significa anche saper rinunciare a fare una cosa. E questo può significare il modo giusto per poterla condividere con gli altri.La volontà della comunità, non si esprime attraverso il consenso ma solo attraverso l’azione, al tempo stesso individuale e collettiva. Questo è il senso del cum-munis per me. Il problema non è il dono ma come dono. Come io guardo e innaffio la mia rosa ogni giorno e come gli altri si accorgono che io ne sono innamorato. Il mio ruolo non è potuto essere quello di partecipare attivamente, bene allora innaffio quando posso la “mia” rosa, senza fare altro di più. Certo che ciò non può opprimere nessuno di noi, ed io mi sento oppresso. Solo attraverso la propria azione che “è” teatro, non siamo più spettatori, ma attori, registi, scenografi, del proprio quotidiano.

Attraverso ciò ognuno può sperimentare i propri limiti, senza più nessun obbligo di “apparire” a tutti i costi. E’ proprio attraverso l’identificazione di questi momenti di vita reale, che si possono scaricare tutte le nostre oppressione e, se vissuti come un‘ingiustizia, si può essere chiamati ad “immaginare” ancora di più attraverso questi “segni di comunicazione” cosa va corretto nei nostri comportamenti. E così come ne teatro anche nella vita ci sono diversi ruoli che si possono recitare: quelli della vittima, quelli del carnefice, quelli del saggio esaurito o dell’illuminato violento e scassa cazz o quello della malata immaginaria che vomita di continuo perché è stitica! Ognuno di noi nella vita quotidiana ha scelto il ruolo da recitare a che serve il teatro? Nel teatro non succede niente di interessante, e fuori che c’è il vero spettacolo! In questo contesto del “fuori scena” che si è invitati a sperimentare un’azione diversa senza l’aiuto degli altri. E così ognuno potrà mettere in scena, qualcosa di sé, diventando il vero protagonista ed aiutando sé stesso e l’altro a cambiare. Ognuno di noi mette in scena il proprio ruolo ed anche qui ognuno di noi me compreso, l’ha fatto! Credo che se si analizzano meglio questi aspetti, possiamo comprendere meglio il fuori e il dentro (la scena) di ognuno di noi e come questa esperienza ci sia venuta in aiuto, accettando il fatto una volta e per sempre che tutto il male possibile resta il meglio per me!

La vita è di per se una messa in scena di un momento di oppressione apparentemente personale che allarga la sua prospettiva al mondo reale ne rivela gli aspetti del vissuto di ognuno. Ecco, per questo, quando ho i mei n’truppi fuggo, avendo coscienza che non sono stato abbandonato ne che abbandono nessuno ma provo semplicemente ad  “immunizzarmi” dai “mecalo virus” o dalle ferita da armi da taglio e semmai nel silenzio provare a costruire nuovi legami. Non sono mai stato capace di condividere la mia solitudine, la mia nostalgia, la mia oppressione, cosciente del fatto che non sono capace a fare ciò senza il rischio di provare a far danno. A pensarci bene certamente non ci sono riuscito. Ma anch’io come voi sono un insieme di vizi e virtù che costituiscono il mio essere persona, perché ciascuno di noi come persona è capace di contenere tutto: tutti i diavoli e tutti i santi.Ogni personalità è una riduzione di questi elementi, quindi i filtri censori che impongono la moralità, la paura, ciò che gli altri possono pensare e così via, e consentono solo ad alcuni aspetti della persona di trasparire all’esterno. La personalità che avrà il permesso di apparire, è per il più delle volte, dovuta dalle imposizioni e dalle norme sociali e se volte dai nostri vuoti esistenziali. Io per assurdo nel fuggire non mi sono mai posto il problema di apparire, ma di scomparire in uno spazio temporale aiutato in questo viaggio infernale dalla mia più bellissima invenzione: la moto del tempo. Ora, tutelando quella rosa che continuo ad innaffiare ogni giorno, in questo arcobaleno di parole che provano a narrare il mio dissenso per alcuni atteggiamenti frutto di quei diversi nostri mondi interiori, combattuti dai ricordi e dai sogni di ognuno e continuare a navigare a vista tra quella realtà che non mi piace e la potenza dell’immaginazione, ancora mi rappresento nelle cose che non mi piacciamo, rivendicando qui, le cose che vorrei continuare a provare a fare insieme a voi.

In questo senso, rivolgo a me stesso ed a voi questo augurio: innamorarsi ancora, perché: “giuro a me piace parlare piano di notte!”

Nanos

LA MACCHINA DA CUCIRE DI MIA MADRE

“L’uomo di età avanzata non esiterà a chiedere a un bambino di sette giorni dov’è il luogo della vita, e quell’uomo vivrà. Perché molti dei primi saranno ultimi, e diventeranno tutt’uno.” (Jesus)

I miei 7 giorni su 7 ops x 7 = a 49 anni li compiuti tempo fa ed ho compreso meglio cosa significava, per me, questa frase che avevo letto, alcuni anni prima in un vangelo che mia madre aveva sul comodino. Poi, mi fece piacere quando la risentii gridare in un corteo “…e gli ultimi saranno i primi!”.

Ogni tanto questa frase mi ritorna in mente. Nulla è a caso! …. Mi son chiesto(?)…. E, sì certamente è così! Ho pensato alle coincidenze, ai motivi che possono avvicinare le persone ed a quelli che le allontanano.

Ho giocato spesso con la mia sorte e con la mia passione… del sarto… che a volte si perde i pezzi. Mi cadano sotto il tavolo, come tutti i frammenti di stoffa tagliati male.

Eppure adesso li vorrei ricucire, per crearmi un nuovo vestito! Ma come? …se la macchina è rotta! Li salderò con la colla dei giorni passati o quelli che sto cercando di ricostruirmi oggi. Devo aggiustare la macchina da cucire di mia madre a tutti i costi. Si proprio, quella che mi ha lasciato in eredità mia madre; la sua vecchia e mitica “Singer”. L’avevo data nel frattempo a un  falegname, per fargli rimettere a posto il mobile di noce che la contiene, e lui me l’ha dipinta di bianco.

Per fortuna che ha salvato il colore lucente nero e le cromature, della mia Singer. Quel nero lucido laccato come oggi non se ne trova più in giro. Sembra appena uscita dalla fabbrica. Gira ancora a pedali, senza sofisticati motori elettrici. E’ veloce, dipende dalla forza che ci metti nelle gambe, ma ho imparato che è più un movimento di piede. Va pure avanti e indietro, è bellissima! Ci ho cucito, rammendato, stretto, allargato: pantaloni e camice. Per non parlare del vestito di Pulcinella, di un carnevale fa morto anch’esso, nel ricordo. E, pure del mio clown, anch’esso in riparazione.

I frammenti di stoffa li ho raccolti tutti e sto pensando a come rimetterli insieme. Sarà il caso? Non mi lascerò certamente accavallare dagli eventi! Ma, dal loro rinsaldarsi nel ricucirlo. Un tempo frammentato, strappato, e lasciati li sotto il tavolo, per molto tempo e che adesso devo raccogliere.

Mi chiedo: ma chi sarà il primo e l’ultimo? Quale prenderò per primo, mi dovrò attenere solo al colore o anche alla forma, alla sua grandezza, alla morbidezza, alla ruvidità. Meglio ascoltare i colori?  E, alla forma lasciare le parole? O, la grandezza della note che escono dagli strappi, e lacerato sui bordi della loro ormai fragile esistenza?

Cosa è meglio fare? Ma!

La prima nota è il DO che si identifica come la prima nota della nascita dell’universo. Sette sono le note musicali, sette sono i giorni. Ed il ciclo lunare è 3×7 = di 21.

Si ho deciso li conterò! Ne dovrò trovare 21 di frammenti che possono essere tutto e niente e al settimo: come Lui mi riposerò!

Adesso ho le idee più chiare. I frammenti che stanno sotto il tavolo vivono ognuno un proprio pezzo di storia che rischia di perdersi se non li raccolgo adesso. Così ho preso una pausa prima di ricucirli. Una pausa di flessione sotto al tavolo, per esercitarmi, a nascondermi, dietro al colore della stoffa, e alla voce che mi richiama, ad ogni ricordo, immagine di quello che fu.

Mi potrò riposare anch’io,… ma mica sono Dio?

Ma a che serve. Io so un clown e mi chiamo Nanosecondo e per me mille anni è la stessa cosa. A che mi serve riposare e pensare ad essere un’immortale, sai che noia;… per Dio!

Per questo tiene la barba lunga. Deve essere un po’ attaccato a sta storia dei tre denari e così si risparmia il barbiere. Ma non ci vanno tutti i peli sotto al tavolo? Ne farà frammenti per i miei stracci? E, poi non si rammaricasse a guardare sempre i peli negli occhi dell’uomo per terra prima, se non in tutto questo tempo noi si è mai guardati i suoi.

Forse gli serve la barba, per fare Babbo Natale?

Devo pensare a me; e, al come far girare con il mio piede destro il pedale della ruota della macchina da cucire: la mia ruota del tempo?

Oh! Che gioia ritornare bambino! ….. quando mi chiudevo nella mia navicella spaziale per volare …….la macchiana da cucire così si trasformava nel mio simulatore di volo …… come posso essere tutto quello che voglio essere….. rinascere? Si anche un po’ morire! …..nel corpo, ma non in questo spirito che ancora si comporta da bambino? Allora devo essere in grado adesso, subito di raccogliere i frammenti sotto il tavolo per rimetterli insieme, per ricucire il vestito più bello per il mio clown e ricostruire così il mio ciclo lunare.

E, poi lo sanno tutti che Gesù disse loro: “Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.”

Si li ricucirò alla rovescia, farò il punto mosca, mi daranno fastidio un po’, come al solito, le cuciture, ma ora il falegname mi ha riportato la macchina da cucire di mia madre, e sono veramente contento.

Ora, mi serve un riparatore autorizzato. Se ne conoscete uno fatemelo sapere. Questo che avevo trovato è chiuso da un pezzo mi hanno detto.

 Nanos

 

“SALITA e DISCESA”

L’entrata nell’animo delle persone è come questo biglietto a tempo, che ho tra le mani.

Si come questo che compro a volte per poter salire sul mio autobus-linea n. 8 CSTP da Salerno a Pontecagnano.

Un tempo d’incontri, indecifrabili, sorprendenti di significati e diversi mondi, come quelli, di chi mi sta seduto a fianco e, con i suoi occhi neri, mi guarda attraversando i mari che a dovuto attraversare, per arrivare fin qui.

 

Un viaggio della vita c’è negli occhi di ognuno di noi, penso. Un continuo salire e scendere per queste scale, per me, come un astronauta all’interno dei miei pianeti.

Quelli che mi porto sempre appresso, fin dall’inizio, come l’universo, o più banalmente come in questo autobus della linea dell’8 che girano negli occhi di chi mi guarda.

Io sono come loro. Posso essere cosa voi vogliate che sia: biglietto a ore, costo, controllore, viaggio, ma anche, passeggero, o chi sà se meglio semmai a met(à) con lui: terrorista o terrone?  O meta, …sconosciuta che rivedo nella mia luna (!?).

Una luna storta, nascosta, per la parte migliore, che non riesco mai a vedere, che si può rivolgerle oltre, verso il buio, per paura dinutrirsi al sole.

E poi, intenso piacere come intenso tormento, che con la marea fa salire e scendere le acque.

O mare, infinito, che esploro la sera, per provare a vedere oltre l’altro versante della luna.

Ecco, faccio spesso su e giù, tra queste porte che mi portano.

Casualmente transito dalle mie parti, accettando di perdermi o che mi cada giù dalle stelle un’onda.

E, scoprire nel silenzio, ogni paura del mio disincanto. Ma come le mie stelle, preferisco incantarmi per non  rischiare di incatenarmi.

L’incatamento è una percezione rinforzante, di come possa essere infinito, aperto al cambiamento e alla continua messa in discussione.

E’ un dialogo infinito tra questa luce e le mie ombre, sono salito e disceso, non come limite del mio biglietto a ore,

ma come strumento, d’apertura… ops,….sono arrivato,

questa è la mia fermata, devo scendere!

cstp linea 8

A presto rivederci, Nanos

Il mio clown: essere ciò che sono!

Sempre più nel campo della neurobiologia interpersonale si prova che l’integrazione sia alla base del benessere di un modello sano di società, la strada che immagino io da percorrere è circolare.

Le nostre vite sono flessibili come la canna di un bambù che si flette al vento per superare ogni tempesta. Il nostro pensiero è corpo, è materia e si adatta ed evolve solo se coerente con queste leggi della natura. La legge fisica Unigravitazionale la definisce nella sua ricerca il mio amico Prof. Renato Palmieri.

La stessa natura ci sta dando segnali precisi a riguardo. Il cambiamento climatico è uno di questi. Senza questa capacità adattiva il flusso delle nostre menti accellera, questo è un altro segnale per noi. Si indebolisce così le nostre capacità di superare le difficoltà.

Ci vuole per il nuovo mondo un “governo” della poesia, dell’arte, della filosofia, con una sana follia di molti clown – come nel mio caso – perché sono le uniche che ci possono aiutare a superare le difficoltà.

A volte le stesse difficoltà sembrano che dominino il nostro tempo, ma è proprio se riusciamo a stare più tempo uno di fronte all’altro, che ne possiamo trarre giovamento (compagnia) e non sentirci soli e abbandonati a noi stessi. Cervello poeta e cervello ingegnere? No! E’ solo nell’unità “utopica” (non mi par luogo: destra – sinistra) dei due “cervelli” che si ritrova equilibrio ed armonia.

Spinoza diceva che “la vera salvezza e la vera beatitudine consistono nella pace dell’anima…..l’umorismo va distinto dall’ironia. Quando usiamo l’umorismo nella giusta misura e nel momento giusto ridiamo con gli altri.[1]. Molti studiosi di neuroscienza e lo stesso Spinoza ci dicono che non c’è assolutamente separazione tra corpo fisico e anima. Quando il nostro animo è triste anche il corpo si ammala. Le sensazioni integrano sempre le strutture non verbali (il nostro corpo) che parlano alle cellule dei nostri organi delle nostre membra, e sono proprio le tendenze all’azione i “movimenti attuati” nel nostro corpo (prima fisico, che mentale) che ci possono dare la giusta energia se riusciamo a trovargli nuovi scopi.

La mia esperienza di clown sociale “utopico” mi ha spinto a ricercare in questo campo e del come la stessa esperienza del clown, partendo da quel “se” (congiunzione e non affermazione) possa “integrare” quell’armonia necessaria tra corpo-anima.

La stessa parola che il più delle volte ci spinge a immaginare la nostra realtà in un certo modo deve essere abbandonata del tutto, per farci vivere a pieno l’esperienza del linguaggio non verbale del nostro clown.

Dentro questa esperienza il linguaggio degli specchi[2] (neuroni a specchio) delle sensazioni del corpo, del come si muove e di quale significato possiamo dare a questi movimenti a volte impercettibili, sta la mia massima attenzione. Il corpo trattiene, come l’anima, il ricordo che a volte deve essere lasciato andare. Tendiamo sempre – in maniera sbagliata – a proiettare sugli altri i nostri blocchi emotivi e cosi non riusciremo mai a liberarcene, perché convinti che la colpa sia sempre dell’altro. In verità l’altro ci sta facendo da specchio e ci sta dicendo solo su quale cosa dobbiamo lavorare con noi stessi, per questo tutto ciò che ci può capitare male di noi è il meglio per noi. “Il meglio per me” resta proprio l’incontro che nel qui ed ora posso realizzare con l’altro e con me stesso/a.

E’ dentro questa cornice che si deve andare a compiere l’azione del “mio” clown, attraverso un movimento che prima che esterno sia rivolto all’interno. Il clown così diventa e ci da la possibilità di distanziarci, nel paradosso, per essere “altro da me!”, uccidere l’ego per essere semplicemente senza più maschere: “sono!”.

E’ qui che nel movimento impercettibile posso ricercare nuovi scopi, nel paradosso del “mio” (di ognuno) clown “utopico”, che resta “fuori” da quel luogo per un attimo, sospeso con il suo corpo e la sua anima,  che ricordano e rischiano così di vivere sempre il passato, o peggio proiettando sull’altro un futuro che mai arriverà. Perché? Ma, il futuro è adesso!

Il problema più drammatico di ognuno di noi (personalmente non ne sono immune) è, e resta, sempre lo stesso: attaccarci al nostro dolore, perché siamo consapevoli che il nostro corpo, la chimica del nostro corpo ne ha bisogno. Siamo tutti “tossicodipendenti” di quella chimica a ribasso che le nostre emozioni producono. Il clown in questo caso ci può aiutare, proprio partendo da una delle leggi dell’universo l’osservatore condiziona sempre l’osservato.

Il congelamento del corpo nel movimento resta una proiezione del nostro stato d’animo, che è fine a se stesso. Se però “imparo” al mio corpo – attraverso il clown - a trovare un  nuovo scopo allo stesso movimento (a quel linguaggio non verbale) attraverso la neutralità del mio corpo, l’animo si allinea ed il corpo (il pensiero, la ragione) non ce la fa, cosi egli fa appello all’immaginazione, al gioco del mio animo clown e dopo aver consapevolizzato la motivazione del “congelamento” del gesto originario, propone nel suo paradosso al “mio” clown l’azione medesima. E se per caso mi sono perso il “mio” futuro, mi faccio aiutare a cercarlo dagli altri che incontro e cosi mi potrò fermare un attimo con lui, per donarci un sorriso.

In questo senso ogni esercizio che si propone, ha bisogno di un’attenzione e di una percezione sensoriale a specchio tra facilitatore e protagonista, perché solo cosi possiamo “rompere” insieme ogni monotonia ripetitiva del nostro corpo e favorire nuove prospettive e nuove soluzioni.

Per questo è necessario superare ogni passività, utilizzando la stessa passività. Per questo è importante che ogni volta che sentiamo una sensazione fisica nel nostro corpo, e che semmai ci fa star male, darle il “benvenuto” e chiederle: “cosa posso fare ora per te!”.

Ciò ci aiuterà sicuramente a ridere di “se”, con un riso che prenderà la sua energia dal nostro corpo, integrando ed unificando le nostre false credenze.

Si come fanno i bambini che quando ridono non toccano mai con i piedi per terra, perché questa forma di riso non risponde a nessun codice morale, perché tutto ciò non ha a che vedere con il bene e con il male, ma solo con l’armonia dell’universo, solo così possiamo ritornare a stupirci ed incantarci.


[1] “Spinoza” di Maurizio Zani – Filosofia e Salute – Editore Riza;

[2]  “I sette specchi Esseni” il significato , sito bibliografia .

Il dono? Il tempo!

 

ascea 2013 3 In questo teatro della vita, in uno spazio ed un tempo del dentro e del fuori, ho incontrato oltre 180 ragazze e ragazzi, ed insieme abbiamo provato a guardare il mondo, con gli occhi del clown………… perchè? Ma per cogliere la vera realtà del nostro tempo, occorre rivolgere il nostro sguardo nell’ interiorità di ogni essere umano!

…..e, più che usare parole, ho provato a far usare la forma dei suoni che le parole prendono nel corpo, ed a seconda di questa nuova immagine che si crea di “se”, ho provato a farle imprimere nell’anima delle cose dando loro un nuovo scopo, nel loro accadere. La memoria del nostro corpo ha la facoltà di trattenerle, la testimonianza di esse attraverso la bellezza e l’immaginazione le lasciano andare. E’ così che ogni paura e fragilità, ricrea il mondo che guardiamo….realizzando un nuovo tempo e un nuovo spazio….

…si il dono più bello che il clown ci può fare è il tempo!

19° evento, Ascea Marina (SA) 2013 “Animali e qualità della vita” 

il sipario

Il siparioMi sono cucito anch’io un sipario e messo in scena me stesso ‘tagliando’ lo spazio del tempo quotidiano e l’oltre. Si quello che sembra non appartenerci quello extra, quello del tempo all’incontrario: il tempo della autenticità e dell’ipocrisia, del passato e del presente, mai di quel futuro che non verrà.

Si me l’ha detto anche una mia carissima amica: “Nanos …. è stato favoloso, quasi magico!” 

E, lei cosi fece leggere a tutti, nel mio teatro, alcuni brani, tra i quali questo: “La zona d’ombra tra il passato e il futuro è il precario mondo di trasformazione dentro la crisalide. Parte di noi si guarda indietro, soffrendo per la magia che ha perduto; Parte di noi è felice di dire addio al suo caotico passato; Parte di noi si rivolge al domani con tutto il coraggio di cui è capace; Parte di noi è eccitata dalle possibilità del cambiamento; Parte di noi è immobile, e non ha il coraggio di guardare da nessuna parte.” (da – Il tempo delle due lune – di Priscilla Cogan) 

E, adesso tutti in scena, si apri il sipario! 

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