Clown Nanosecondo..in mostra!

“L’incanto” pastello mdf70x70 di Maria Sibilio

Il mondo allo specchio è identico al nostro?

Che la distinzione tra destra e sinistra è puramente convenzionale come quella tra alto e basso?

Di certo le cose stanno in questo modo per la meccanica classica e per l’elettromagnetisimo (almeno per quello studiato oggi nelle nostre Università, in quanto cosa diversa già sarebbe per la Fisica Unigravitazionale di Renato Palmieri).

Osservando allo specchio un fiore o altro oggetto (o soggetto) sembrerebbe che ci sia differenza e non si noterebbe nulla di strano. Perché leggi fondamentali sarebbero rispettate. Ma già se andiamo nel campo della Meccanica Quantistica – la teoria che descrive i fenomeni atomici e subatomici – pare che saremmo costretti ad osservare la natura senza distinguere destra e sinistra, alto o basso.

Insomma si è scoperto successivamente che uno specchio magico che invertisse non solo la parità, ma anche la materia lascerebbe invariate tutte le leggi della fisica classiche (fatta eccezione per alcuni processi di decadimento).


Insomma, come è capitato ad “Alice nel paese delle meraviglie” ….quel giorno parlando con la sua micia Kitty: ”Ti piacerebbe vivere nella casa dello specchio, Kitty?,…(facendo finta che!) … e arrampicandosi sulla mensola del caminetto, quasi per magia il vetro dello specchio comincia a liquefarsi come se fosse una splendente nebbiolina argentea….e il mondo al di là dello specchio ……l’accoglie con tutte le sue meravigliose stranezze…”.


L’isomeria ottica (dal greco ισομερης, isomerès; isos = “uguale”, méros = “parte”) è quel fenomeno per il quale sostanze diverse per proprietà fisiche e spesso anche per comportamento chimico hanno la stessa formula bruta, cioè stesso peso molecolare e stessa composizione percentuale di atomi, e ciò da una ricerca di Johannes Wislicenus che anche Orwell sembrava conoscesse e come disse Richard Feynman, ciò costituisce una prova della comune origine di tutti gli esseri viventi.

Aggiungo: Dipende solo da come vi gira la molecola!

 P.S. Nei due quadri che ha realizzato la mia carissima amica (Clown) Maria Sibilio  il primo sguardo “l’incanto” se visto allo specchio si trasforma in “follia”. Destra e sinistra, alto e basso é la stessa cosa. Non ce differenza. Se ciò lo leggiamo con gli occhi del clown é rappresentato dalla bellezza del nostro essere, che é sempre infinita bellezza a specchio con l’altro: “L’Io é un altro”…..

In questo senso metto qui un commento che mi è arrivato tramite il mio profilo facebook da parte di un’altra carissima amica.. Clown Muffin (Anna) sul primo quadro dal titolo l’incanto:

.”sei bellissimo nanos …mi sembra quasi di non riconoscerti ovvero sei sempre tu ma ti sei trasformato, dentro di te ci sono tutti gli incontri che hai fatto…tutte le persone che hai abbracciato.”   

 

Info: in mostra dal 1 al 13 giugno 2014
“Complesso Teatro de Dioscuri”
Via Picenza, 1 – Quirinale, Roma  
 
www.arteperoggi.it                  

la follia in mostra galleria arte oggi dal 1 al 13 giugno 2014

clown nanoseconco l'incanto in mostra

l’incanto in mostra arte oggi dal 1 al 13 giugno 2014 roma

“la follia” pastello su mdf 70×70 di Maria Sibilio

Io è un altro (l’altro) “Je est un autre”

Vincenzo Maddaloni……. per una pedagogia del “mio” clown eutopico.

“Je est un autre”… è una formula che ricorre in diversi scritti di Arthur Rimbaud, una poetica che ha segnato in maniera decisiva lo sviluppo successivo della letteratura francese e non solo.

In questi anni si sono succedute diverse letture e  riflessioni sul significato “ermeneutico” di questa frase di Rimbaud. Molti ed eccellenti ingegni, prima di me e per altri e diversi motivi,  si sono esercitati sui testi poetici di Arthur Rimbaud (il poeta maledetto) e su questa formula in particolare. Per esempio, una delle più famose e rilevanti riprese della formula “Io è un altro” è quella di Jacques Lacan: lo psicanalista francese che l’ha valorizzata nella sua personale rielaborazione dell’inconscio.

Per quel che mi riguarda proverò a penetrare la formula “Je est un autre” attraverso lo sguardo e gli occhi del “mio” clown eutopico.

Qui  occorre risalire al contesto in cui questa frase viene espressa da Rimbaud e che si pose in contrapposizione alla concezione artistica corrente nell’ambiente letterario della sua epoca (1871). Le sue parole hanno il tono della sfida e del desiderio di cambiamento. Qual è l’avversario a cui Rimbaud getta il guanto? Ce lo dice lui esplicitamente: «la poesia soggettiva» ricercata da Izambard (A. Rimbaud, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1975, ristampa 2006, p. 449), la poesia dei Parnassiani e del secondo romanticismo, per la quale il poeta di Charleville passa da una iniziale ammirazione, al distacco pressoché completo, che alla fine lo conduce fino alla satira ed al disprezzo (con importanti eccezioni, tra le altre, ad esempio, Verlaine).

Emerge da questo esempio con tutta evidenza che il nemico a cui Rimbaud si rivolge alla poetica parnassiana, tutta incentrata sul soggetto e sull’esaltazione del rigore formale del verso; poetica che si fonda sulla celebre teoria de “l’arte per l’arte” per cui “…l’artista nella creazione deve avere come unico scopo la bellezza e rifuggire l’impegno sociale o sognatore di pratico (come, costruttore di comunità: cum-munis) nel caso nostro come clown e sognatore pratico di come posso vivere la mia esperienza. Rimbaud è stato un fervido sostenitore delle rivendicazioni sociali e democratiche espresse ed attuate dal rivolgimento popolare e dal governo della primavera del 1871..” cosi come riprendeDaniele Baron in una sua ricerca filosofica)  … “..in quei giorni convulsi, Rimbaud sente il bisogno di una poesia nuova o «poesia oggettiva», adeguata ai tempi che verranno – «questo avvenire (…) sarà materialista»– che si richiami alla poesia greca che ritmava l’azione o che sia addirittura “in avanti” (en avant) rispetto all’azione. A questo scopo il poeta si farà Veggente «mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi» e così, come il mio clown, attraversando ogni forma di sofferenza, di amore e follia può raggiungere l’ignoto, io, altro da me e così dare voce alle visioni raggiunte con questo balzo, il poeta dovrà trovare una lingua nuova che «sarà anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Sarebbe compito del poeta definire la quantità d’ignoto che si ridesta nell’anima universale del suo tempo».

Il clown abbiamo sempre detto che è “poesia fatta persona” ed è in questa ottica che la mia ricerca ed il mio intento viene acclarandosi della nozione che è al centro di questa mia riflessione e del nostro interesse su: “Io è un altro”.

Rimbaud la usa allo scopo preciso di uscire dal soggettivismo, dall’idealismo, dal formalismo, nello sforzo, attraverso lo sregolarsi dei sensi, attraverso il confondersi delle normali distinzioni di senso tra parole, colori e suoni, di parlare una lingua nuova che sia adeguata ai tempi mutati. E’ significativo che Rimbaud dica Je est e non Je suis, cioè “Io è” in terza persona.  

In questo senso passo e supero, per certi versi, attraverso l’esercizio dell’IO SONO, che già altre volte ho provato a spiegarne il senso, perché in questo caso l’Io diventi un corpo estraneo alla coscienza (sono), e quindi non più essere a fondamento del “mio” pensiero, né poter avere uno statuto privilegiato. In questo senso l’aspetto “neutro della pagina bianca” dell’Io che non si pensa più come “sono”, ma di un IO che E’ PENSATO, ed assiste allo schiudersi del pensiero come uno spettatore esterno, come un altro da sé (in questo senso “cerco di spiegare il “se” senza accento di cui tanto parlo a volte)! E’ proprio per questo motivo che resta importante anche da un punto di vista filosofico, la stessa “svalutazione” dell’Io come soggetto del pensiero.

Rimbaud, nella lettera a Georges Izambard scrive: «E’ falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il gioco di parole. IO è un altro. Tanto peggio per il pezzo di legno che si ritrova violino, e Sprezzo agli incoscienti, che cavillano su ciò che ignorano completamente!» (da la ricerca di Daniele Baron).

Insomma come Rimbaud diceva: se una tromba si risveglia, trombante; se una caramella si risveglia, patata; se uno squassa si risveglia scassa;  un mecalo virus si risveglia perla, non è affatto colpa sua ed anche per me è evidente che assistiamo allo schiudersi di quello che è un altro che si osserva, si ascolta, che lancia una nota diversa, per creare una diversa sintonia, o per provocare un sommovimento di profondità fino ad arrivare ad un balzo di “scena” da far scappare via tutti gli spettatori dal porcile dove si sono ritrovati.

E se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del “me stesso” nell’altro, almeno semmai, soltanto, per un significato falso, non avremmo da spazzar via milioni di scheletri che ogni giorno escono dall’armadio, per ricordarci che, da tempo infinito, abbiamo allevato un’orda di porci intelligenti che oggi si proclamano  autori di quel “me stesso”, che è altro da me e che sono io stesso e nel quale non posso che rispecchiarmi!

Lo stesso Ulisse vide tutti i suoi amici porci e ciò gli servi per comprendere se stesso e tornare a casa.

Ora però possiamo anche affermare con cognizioni di causa-effetto-causa che attraverso le parole di ognuno, come l’Io di ognuno è Io è un’altro e come sia del tutto impotente di fronte al pensiero che ci siamo fatti ognuno di noi del proprio IO.

Il nostro viaggio clown è partito dalla ricerca di un IO SONO come flusso che esce spontaneo dalle profondità: i pensieri stessi nel recitare questo testo impegnativo erano improvvise emergenze di un fiume carsico che scorreva senza essere visto.  Qui occorre abbandonare le stratificazioni di significato che ci porterebbe a parlare di “Io è un’Altro” in termini di persona, non perché ciò non sia possibile e lecito, ma perché l’interpretazione sarebbe secondaria. Bisogna infatti intendere queste due espressioni come concetti collegati alla medesima “coscienza” che in ogni caso non ci appartiene, la stessa coscienza che nel pensare è sia in sé, cioè identica a sé stessa, sia altro da sè, cioè identica all’altro, e per questo che il “sé” (affermazione) per me diventa “se” (senza nessun accento), congiunzione! Ogni affermazione dell’altro è uno specchio di me, nel senso di essere perla e porco allo stesso tempo, altrimenti non potrei essere ne l’uno ne l’altro.

Insomma se l’IO SONO è soggetto, nella trasmutazione pedagogica del mio “clown eutopico” esso diventa “oggetto” rispetto al pensato di me e dell’altro. Insomma quella forma vuota a cui vengono associati i pensieri, che nascono indipendentemente da lui perché io sono anche l’altro e “l’IO è l’altro”.

Insomma c’è un livello di consapevolezza, quello che ci fa dire: l’Io è un/l’altro, che permette di smascherare l’alienazione dell’Io, permette di indicare gli incoscienti, i “dormienti” (potremmo anche dire) che «cavillano su ciò che ignorano», quelli che pensano che l’Io sia a fondamento del sapere.

Sartre con una invenzione grafica efficace ne L’être et le néant scrive che lo stesso “cogito” (coscienza) lo può essere quando si trasforma da soggetto in un oggetto nel mondo. Insomma quando “cogito” diventa una porta, una penna, un tavolo, è realmente coscienza (di) “sé”, quando come persona riesce a stare in un  posto e prende la stessa forma del posto!

Come altre volte ho scritto, preciso ancora che quando metto tra parentesi il mio “sé” (con l’accento) sta a significare che il “cogito” non pone ancora sé stesso come oggetto-luogo, ma che è consapevole di “se” (senza accento) solo nel momento in cui è cosciente di qualche cosa (nella sostanza diventa un “oggetto”, nel mondo) senza porsi più il problema di “esistere”, insomma provare a perdersi per ritrovarsi. Il non trovare il proprio luogo realizza il vuoto che ci farà contattare gli altri (coscienza del “se”) e quindi a quel punto passeremo dal IO SONO all “IO E’ L’ALTRO” (e quindi nel CUM–MUNIS).

La nostra coscienza attuale è senza IO SONO (cogito, ergo sum): non ne ha alcun bisogno. Infatti, per porsi in quanto tale, vale a dire come coscienza del mondo e come coscienza (di) “sé” c’è bisogno di essere “se” congiunzione ed in questo caso L’Io è un/l’altro si costituisce!

L’Ego pertanto è trascendente la coscienza e per questo motivo si può attuare l’epoché, la sospensione del giudizio, nei confronti di tutti, così come Husserl la attua per gli altri oggetti del mondo. Ad esempio non c’è giudizio per un albero che spinto da un forte vento ci viene addosso, cosi come non c’è giudizio se una barca trascinata dalla corrente ci spinge sottoacqua con la sua chiglia col rischio di farci affogare.

In questo senso poeticamente parlando il “mio” clown eutopico rappresenta una coscienza trascendentale. Egli è una spontaneità impersonale che si determina all’esistenza di ogni istante (nel qui ed ora) ed in questo senso neutro, pagina bianca, senza che si possa concepire “niente prima di esso”.  Ogni istante di vita del “mio” clown eutopico rappresenta una vita in-cosciente che ci rivela quindi una creazione dal nulla, da zero, e ci connette al tutto in coscienza, avendo coscienza che la coscienza non ci appartiene ma ci possiamo solo accedere: “Io è un/l’altro”

In questo senso ogni contesto dove si svolge la mia azione potrà provare che la spontaneità delle “coscienze” non potrebbe emanarsi da un Io assoluto “soggetto del “sé”, ma solo sa “verso” l’Io è un altro. In questo caso lo raggiunge, lo lascia intravedere sotto il suo limpido spessore, ma si dà in primo luogo come spontaneità individuata e impersonale, come una pagina bianca dove scrivere il proprio futuro, insomma un autopoiesi.

“Questa coscienza assoluta, quando è purificata dall’Io, non ha più niente di un soggetto, non è nemmeno una collezione di rappresentazioni (teatrali, proprio nel senso che il nostro clown non fa spettacoli, anche se li può fare. Non fa rappresentazioni ma si presenta!)…”….. egli (il clown) è (semplicemente) una condizione prima, una sorgente assoluta di esistenza e quindi di relazione tra “l’io è un/l’altro”.

In questo senso non occorre altro per “fondare” e “condividere principi“, ne una morale, ne una polis assolutamente positiva.

Il problema è l’intenzionalità, è il prendersi cura, è il fare, è l’innamorarsi ogni giorno, è l’incanto, è l’incantarsi, in tutto quello che si è, che ci circonda e/o si può essere, dove ognuno non è più maestro di asilitudine, ma è con l’altro in comunione e gratitudine.

Per la nozione di intenzionalità ogni coscienza è sempre “coscienza di” qualche cosa e, pertanto, mondo e coscienza sono dati nello stesso momento. La coscienza, inoltre, non è più nulla in sé; il “soggetto-oggetto” non è più contenuto nella coscienza in alcun modo (neanche a titolo di rappresentazione), le cose sono fuori dalla coscienza ed essa diventa un assoluto non sostanziale.

Insomma è “esplodere verso” (s’éclater vers,.. come diceva Sartre), una trascendenza che ci getta «sulla strada maestra, in mezzo alle minacce, sotto una luce accecante.

Esistere, dice Heidegger, è essere-nel-mondo. Questo “essere-nel-mondo” va inteso in senso dinamico. Essere è esplodere nel mondo, è partire da un nulla di mondo e di coscienza per esplodere-come-coscienza-nel-mondo d’improvviso (…).

Husserl chiama “intenzionalità” …”…questa necessità della coscienza di esistere come coscienza d’altro da séI possenti spigoli del mondo venivano corrosi da queste diligenti diastasi: assimilazione, unificazione, identificazione. Invano i più rudi tra noi, i più semplici, cercavano qualcosa di solido, qualcosa che non fosse lo spirito; dappertutto non incontravano che una nebbia soffice e raffinata: se stessi”. Insomma l’intenzionalità del “mio Clown eutopico” è ciò che potrà permettere a chiunque “…di ridare alla nostra parte di mondo il suo peso e la sua concretezza. Eccoci….” (A. Rimbaud)…aggiungo solo: con il “mio” clown…e le sue “follie”! Per questo per me la palestra di strada del mio clown è uno dei momenti più significativi della formazione “mio” clown eutopico.

Insomma lo stesso Rimbaud avverte come me alla fine l’urgenza dell’impegno concreto e parla della poesia in rapporto all’azione, non ad una ipotetica scelta, ma ad una vera è propria intenzione.

Ecco, anch’io vi parlo qui di un Clown “poesia fatta persona” in rapporto alle sue intenzioni/azioni, al di la di ogni moralismo ed idealismo di sorta. Parlo di un clown che sia prima di tutto intenzione/azione e che “sia già mondo”, vale a dire che sia già presso le cose e le persone nel mondo, prima di essere in “sé” (con l’accento). Il clown in questo caso diventa un oggetto e non più un soggetto. Il clown come uno straniero rispetto ai territori in cui abitano i pensieri ed al soggetto (io sono) viene sostituito un che di impersonale, un flusso, una creazione dal nulla.

La formula “Io è un/l’altro” è prima di tutto la spiegazione di questo fatto: il soggetto è altro da sé ed è alienato quando cerca di porsi come in-sé e il fondamento va cercato in qualcosa di posto prima, non in senso temporale, ma logico per passare cosi da un “cogito” pre-riflessivo, direttamente all’ignoto, come al vuoto, come la pagina bianca o la neutralità.

Una consapevole apertura all’ignoto (il fare vuoto, fare pagina bianca, il neutro) e solo in questa consapevolezza che vi è un elemento essenziale: il passaggio dall’individuo, inteso come soggetto chiuso narcisisticamente in sé (l’Io), all’impersonale flusso caotico dei pensieri del clown-veggente-poeta, uomo-intero, nudo, uomo delle origini e della precivilizzazione, oggetto lui stesso della possibile trasformazione.

Ciò ha come conseguenza benefica di portare alla luce zone d’ignoto. Questa azione di svelamento dell’ignoto, dunque, non può che avvenire sulla base di una coscienza di sé (affatto differente dall’Io).

In questo senso lo stesso linguaggio, la parola del clown se pronunciata gli impedisce di dire e rappresentare in modo univoco e preciso il “luogo” che precede la correlazione soggetto-oggetto e che si cerca di individuare attraverso lo stesso esercizio dell’IO SONO, senza la consapevolezza della relazione de “l’Io è l’altro”.

Esso è dicibile, rappresentabile, pensabile o ineffabile, indicibile? E’ parola o silenzio? E’ trasparente a sé o opaco? Coscienza assoluta o ignoto che viene alla luce? Oppure entrambe le cose insieme? E ancora: è davvero qualcosa, un oggetto?

Per il momento sospendo anch’io come Daniel Barion ogni domanda per come lui afferma che non occorrono altre precisazioni per comprendere come il “luogo” che ci indica lo stesso Sartre e Rimbaud sia il medesimo. Tuttavia, è nella natura stessa dell’originario di essere ambiguo ed aperto a differenti espressioni. Misticismo e razionalismo sono sfumature che nascono da modi differenti di abitare l’apertura dell’originario.

Io è un/l’altro siamo tutti “abitanti dei nostri più bei luoghi” non più costretti all’imprecisione, attingendo ancora a termini di spazio (luogo) e tempo (passato, presente, futuro) ma a condizione dell’esperienza sensibile oggettiva nel “qui ed ora”.

Per chi a volte mi chiede ma cosi rischi fare terapia gli rispondo che faccio solo “arte di meditazione filosofica ed empatica”,insomma come Artur Rimbaud,  provo a fare poesie fatte persone, per il divenire: pedagogico del mio clown eutopico.

“Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– È in queste notti immense che tu dormi e t’esili
Stuolo d’uccelli d’oro, o Vigore futuro?”

(tratto da Battello Ebbro- A. Rimbaud)

Sito-Bibliografia:
Sartre – La Transcendence de l’Ego  ;

Arthur Rimbaud – il contesto storico-letterario di Daniele Baron  

http://filosofiaenuovisentieri.it/  ;

Jacques Lacan – L’IO è menzogna -

http://www.platon.it/Moduli/maestri_del_sospetto/..%5C..%5CTesti%5CLacan%5CLacan.htm

MANUALE del PER di Sidney Journò

Per il libero apprezzamento ho ricevuto via email, alcuni giorni fa, l’ultima edizione del “manuale del per” da parte del mio fraterno amico Sidney Journò di Roma, con il quale ho avuto il piacere e l’onore di condividere sia la scrittura e pubblicazione del libro “METTIAMOCI IN CERCHIO”  e, per oltre tre anni, anche la bellissima esperienza che ha visto coinvolti molti amici ed amiche comuni  nel contribuire al lavoro finale che qui ho il piacere di pubblicare e condividere con voi tutti.

Il “Manuale del PER” è ancora inedito e per scelta dello stesso autore Sidney Journò il libro è condiviso tra gli amici per il “libero apprezzamento”.

Qui potete scaricarne una copia:

MANUALE del PER” – Verso l’arte della meditazione empatica-Vers. 4.0/2013

Lo stesso Sidney nell’introduzione del libro scrive:

“Anche se il P.E.R. – Verso l’arte della meditazione empatica, ha prodotto rimarchevoli risultati, deve essere considerato in uno stadio sperimentale. I facilitatori e gli esploratori devono assumersi completa responsabilità per l’uso che ne fanno. Inoltre Sidney Journò, creatore e ideatore del P.E.R. non è né un medico, né uno psicologo, e offre il P.E.R. come metodica per la crescita personale.

Questo libro è rivolto a tutte le persone interessate alla crescita personale e anche a tutte le professionalità che hanno a cura il benessere fisico e psichico della persona (psicologi, psichiatri, assistenti sociali, infermieri, medici, counselors ecc.).

Questo libro è la prima stesura compiuta di un’ipotesi di lavoro aperta alla sperimentazione, che subirà, nel futuro modifiche e integrazioni, portando ad ulteriori versioni del libro stesso.”.

INFO:

Progetto PER

c/o Sidney Journò

Via Flaminia 1857 – 00188 Roma

Mobile +39 349 3725692

Mail: info@formazioneper.it ; sidney.journo@gmail.com

Nota dell’autore: Per motivi tecnici sul sito web www.formazioneper.it non trovate ancora la versione ultima 4.0. qui sopra pubblicata.

“MESSAGGI IN BOTTIGLIA”

caricamenti di Nanosecondo“Cosa mi pesa del fatto che nessuno legga ciò che scrivo? Mi-scrivo per distrarmi dal vivere, e mi-pubblico perché il gioco ha la seguente regola. Se domani si perdessero tutti i miei scritti, ne avrei pena certo, ma, credo bene, non una pena violenta e folle, come sarebbe da supporre, visto che così svanirebbe tutta la mia vita. Ma in fondo non è che come è per una madre che ha perso il figlio, la quale mesi dopo non solo vive ancora ma è anche ancora la stessa” (Pessoa)

Chiedete qual è il mezzo giusto? Per me la bottiglia!

Con essa ogni destinazione è sconosciuta, il mistero, l’incanto che attraversa il mare, la speranza al ritrovarsi.

Ma è proprio attraverso questo mezzo che si può “divenire” nella nostra natura, nel nuovo luogo, spiaggia o comunità che intendiamo costruire.

Certo qualcuno si chiede ma qual è questo luogo “sacro” dove non mi rompono più i ..”blip”?

Non esiste un luogo semmai è quell’isola che non c’è. Quell’isola dove sono naufragati tanti esseri imperfetti; quell’isola sulla quale quasi invariabilmente finiscono coloro che, per ventura o forse per sventura, nascono con il bisogno-pallino di “scrivere”, senza neppure chiedersi se sarò letto, come tutti i messaggi in bottiglia.

Diciamocelo chiaramente, è un’ossessione! E, cioè qualcosa di non lontano da una vera malattia. Una malattia utile, perché serve a sopportare il terribile male di vivere, ognuno più solo, naufrago su quest’isola che non c’è!

Certo chi come me è affetto da tale malattia diviene esposto ai diversi colpi di un destino che lo attende in agguato con una certezza quasi matematica. È l’agguato teso ad ogni “appassionato scrittore”, anche da un’editoria che proprio su questo punta per la sua sopravvivenza ed in tempi difficilissimi per tutto ciò che è carta stampata, prova a far comprare i libri a chi li ha scritti.

C’è un amico che mi scrive, anche lui lunghissime email che a volte non riesco neppure a leggere tanto che sono lunghe, eppure ogni volta , avendo coscienza che lui ha bisogno di scrivere i suoi messaggi, come in una bottiglia di naufrago…..gli dico che me li sono letti anche se non ho capito e cosi lui è contento perché me li rispiega ……ed ultimamente mi ha spiegato di come “…la formula sia semplicissima, cioè ai limiti del banale : Visto che i libri non si vendono ai lettori, perché non venderli agli scrittori?”

Da qui per lui un penosissimo percorso che dall’esaltazione iniziale discenderà poi solo il desolante declivio dell’esperienza del “di-delusione-in-delusione” quando riceve un email di risposta nella quale ci si lamenta che i suoi messaggi di naufrago sono troppo lunghi. Lui risponde spesso “…. e voi lascateli alla corrente delle maree!”.

Per questo tipo di messaggi non c’è alcun bisogno di completare qualche lista in modo che sia esauriente a chi vuole leggere e chi no! Il senso non sono più le regole ed il bon ton , per questo sarebbe già sufficientemente la gentilezza!

Ebbene, chi non scrive mettendo in campo tutto questo, e sa bene di non poterlo nè saperlo fare, prima di sentirsi costretto a rinunciare, si dovrà perdere in un limbo di disperati, di affondi, di regole del bon-ton da internet, come se il mare e le maree pur avendo un loro ordine e leggi naturali, non si affidassero al caso dei flutti, agli arenili agli scogli ai rami che galleggiano insieme a tutte queste bottiglie.

Certo allora “lui” , ascolterà consigli vari, da parte di quelli che “sono-già-arrivati”. Io suggerirei di fare dei corsi di bon-ton telematici e/o puntare semmai su corsi o studi delle maree, o meglio ancora, provvedendo a trasferire tutti i naufraghi in una riserva protetta (forum) dove la smettono di scocciare all’mail-list; o blog o quant’altre caste diavolerie…. Certo il rischio è che dopo nessuno si potrà accorgere che siamo già tutti morti.

Per qualcuno il problema potrebbe semmai essere di decidere se moriamo uno alla volta, o tutti quanto assieme? Se nel trasferimento facciamo capovolgere la zattera!

Io provo nel frattempo a battere la spiaggia per costruire così la strada, il marciapiede dei rapporti personali, qui su quest’isola che non c’è! Rassegnato a non mollare tanto-scrivo-per-me, e continuare ad inviare messaggi di naufrago in questa bottiglia.

Mi si chiede di rispondere se pubblicare in questo o quel luogo!…., e così via. Ma! Noterete con il tempo anche voi, con disperazione, che nessuno di tali consigli si attaglia al suo caso, né è tanto meno in grado di risolverlo. Anch’io naturalmente sono affondato in questo melmoso limbo e vi ho annaspato in pieno. E fino al punto, quasi, di decidere di smettere, avendo perso la speranza di salvarmi.

La mia soluzione qual’è stata? Trasformare l’attività messaggistica in “scritturiate email” , qualcosa che non poggiasse più sullo studio scientifico, ma sullo studio di senso, ed in un particolare ad uno studio non più istituzionalmente riconosciuto. Per questo sto con altri amici provando ad realizzare ed istituire una “SQUOLA DI CLOWN’s” , senza più “dottorati”, ma solo “ricercatori”!

E dopo aver attraversato anche qui, si anche con voi esperienze disperanti, una volta giunto ai primi esami provare ancora con il vostro aiuto a superarli brillantemente, perché ognuno di voi è maestro!

Chi scrive con l’ossessione del naufrago non guarda tanto per il sottile. Certo l’importante è che il flusso possa scorrere e che non si ingolfi. Ma il “mio mare” è immenso, le correnti fluenti come il flusso del vento sotto le ali dei gabbiani. La stessa paura o preoccupazione di “ingolfamento” di “affogare” nel mare di email è essa stessa disperazione per chi proprio non può fare a meno di continuare a leggere, ma che per questo non ha tempo, perché troppo impegnato per sopravvivere.

Basta decidiamo dove sarà dunque questo qualunque luogo, quest’isola che non c’è , qust’ultima spiaggia per tutti i nostri “messaggi in bottiglia”, di scritti che possano accogliere tutta la nostra disperazione, per diffonderla. La nostra è un’azione provocatoria, alla condivisione disperante di una condizione.

Cio anche per non far piaceri a nessun truffaldino editore “a pagamento”; certo semmai per il solo piacere di stamparli, senza andare sul lastrico per le spese.

Io resto qui! Sto ancora su quest’isola che non c’è … dove finisce sempre l’”appassionato naufrago scrittore di messaggi in bottiglia”, anche se a volte ormai anch’io provo ad abbandonarla.

Già le confortanti sagome delle navi di salvataggio si profilano infatti all’orizzonte. Ecco infatti che iniziano a piovere e fioccare scie di razzi luminosi e da tutte le parti festanti passeggeri in crociera mi invitano a buttarmi in mare, per raggiungerli.

Per questo invio ancora e ancora questo messaggio urgente (in bottiglia) a tutti i naufraghi che condividono con me il comune destino.

AUGURI… IN SOSPENSIONE!

La nostalgia é la bellezza delle carezze di ogni ricordo che restano sospesi, leggeri e liberi di lievitare per  trasformare questo spazio nero come una lavagna sempre pronta all’immaginazione.

Impressiono così, il mio stato d’animo, come possibilità di trasformazione e rinascita.

Per Bert Hellinger: “Lasciare… significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.”  

Pare che al mondo ci siamo due categorie di persone  i “Prendi” ed i “Lascia”. Categorie di persone le cui caratteristiche comportamentali sono immaginificamente descritte in un bellissimo libro oggi introvabile nella sua traduzione in Italiano: ISHMAEL DI DANIEL QUINN PDF .

Per questo per me, “lasciare” è provare a far rinascere ogni volta, ogni giorno, il mio bambino, il mio clown.

Per me, ciò rappresenta il significato del Natale, un Natale che ognuno possa festeggiare ogni giorno della sua vita.

E’ un avere così la possibilità di “lasciarsi andare” a quell’attimo di 1/25 di secondo, lo stesso tempo che mi è servito per scattare questa fotografia ieri sera a Salerno. Si quel “Nanosecondo”, per restare anch’io sospeso ad accogliere i movimenti dell’anima  e rivolgere ad essi tutta la mia attenzione.

“Tutta la mia attenzione” è augurarvi  “il meglio per me”!

Nanos

Adesso “è” teatro…!….

Ma chi fa teatro l’attore o l’uomo o donna o ermafrodita che sia? L’uomo “è” teatro in uno spazio scenico molto più ampio di un palco di teatro, perché egli è un mezzo di conoscenza è linguaggio.

Il progetto “segni di comunicazione” per me è stato un mezzo di conoscenza che è andato oltre lo spazio limitato del palco e del tempo stesso dei laboratori che hanno visto coinvolti diverse persone. Per me è stato anche un tentativo ulteriore di trasformazione della realtà interiore, relazionale e comunitaria.  In questo “spazio” ognuno di noi ha esplorato, per mettersi in scena, analizzare e provare a trasformare la realtà che vive. Ho immaginato di conservare l’entrata nel caos delle altezze ….. il mio non riuscire più a sognare …..e per il finale…e si magari in un’altra vita….ora vedo solo me in pantofole….. che si poggia su qualcuno e leggero prova a danzare per sostenere il peso dei suoi ricordi. Le finalità per me non sono state solo quelle della “rappresentazione” finale, ma anche quelle dello scoprirsi “dentro e fuori” la scena a quel “pubblico” che siamo noi stessi, per come ognuno il noi nella vita quotidiana si manifesta e recita la sua parte e prova a rendersi protagonista, affinché ognuno lo possa riconoscere nella vita. “Immaginariamente” in “segni di comunicazione” ho ritrovato sia fuori che dentro quello che ho cercato sin dall’inizio dell’esperienza: la rappresentazione di ognuno di noi, come essere umano che non “fa teatro” ma che “è” teatro. Ognuno di noi sia che stava “fuori e dentro” ha recitato la sua parte e messo in scena la parte di sé più nascosta, avendo conferme che non c’è mai per noi clown un teatro del fuori e del dentro la scena! In questo senso difendo i presupposti intimi del mio dissenso, che per me mantiene la propria base nella cultura della condivisione, sempre e comunque, anche del peggior lato di me.

Lo stesso concetto di “cittadinanza” nella nostra “…comunità libertaria di clown e sognatori pratici” parte da quel concetto “libertario” che è non insito nella condivisione per forza di tutti di una determinata esperienza, ma nel senso di essere libero di poter fare ognuno le proprie scelte e “rappresentarle” assumendosi l’onere e la responsabilità da solo della stessa scelta.Lo stesso concetto di “condivisione” o di “democrazia” in molti casi oggi viene utilizzato distorcendo il senso stesso del significato del termine sul quale, mai come in questi ultimi anni ci sarebbe bisogno di RI-Convenzionarsi (maieuticamente parlando). La stessa “arte” del nostro clown è trasformarsi in una forma di coscientizzazione che ci faccia aprire non solo ad una più chiara lettura dei nostri “segni di comunicazione”, limiti, fragilità, “oppressioni” o “immaginazioni”, ma fondamentalmente anche a quella rinnovata capacità di farci comprendere che una parte del mondo che non ci piace in ogni caso ci appartiene! In questo senso il mio non riuscire più a sognare, è maturato dal fatto che non vivo più quel senso di comunità che intendevo io, in verità già da un bel pezzo della mia vita ed i “segni” oggi sono evidenti (in generale). E, quindi mi chiedo: quali legami ancora ci possono tenere uniti, se fomentati dall’incuria. Un arte teatrale non ha bisogno solo delle parole, ha bisogno a volte anche dei silenzi, dei colori, ma in particolare delle “azioni umane” che nel tempo e nello spazio quotidiano di ognuno ci fanno pensare che siamo legati da una comunanza, che utilizza – e prima di tutto – è stata capace di condividere esperienze,  di provare a comunicare “segni”, oneri, cura e rispetto dell’altro.

Un etica estetica della bellezza che non c’è in un mondo che va alla deriva e che ci attraversa tutti. Un “autismo corale” comunitario dove ognuno, me compreso, ha manifestato con arroganza i propri limiti umani, ma anche in ciò ognuno ha l’obbligo di farsi carico di scoprire ogni giorno di ognuno la bellezza. Certo siamo distratti e la bellezza non la si può percepire quando si è distratti. Io tutto ciò ho solo potuto manifestare, pur nella mia incapacità di non riuscire più a sognare un desiderio – colto a volo da Adriana – di truccare tutti i clown, seduti nudi davanti a me, nel mentre danzavo tra i colori del trucco e nell’abbraccio di un fantasma. E, così svegliarmi incapace di esprimere li, attraverso la scoperta e la realizzazione di una gamma di “ruoli” quel no, tu non vieni! E, no …certamente, no! Non è un ruolo che ho imparato all’ultimo momento, ma un vissuto sviluppatosi in molti giorni forse mesi di incontri sia con il gruppo del laboratorio ma anche con assenze assordanti, o con bugie ripetute, e confermatesi – come per magia – solo alla fine, come sempre? E no, come sempre! Una spontaneità, non creata da un processo di “riscaldamento muscolare” che mi faceva pure dolere le ossa, la pancia, o la schiena, sempre più addolorata, ma un riconoscere ognuno di noi cosa è stato chiamato a riconoscersi ed a utilizzare, per giocare creativamente non nuovi ruoli da interpretare con l’aiuto di un regista anche famoso, ma semplicemente farseli scoprire. In questo senso ognuno di noi “è” teatro e non vedo alcuna separazione tra l’agire fuori e dentro in questo palco che è la nostra vita, dove era già tutta scritta la sceneggiatura con i ruoli dei protagonisti e delle comparse e dove i veri protagonisti – come al solito – erano quelli nascosti, fuori dalla scena come nei film gialli e le comparse quelle in scene. La stessa in-comprensione di alcuni di noi a far dire loro ci sono anch’io quando non c’eri, solo adesso, ne tanto quando non sognavo, ne tanto ……. Non c’eri e basta! Chi era in scena viveva già il suo dramma, e tu non c’eri. Vuoi andare via adesso, o tornare? Ma, noi non c’eravamo già per nessuno, in questo groviglio umano di desiderati!

Per questo il viaggio è da svolgersi in buona “compagnia teatrale” – forse per questo si chiama così – considerando da sempre il suo contesto ideale. Ciò va difeso, tutelato e non può essere inteso da nessuno come esclusione, comprendere ciò è già partecipare, per costruire un vero e nuovo spettacolo in vita, perché altrimenti siamo già morti! Questa si chiama per me volontà in movimento per RI-Costruire legami. “Addomesticarci” ognuno all’altro, desiderare che arrivi perché se no si perde qualcosa, e così stare li da ore ad aspettare che arrivi. Il problema più forte è quando non desideri che l’altro arrivi. Qui non c’è possibilità di alibi per nessuno, c’è solo onere, carico, chiedendosi:… perché? Responsabilità “è” scelta! Venire o non venire, senza delegarla ad altri. Questa è la vera libertà! La libertà è uno stato d’animo è un non sentirsi in colpa, per l’azione che si fa. E non cercare alleati impossibili, al di fuori di sé. Essere protagonisti significa anche saper rinunciare a fare una cosa. E questo può significare il modo giusto per poterla condividere con gli altri.La volontà della comunità, non si esprime attraverso il consenso ma solo attraverso l’azione, al tempo stesso individuale e collettiva. Questo è il senso del cum-munis per me. Il problema non è il dono ma come dono. Come io guardo e innaffio la mia rosa ogni giorno e come gli altri si accorgono che io ne sono innamorato. Il mio ruolo non è potuto essere quello di partecipare attivamente, bene allora innaffio quando posso la “mia” rosa, senza fare altro di più. Certo che ciò non può opprimere nessuno di noi, ed io mi sento oppresso. Solo attraverso la propria azione che “è” teatro, non siamo più spettatori, ma attori, registi, scenografi, del proprio quotidiano.

Attraverso ciò ognuno può sperimentare i propri limiti, senza più nessun obbligo di “apparire” a tutti i costi. E’ proprio attraverso l’identificazione di questi momenti di vita reale, che si possono scaricare tutte le nostre oppressione e, se vissuti come un‘ingiustizia, si può essere chiamati ad “immaginare” ancora di più attraverso questi “segni di comunicazione” cosa va corretto nei nostri comportamenti. E così come ne teatro anche nella vita ci sono diversi ruoli che si possono recitare: quelli della vittima, quelli del carnefice, quelli del saggio esaurito o dell’illuminato violento e scassa cazz o quello della malata immaginaria che vomita di continuo perché è stitica! Ognuno di noi nella vita quotidiana ha scelto il ruolo da recitare a che serve il teatro? Nel teatro non succede niente di interessante, e fuori che c’è il vero spettacolo! In questo contesto del “fuori scena” che si è invitati a sperimentare un’azione diversa senza l’aiuto degli altri. E così ognuno potrà mettere in scena, qualcosa di sé, diventando il vero protagonista ed aiutando sé stesso e l’altro a cambiare. Ognuno di noi mette in scena il proprio ruolo ed anche qui ognuno di noi me compreso, l’ha fatto! Credo che se si analizzano meglio questi aspetti, possiamo comprendere meglio il fuori e il dentro (la scena) di ognuno di noi e come questa esperienza ci sia venuta in aiuto, accettando il fatto una volta e per sempre che tutto il male possibile resta il meglio per me!

La vita è di per se una messa in scena di un momento di oppressione apparentemente personale che allarga la sua prospettiva al mondo reale ne rivela gli aspetti del vissuto di ognuno. Ecco, per questo, quando ho i mei n’truppi fuggo, avendo coscienza che non sono stato abbandonato ne che abbandono nessuno ma provo semplicemente ad  “immunizzarmi” dai “mecalo virus” o dalle ferita da armi da taglio e semmai nel silenzio provare a costruire nuovi legami. Non sono mai stato capace di condividere la mia solitudine, la mia nostalgia, la mia oppressione, cosciente del fatto che non sono capace a fare ciò senza il rischio di provare a far danno. A pensarci bene certamente non ci sono riuscito. Ma anch’io come voi sono un insieme di vizi e virtù che costituiscono il mio essere persona, perché ciascuno di noi come persona è capace di contenere tutto: tutti i diavoli e tutti i santi.Ogni personalità è una riduzione di questi elementi, quindi i filtri censori che impongono la moralità, la paura, ciò che gli altri possono pensare e così via, e consentono solo ad alcuni aspetti della persona di trasparire all’esterno. La personalità che avrà il permesso di apparire, è per il più delle volte, dovuta dalle imposizioni e dalle norme sociali e se volte dai nostri vuoti esistenziali. Io per assurdo nel fuggire non mi sono mai posto il problema di apparire, ma di scomparire in uno spazio temporale aiutato in questo viaggio infernale dalla mia più bellissima invenzione: la moto del tempo. Ora, tutelando quella rosa che continuo ad innaffiare ogni giorno, in questo arcobaleno di parole che provano a narrare il mio dissenso per alcuni atteggiamenti frutto di quei diversi nostri mondi interiori, combattuti dai ricordi e dai sogni di ognuno e continuare a navigare a vista tra quella realtà che non mi piace e la potenza dell’immaginazione, ancora mi rappresento nelle cose che non mi piacciamo, rivendicando qui, le cose che vorrei continuare a provare a fare insieme a voi.

In questo senso, rivolgo a me stesso ed a voi questo augurio: innamorarsi ancora, perché: “giuro a me piace parlare piano di notte!”

Nanos

LA MACCHINA DA CUCIRE DI MIA MADRE

“L’uomo di età avanzata non esiterà a chiedere a un bambino di sette giorni dov’è il luogo della vita, e quell’uomo vivrà. Perché molti dei primi saranno ultimi, e diventeranno tutt’uno.” (Jesus)

I miei 7 giorni su 7 ops x 7 = a 49 anni li ho compiuti tempo fa e compresi meglio cosa significava per me, questa frase che avevo letto alcuni anni prima in un vangelo che mia madre aveva sul comodino. Poi, mi fece piacere quando la risentii gridare in un corteo “…e gli ultimi saranno i primi!”.

Ogni tanto questa frase mi ritorna in mente. Nulla è a caso! …. Mi son chiesto(?)…. E, sì certamente è così! Ho pensato alle coincidenze, ai motivi che possono avvicinare le persone ed a quelli che le allontanano.

Ho giocato spesso con la mia sorte e con la mia passione… del sarto… che a volte si perde i pezzi. Mi cadano sotto il tavolo, come tutti i frammenti di stoffa tagliati male.

Eppure adesso li vorrei ricucire, per crearmi un nuovo vestito! Ma come? …se la macchina è rotta! Li salderò con la colla dei giorni passati o quelli che sto cercando di ricostruirmi oggi. Devo aggiustare la macchina da cucire di mia madre a tutti i costi. Si proprio, quella che mi ha lasciato in eredità mia madre; la sua vecchia e mitica “Singer”. L’avevo data nel frattempo a un  falegname, per fargli rimettere a posto il mobile di noce che la contiene, e lui me l’ha dipinta di bianco.

Per fortuna che ha salvato il colore lucente nero e le cromature, della mia Singer. Quel nero lucido laccato come oggi non se ne trova più in giro. Sembra appena uscita dalla fabbrica. Gira ancora a pedali, senza sofisticati motori elettrici. E’ veloce, dipende dalla forza che ci metti nelle gambe, ma ho imparato che è più un movimento di piede. Va pure avanti e indietro, è bellissima! Ci ho cucito, rammendato, stretto, allargato: pantaloni e camice. Per non parlare del vestito di Pulcinella, di un carnevale fa morto anch’esso, nel ricordo. E, pure del mio clown, anch’esso in riparazione.

cerquosino 2014I frammenti di stoffa li ho raccolti tutti e sto pensando a come rimetterli insieme. Sarà il caso? Non mi lascerò certamente accavallare dagli eventi! Ma, dal loro rinsaldarsi nel ricucirlo. Un tempo frammentato, strappato, e lasciati li sotto il tavolo, per molto tempo e che adesso devo raccogliere.

Mi chiedo: ma chi sarà il primo e l’ultimo? Quale prenderò per primo, mi dovrò attenere solo al colore o anche alla forma, alla sua grandezza, alla morbidezza, alla ruvidità. Meglio ascoltare i colori?  E, alla forma lasciare le parole? O, la grandezza della note che escono dagli strappi, e lacerato sui bordi della loro ormai fragile esistenza?

Cosa è meglio fare? Ma!

La prima nota è il DO che si identifica come la prima nota della nascita dell’universo. Sette sono le note musicali, sette sono i giorni. Ed il ciclo lunare è 3×7 = di 21.

Si ho deciso li conterò! Ne dovrò trovare 21 di frammenti che possono essere tutto e niente e al settimo: come Lui mi riposerò!

Adesso ho le idee più chiare. I frammenti che stanno sotto il tavolo vivono ognuno un proprio pezzo di storia che rischia di perdersi se non li raccolgo adesso. Così ho preso una pausa prima di ricucirli. Una pausa di flessione sotto al tavolo, per esercitarmi, a nascondermi, dietro al colore della stoffa, e alla voce che mi richiama, ad ogni ricordo, immagine di quello che fu.

Mi potrò riposare anch’io,… ma mica sono Dio?

Ma a che serve. Io so un clown e mi chiamo Nanosecondo e per me mille anni è la stessa cosa. A che mi serve riposare e pensare ad essere un’immortale, sai che noia;… per Dio!

Per questo tiene la barba lunga. Deve essere un po’ attaccato a sta storia dei tre denari e così si risparmia il barbiere. Ma non ci vanno tutti i peli sotto al tavolo? Ne farà frammenti per i miei stracci? E, poi non si rammaricasse a guardare sempre i peli negli occhi dell’uomo per terra prima, se non in tutto questo tempo noi si è mai guardati i suoi.

Forse gli serve la barba, per fare Babbo Natale?

Devo pensare a me; e, al come far girare con il mio piede destro il pedale della ruota della macchina da cucire: la mia ruota del tempo?

Oh! Che gioia ritornare bambino! ….. quando mi chiudevo nella mia navicella spaziale per volare …….la macchiana da cucire così si trasformava nel mio simulatore di volo …… come posso essere tutto quello che voglio essere….. rinascere? Si anche un po’ morire! …..nel corpo, ma non in questo spirito che ancora si comporta da bambino? Allora devo essere in grado adesso, subito di raccogliere i frammenti sotto il tavolo per rimetterli insieme, per ricucire il vestito più bello per il mio clown e ricostruire così il mio ciclo lunare.

E, poi lo sanno tutti che Gesù disse loro: “Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.”

Si li ricucirò alla rovescia, farò il punto mosca, mi daranno fastidio un po’, come al solito, le cuciture, ma ora il falegname mi ha riportato la macchina da cucire di mia madre, e sono veramente contento.

Ora, mi serve un riparatore autorizzato. Se ne conoscete uno fatemelo sapere. Questo che avevo trovato è chiuso da un pezzo mi hanno detto.

 Nanos

 

“SALITA e DISCESA”

L’entrata nell’animo delle persone è come questo biglietto a tempo, che ho tra le mani.

Si come questo che compro a volte per poter salire sul mio autobus-linea n. 8 CSTP da Salerno a Pontecagnano.

Un tempo d’incontri, indecifrabili, sorprendenti di significati e diversi mondi, come quelli, di chi mi sta seduto a fianco e, con i suoi occhi neri, mi guarda attraversando i mari che a dovuto attraversare, per arrivare fin qui.

 

Un viaggio della vita c’è negli occhi di ognuno di noi, penso. Un continuo salire e scendere per queste scale, per me, come un astronauta all’interno dei miei pianeti.

Quelli che mi porto sempre appresso, fin dall’inizio, come l’universo, o più banalmente come in questo autobus della linea dell’8 che girano negli occhi di chi mi guarda.

Io sono come loro. Posso essere cosa voi vogliate che sia: biglietto a ore, costo, controllore, viaggio, ma anche, passeggero, o chi sà se meglio semmai a met(à) con lui: terrorista o terrone?  O meta, …sconosciuta che rivedo nella mia luna (!?).

Una luna storta, nascosta, per la parte migliore, che non riesco mai a vedere, che si può rivolgerle oltre, verso il buio, per paura dinutrirsi al sole.

E poi, intenso piacere come intenso tormento, che con la marea fa salire e scendere le acque.

O mare, infinito, che esploro la sera, per provare a vedere oltre l’altro versante della luna.

Ecco, faccio spesso su e giù, tra queste porte che mi portano.

Casualmente transito dalle mie parti, accettando di perdermi o che mi cada giù dalle stelle un’onda.

E, scoprire nel silenzio, ogni paura del mio disincanto. Ma come le mie stelle, preferisco incantarmi per non  rischiare di incatenarmi.

L’incatamento è una percezione rinforzante, di come possa essere infinito, aperto al cambiamento e alla continua messa in discussione.

E’ un dialogo infinito tra questa luce e le mie ombre, sono salito e disceso, non come limite del mio biglietto a ore,

ma come strumento, d’apertura… ops,….sono arrivato,

questa è la mia fermata, devo scendere!

cstp linea 8

A presto rivederci, Nanos

Il mio clown: essere ciò che sono!

Sempre più nel campo della neurobiologia interpersonale si prova che l’integrazione sia alla base del benessere di un modello sano di società, la strada che immagino io da percorrere è circolare.

Le nostre vite sono flessibili come la canna di un bambù che si flette al vento per superare ogni tempesta. Il nostro pensiero è corpo, è materia e si adatta ed evolve solo se coerente con queste leggi della natura. La legge fisica Unigravitazionale la definisce nella sua ricerca il mio amico Prof. Renato Palmieri.

La stessa natura ci sta dando segnali precisi a riguardo. Il cambiamento climatico è uno di questi. Senza questa capacità adattiva il flusso delle nostre menti accellera, questo è un altro segnale per noi. Si indebolisce così le nostre capacità di superare le difficoltà.

Ci vuole per il nuovo mondo un “governo” della poesia, dell’arte, della filosofia, con una sana follia di molti clown – come nel mio caso – perché sono le uniche che ci possono aiutare a superare le difficoltà.

A volte le stesse difficoltà sembrano che dominino il nostro tempo, ma è proprio se riusciamo a stare più tempo uno di fronte all’altro, che ne possiamo trarre giovamento (compagnia) e non sentirci soli e abbandonati a noi stessi. Cervello poeta e cervello ingegnere? No! E’ solo nell’unità “utopica” (non mi par luogo: destra – sinistra) dei due “cervelli” che si ritrova equilibrio ed armonia.

Spinoza diceva che “la vera salvezza e la vera beatitudine consistono nella pace dell’anima…..l’umorismo va distinto dall’ironia. Quando usiamo l’umorismo nella giusta misura e nel momento giusto ridiamo con gli altri.[1]. Molti studiosi di neuroscienza e lo stesso Spinoza ci dicono che non c’è assolutamente separazione tra corpo fisico e anima. Quando il nostro animo è triste anche il corpo si ammala. Le sensazioni integrano sempre le strutture non verbali (il nostro corpo) che parlano alle cellule dei nostri organi delle nostre membra, e sono proprio le tendenze all’azione i “movimenti attuati” nel nostro corpo (prima fisico, che mentale) che ci possono dare la giusta energia se riusciamo a trovargli nuovi scopi.

La mia esperienza di clown sociale “utopico” mi ha spinto a ricercare in questo campo e del come la stessa esperienza del clown, partendo da quel “se” (congiunzione e non affermazione) possa “integrare” quell’armonia necessaria tra corpo-anima.

La stessa parola che il più delle volte ci spinge a immaginare la nostra realtà in un certo modo deve essere abbandonata del tutto, per farci vivere a pieno l’esperienza del linguaggio non verbale del nostro clown.

Dentro questa esperienza il linguaggio degli specchi[2] (neuroni a specchio) delle sensazioni del corpo, del come si muove e di quale significato possiamo dare a questi movimenti a volte impercettibili, sta la mia massima attenzione. Il corpo trattiene, come l’anima, il ricordo che a volte deve essere lasciato andare. Tendiamo sempre – in maniera sbagliata – a proiettare sugli altri i nostri blocchi emotivi e cosi non riusciremo mai a liberarcene, perché convinti che la colpa sia sempre dell’altro. In verità l’altro ci sta facendo da specchio e ci sta dicendo solo su quale cosa dobbiamo lavorare con noi stessi, per questo tutto ciò che ci può capitare male di noi è il meglio per noi. “Il meglio per me” resta proprio l’incontro che nel qui ed ora posso realizzare con l’altro e con me stesso/a.

E’ dentro questa cornice che si deve andare a compiere l’azione del “mio” clown, attraverso un movimento che prima che esterno sia rivolto all’interno. Il clown così diventa e ci da la possibilità di distanziarci, nel paradosso, per essere “altro da me!”, uccidere l’ego per essere semplicemente senza più maschere: “sono!”.

E’ qui che nel movimento impercettibile posso ricercare nuovi scopi, nel paradosso del “mio” (di ognuno) clown “utopico”, che resta “fuori” da quel luogo per un attimo, sospeso con il suo corpo e la sua anima,  che ricordano e rischiano così di vivere sempre il passato, o peggio proiettando sull’altro un futuro che mai arriverà. Perché? Ma, il futuro è adesso!

Il problema più drammatico di ognuno di noi (personalmente non ne sono immune) è, e resta, sempre lo stesso: attaccarci al nostro dolore, perché siamo consapevoli che il nostro corpo, la chimica del nostro corpo ne ha bisogno. Siamo tutti “tossicodipendenti” di quella chimica a ribasso che le nostre emozioni producono. Il clown in questo caso ci può aiutare, proprio partendo da una delle leggi dell’universo l’osservatore condiziona sempre l’osservato.

Il congelamento del corpo nel movimento resta una proiezione del nostro stato d’animo, che è fine a se stesso. Se però “imparo” al mio corpo – attraverso il clown – a trovare un  nuovo scopo allo stesso movimento (a quel linguaggio non verbale) attraverso la neutralità del mio corpo, l’animo si allinea ed il corpo (il pensiero, la ragione) non ce la fa, cosi egli fa appello all’immaginazione, al gioco del mio animo clown e dopo aver consapevolizzato la motivazione del “congelamento” del gesto originario, propone nel suo paradosso al “mio” clown l’azione medesima. E se per caso mi sono perso il “mio” futuro, mi faccio aiutare a cercarlo dagli altri che incontro e cosi mi potrò fermare un attimo con lui, per donarci un sorriso.

In questo senso ogni esercizio che si propone, ha bisogno di un’attenzione e di una percezione sensoriale a specchio tra facilitatore e protagonista, perché solo cosi possiamo “rompere” insieme ogni monotonia ripetitiva del nostro corpo e favorire nuove prospettive e nuove soluzioni.

Per questo è necessario superare ogni passività, utilizzando la stessa passività. Per questo è importante che ogni volta che sentiamo una sensazione fisica nel nostro corpo, e che semmai ci fa star male, darle il “benvenuto” e chiederle: “cosa posso fare ora per te!”.

Ciò ci aiuterà sicuramente a ridere di “se”, con un riso che prenderà la sua energia dal nostro corpo, integrando ed unificando le nostre false credenze.

Si come fanno i bambini che quando ridono non toccano mai con i piedi per terra, perché questa forma di riso non risponde a nessun codice morale, perché tutto ciò non ha a che vedere con il bene e con il male, ma solo con l’armonia dell’universo, solo così possiamo ritornare a stupirci ed incantarci.


[1] “Spinoza” di Maurizio Zani – Filosofia e Salute – Editore Riza;

[2]  “I sette specchi Esseni” il significato , sito bibliografia .

Il dono? Il tempo!

 

ascea 2013 3 In questo teatro della vita, in uno spazio ed un tempo del dentro e del fuori, ho incontrato oltre 180 ragazze e ragazzi, ed insieme abbiamo provato a guardare il mondo, con gli occhi del clown………… perchè? Ma per cogliere la vera realtà del nostro tempo, occorre rivolgere il nostro sguardo nell’ interiorità di ogni essere umano!

…..e, più che usare parole, ho provato a far usare la forma dei suoni che le parole prendono nel corpo, ed a seconda di questa nuova immagine che si crea di “se”, ho provato a farle imprimere nell’anima delle cose dando loro un nuovo scopo, nel loro accadere. La memoria del nostro corpo ha la facoltà di trattenerle, la testimonianza di esse attraverso la bellezza e l’immaginazione le lasciano andare. E’ così che ogni paura e fragilità, ricrea il mondo che guardiamo….realizzando un nuovo tempo e un nuovo spazio….

…si il dono più bello che il clown ci può fare è il tempo!

19° evento, Ascea Marina (SA) 2013 “Animali e qualità della vita” 

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