il sipario

Il siparioMi sono cucito anch’io un sipario e messo in scena me stesso ‘tagliando’ lo spazio del tempo quotidiano e l’oltre. Si quello che sembra non appartenerci quello extra, quello del tempo all’incontrario: il tempo della autenticità e dell’ipocrisia, del passato e del presente, mai di quel futuro che non verrà.

Si me l’ha detto anche una mia carissima amica: “Nanos …. è stato favoloso, quasi magico!” 

E, lei cosi fece leggere a tutti, nel mio teatro, alcuni brani, tra i quali questo: “La zona d’ombra tra il passato e il futuro è il precario mondo di trasformazione dentro la crisalide. Parte di noi si guarda indietro, soffrendo per la magia che ha perduto; Parte di noi è felice di dire addio al suo caotico passato; Parte di noi si rivolge al domani con tutto il coraggio di cui è capace; Parte di noi è eccitata dalle possibilità del cambiamento; Parte di noi è immobile, e non ha il coraggio di guardare da nessuna parte.” (da – Il tempo delle due lune – di Priscilla Cogan) 

E, adesso tutti in scena, si apri il sipario! 

CIAO…..

“Ciao…..”

Questa parola così piccola e apparentemente ingenua è al centro di tutta la nostra esistenza. Il clown sociale (o dottore, come preferite) è un clown di relazione e dentro questa parola c’è il pretesto dei nostri futuri incontri, tra noi e gli altri. Sembrerà strano di come, in questa semplice parola, ci sia tutto il nostro destino.

La stessa azione del clown che parte da un’azione sul neutro, fa si che questa parola assuma il suo vero ed importante ruolo nella relazione sociale che lo stesso clown va a costruire, o meglio, a ri-costruire. Insomma parlo di una relazione dove non c’è più nessuna congettura filosofica del significato della nostra esistenza, ma semplicemente, dopo che la stessa è epurata dell’io (ego), diventa semplicemente: “sono”; ed in questo “persona dell’origine”. E’ dentro questa dimensione dell’incontro che il nostro clown entra in relazione con gli altri, con sincerità, gioia e amore.

Nella sostanza perché noi parliamo? Perchè a noi fa piacere? Ma, in che modo saluto l’altro? Gli dico semplicemente “ciao”, gli stringo la mano, lo abbraccio, gli dò una pacca sulle spalle, o cos’altro?

Beh, questo è il mistero di ogni religione: “Ama il prossimo, come te stesso.”, ma se non mi amo come la mettiamo?

Ogni confessione religiosa come: il Buddismo, il Cristianesimo, il Giudaismo, il Platonismo, l’Ateismo, ma qui ci metto l’umanesimo, tentano di dare una risposta a questa domanda. Lo stesso famoso “suono di una sola mano” dello Zen, equivale al suono di una persona che ne saluta un’altra e si aspetta una risposta o all’incontro con il suo silenzio? Oppure è anche il suono della “regola aurea” e quindi, qualunque sia la Bibbia in cui è stata scritta, salutare correttamente e con il cuore, significa vedere se stessi nell’altro. E, vederlo significa amare l’altro come se stessi, senza chiederci più niente?

Amare significa esistere per se stessi e per l’altro ed questo ci fà essere pronti ad esistere per noi stessi. Uno dei modi più significativi per comunicare con gli altri è certamente il sorriso spontaneo, graduale, mai forzato, che accompagna l’incontro, tutto, nella lentezza. In questo senso il “dono del tempo” che ci possiamo fare come clown sociali è essenziale. La stessa azione del clown è dentro un tempo non definito apriori, un secondo o mille anni per lui è la stessa cosa, perchè cosi ogni istante della nostra vita possa far parte della nostra vita.

In questo senso lo studio sul neutro del clown resta la comprensione del tempo che abbiamo e/o che c’è rimasto per creare in noi (attraverso il nostro clown) una “pagina bianca” sulla quale poter accogliere tutto ciò che è in noi e che l’altro vorrà e potrà raccontarci o scrivere di lui. E, ciò assume un significato simbolico non solo per noi stessi ma anche per l’altro: “essere riconosciuti”. Ciò si trasforma in carezza.

Pause, silenzi, sguardi, ricompongono la nosta vita in una dimensione nuova, ogni stato del nostro “io” si ricompone in un “sono” qui ed ora con te!

Oggi è più facile fare “azioni” di morte che di vita, ma è proprio attraverso questa “dilatazione del tempo” che possiamo ridare la vita. Ciò ci aiuta anche a fare pulizia della nostra “spazzatura mentale”, e quindi dire solo “ciao” ci consente di aspettare ogni risposta, per poi rispondere ad nuovo saluto. Liberarsi di tutta la nostra “spazzatura mentale”, significa osservarci e farci osservare nelle nostre verità, essere disponibile all’altro, riconoscersi. Qui davanti a noi c’è qualcuno fermo o che sta passando e/o che aspetta da un pezzo un saluto e/o che il nostro clown possa rispondere al suo. E’ dentro questa dinamica che il nostro clown fà un inno alla vita.

Ognuno di noi è fatto di energia e luce, come una stella. Come le stelle ognuno di noi vive da solo nel suo spazio interiore, l’intimità è fuori di noi, è lo spazio dell’equilibrio delle nostre relazioni.

Così il saluto fatto all’inizio di questa sola e semplice parola: “ciao”, può essere lasciata sospesa come una stella nello sguardo, nella postura, nell’incanto, negli occhi dell’altro/a. Sospesa in attesa di essere riscritta dall’altro con una sua risposta. Forse ci vorrà un po’ di tempo per lui, ma il clown sà aspettare perché ha tutto il tempo, lui è infinito come l’universo!

Dal punto di vista antropologico dare valore al “rituale” del saluto, resta un “passare il tempo” con te. Un gioco di sguardi e di attesa, che sono gli unici che ci possono giustificare un’azione più intima come un tocco con le mani sulla spalla, una carezza o un sedersi semplicemente accanto.

Per me è importante che si comprenda questa dinamica. Certo ci potrete riuscire solo se sarete capaci di bruciare tutte le vostre dolorose esperienze passate e tutte le apprensioni, paure e fragilità, per tutti i guai in cui vi siete cacciati, perchè solo così sarete capaci di trovarvi senza più inutili e dannose parole, ma solo con un semplice “CIAO” per accogliere l’altro e voi stessi. Perché? Ma in questo “CIAO” adesso c’è solo speranza. La speranza appartiene allo stesso linguaggio del praticare quel sogno che il vostro clown riesce a mostrarvi ora. Perché mi chiederete (ancora)? Ma è l’unico che vi potrà mostrare, come stanno realmente le cose.

La stessa stretta di mano (toccare l’altro) è un atto intimo, che in certi casi può essere un azzardo e quindi un gesto che non può assolutamente essere sprecato. Come anche un ”arrivederci” in cui si racchiude il significato della possibilità di “nuovo incontro”, ma se ciò vi sarà permesso dall’altro ed in tutto ciò questa parola ci separa da un’altra: “addio”.

Il problema? Siamo noi! Tutto sta a comprendere il copione con il quale abbiamo interpretato finora la nostra vita, e da qui ri-partire per mettere in sceneggiatura, attraverso il nostro clown, le “scene” e finalmente rompere ogni legame con esse. Come? Viverle, testimoniandole semplicemente attraverso il nostro clown per liberarci delle nostre “maschere” e per salutare così la nostra vita e quella degli altri, con un semplice “ciao”.

Come ci hanno insegnato, molti e più autorevoli pensatori, il nostro destino è nelle mani del nostro bambino di sei anni, ma è proprio grazie al nostro clown, che possiamo ritornare a riprendercelo con l’esperienza e la consapevolezza dell’adulto ed essere madre e padre di noi stessi, per riscrivere il nostro copione. E, qui che si produce la nostra “magia gentile, il quel “regno del tempo all’incontrario” dove posso praticare il mio sogno. Una fiaba? E perché no! E sempre, non dimenticate, il lieto fine.

Attraverso il mio clown propongo a me stesso così, una “ricerca di scopo”.

Ogni azione che noi possiamo svolgere nella nostra vita è finalizzata alla “tragedia” di mettere in scena il nostro copione. Ognuno di noi attraverso le proprie “maschere”, recita il proprio “copione”. In questo senso il “copione” è “complementare”, ci serve a noi, per rappresentarci agli altri nella maniera “utile” per noi. In questo senso la fiaba che possiamo scrivere attraverso il nostro clown (rappresenta: “il meglio per noi”) perché rappresenta la possibilità reale di rompere lo schema del nostro copione. Insomma ogni uomo e donna, come oggi si può verificare meglio attraverso lo studio della biologia totale (epigentica-conflitti biologici: rapporto pensieri, emozioni, organo), resta ancorato alla chimica del suo DNA, la sua bibbia, il suo destino.

Come per  un libro, però possiamo riscrivere con nuove parole (molecole) il nostro destino. In questo senso la via del cerchio è fondamentale, perché li c’è sempre sospensione del giudizio, non c’è morale, che da nuovo “scopo” alla “mia” vita. In questo senso “la fiaba della nostra vita” ci aiuta a riscrivere il nostro “DNA”, attraverso l’immaginazione, ricollocandoci e trovando il giusto “posto” nel mondo.

Il problema? “Io sono” il Dio Tuo? L’uomo è a Sua immagine e somiglianza? Quest’io sta per “se”, per noi, per ognuno di noi? Chi ha vissuto la spiritualità come lo stesso figlio di Dio? L’uomo Gesù la visse pienamente per il Suo Padre. Chi ha vissuto un miracolo, l’ha vissuta anch’egli questa esperienza? Questo è il senso della “rinascita”? Ci sono diversi studi oggi che sono riusciti a superare la separazione tra scienza e spiritualità parlando di epigenetica, delle molecole delle emozioni, delle neuroscienze, dell’anatomia e fisiologia o come piace a me della “scienza dello spirito”. Per questo è importante comprendere i meccanismi essenziali sia fisiologici che biochimici che ci inducono a comportamenti ripetitivi e negativi la cosidetta “bio-chimica al ribasso” e ciò affinché il libero arbitrio si manifesti ed è qui (credo) che il miracolo della “resurrezione” si può compiere anche per noi,

“Ciao……”

SPAZIO LIBERO, PER IDIOTI!

SPAZIO LIBERO PER IDIOTI1“Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a sé stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l’uomo ha paura di svelare perfino a sé stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.” (Dostoevskij)

 

Lev Nicolaic Myskin è un “idiota”, era stato condannato a morte e poi graziato e chi meglio di lui prova a raccontare ciò che si prova a essere condannati. Lui era un principe considerato, per la sua bontà, una specie di santo, un angelo, un “frammento del Cristo” rimasto ancora sulla terra e fatto uomo. Nonostante ciò era considerato un idiota, anche se dimostrava una sapienza e un’intelligenza addirittura superiore a tutti quelli che lo circondano, poiché egli amava riflettere e sa di essere ritenuto un idiota; “Che razza di idiota sono” dice “se so che mi si considera un idiota?”

 

L’Idiota” di Dostoevskij è uno di quei romanzi in cui si superano di gran lunga le qualità di un romanzo. La prima volta che ho letto Dostoevskij – e tutti i suoi romanzi del sottosuolo – è stato nella lunga convalescenza, seguita all’incidente stradale che ebbi a giugno del 1975. E, si ho fatto anch’io l’autista di camion come mio padre. E, così seguii il consiglio di un vecchio amico, Hermann Hess (l’ho conosciuto in un mio viaggio con la moto del tempo) che mi disse: “…. chi legge Dostoevskij non è colui che legge per passatempo, ma colui che ha sofferto…”……affermando inoltre che ognuno di noi…..”… dovrebbe leggere Dostoevskij quando si sente a terra, quando si è sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui, restiamo soli e paralizzati in mezzo allo squallore, possiamo volgere lo sguardo alla vita e comprenderla nella sua splendida, e selvaggia crudeltà, e pur se non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta!”

Myskin è una figura clownesca è il più impenetrabile e complesso personaggio ideato da Dostoevskij, e per questo la sua forza, il suo potere, apre squarci negli altri ed in chi lo circonda, legandoli a sé, in un modo del tutto speciale, impercettibile ma inesorabile, incancellabile, e che nessuno di loro riuscirà a definire.

Perché? E’ un inno per il  divino! Il divino che è in ogni essere umano: è un uomo pienamente splendido! Un mito? Si certo! Di un ideale, quello della bellezza!

Non è irriverente se qualcuno, lo somiglia al Cristo, perché è l’unico uomo in grado di seguire il comandamento “ama l’uomo come te stesso”. Nessuno di noi forse ne è ancora capace, perché l’io ci ostacola. Solo un idiota, come lui, può annientare il suo “io” e “sé stesso” e come quel clown che spero di diventare prima o poi anch’io, per essere semplicemente “sono”, e consegnarmi anch’io come lui, completamente al genere umano.

Myskin, come Cristo, rappresenta l’ideale della bellezza umana;  un modello irraggiungibile? … che non potrà più ripetersi, nemmeno in futuro? Un tremendo inganno? Oppure oggi compiere il suo ideale è un percorso spirituale votato alla follia?

Eppure resta ancora oggi l’unico ed estremo tentativo che possiamo compiere. Certo come Myskin possiamo rischiare di diventare un mito tragico, e quindi un uomo/donna che scappa dalle sue colpe e va paradossalmente verso il suo castigo? Ma questo è il solo compito che ci resta da realizzare un: “messaggio d’Amore”, in questo “spazio libero” che ancora ci resta, anche se piccolo; affinchè non sia solo di una religione istituita, dall’ipocrisia degli uomini, ma caricatura folle e goffa, grottesca non solo della realtà di allora, ma dei limiti della nostra presente umanità.

Parlo per me, ed è per questo che ancora studio il mio “sottosuolo” per diventare un emerito idiota, si un’idiota come lui!

Buona Resurrezione!

Hans Holbein

Il mio mare

il mio mare salerno

 

 

 

Le stelle hanno segnato il mio cammino,

il sole e la luna illuminato le mie paure.

Man mano ho riconosciuto le mie ombre,

provando a camminare sui bordi.

Preso in braccio da un onda,

entrai in un giardino.

Salito su un albero vidi,

per la prima volta il mare.

Sono seduto ancora qui,

ad aspettare  il mio ritorno.

Nanos – 21/03/2013

LUCI ed OMBRE del CLOWN

Il “viaggio” che propongo di fare per andare alla ricerca del clown è un “viaggio ai confini della realtà”, o meglio di quella realtà che ci siamo costruiti nel tempo in rapporto ai nostri personali vissuti.

Perché? Ma quello che proviamo a comprendere ed “imparare” è in fondo comprendere i nostri dolori. Siamo clown sociali (o “dottori” come volete, chiamarvi)  che prima di potersi prendere cura degli altri, provano a prenderci cura di “se” stessi.

Che cos’è il dolore?

Secondo l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) “il dolore è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno.” Non volendo qui valutare gli aspetti fisiologici del dolore e di come anche lo stesso sorriso e/o la risata possono agevolare l’abbassamento della soglia del dolore per effetto della produzione endogena di beta-endorfine, soffermerò qui la mia riflessione sull’esperienza del dolore che parte ed è quindi determinata dalla dimensione affettiva e cognitiva  che partono dalle esperienze passate, dalla struttura psichica-filosofica e dai fattori socio-culturali (epigenetica, medicina narrativa, la storia che cura, la fiaba della nostra vita. Insomma tutto ciò che oggi nella presa in cura dei pazienti all’interno delle strutture sanitarie non si prende in considerazione).

Quindi sarà una riflessione più in generale sulla condizione umana, e questa riflessione si integra alle due precedenti su “pedagogia e didattica del clown”, vista nel caso del suo continuo oscillare tra dolore e noia, angoscia e disperazione, e l’analisi delle possibili vie di liberazione da queste situazioni di sofferenza, concentrando la mia attenzione su questi fattori, attraverso la mia esperienza di clown sociale.

Molti autori dell’ottocento e del novecento, sia nel campo della letteratura che della filosofia contemporanea hanno trattato questo argomento, restando però prigionieri ed isolati anch’essi nel contesto culturale che fu anch’esso dominato dall’illusione ottimistica dell’idealismo e del positivismo a cui gli stessi si contrapponevano in modo deciso e radicale. Caspita! Ma, allora non bisogna più avere un atteggiamento positivo? Anche ora in cui i modelli di società si sono per certi versi aggravati? “…e adesso ci vieni a parlare del clown che deve solo ridere di “se”?” direbbe qualcuno.

Certo, anche molti di loro prima di me si fecero attenti e sensibili osservatori ed interpreti come Shopenauher: “…di un’inquietudine profonda che minacciava la società del tempo, dovuta anche alla grande trasformazione economica in atto ed al crollo dei valori tradizionali, messi in crisi dall’attivismo spregiudicato e dallo spirito di sopraffazione dei nuovi ricchi, mercanti, borghesi e capitalisti protagonisti del mutato scenario storico. Pur nella diversità delle soluzioni prospettate, tali autori sono accomunati, oltre che dalla critica ad Hegel ed all’ottimismo dei “professori”, anche da un’attenzione nuova alla condizione dell’uomo, considerato nella sua realtà sofferente e singolare: dei sette giorni della settimana, affermava con accenti decisamente pessimistici…. tanto che Arthur Schopenhauer sosteneva che….: “sei sono dolore e bisogno, ed il settimo è noia”. Motivi che si ritrovano anche in Kierkegaard, benché secondo una prospettiva cristiana. Certo tutto sembra scritto l’altro ieri. C’è sempre il rischio che la storia si ripeti? Certo!

In questo senso affronto il tema del “dolore” di un uomo che al confine tra il XX ed il XXI secolo, si è fatto “persona-maschere”, con tutte le inquietudini possibili ed immaginabili per ognuno di noi nel qui ed ora, producendo lui stesso dentro la sua storia questo modello di società.

Sempre più, ed in particolar modo negli ultimi anni, ci rendiamo conto di come il tempo sia accelerato, di come sempre più viviamo nella perdita di punti di riferimento, quali: valori culturali, sociali, politici. Tutto sembra sfuggirci di mano. Gli stessi processi in atto sono veloci ed a volte non riusciamo a consapevolizzare che questa stessa crisi, questi dolori, come ogni malattia, di per se, restano un atto di guarigione, o se volete un processo di adattamento come la stessa crisi sociale che stiamo affrontando oggi. Un modo, un’occasione per noi che ci potrà servire più che a  cambiare il mondo, a cambiare il nostro sguardo sul mondo.

Nella sostanza è come se fino adesso avessimo vissuto la nostra vita sempre “sotto dettatura” ed in questo la sua ciclicità, sia dai nostri schemi acquisiti nei primi anni della nostra infanzia, sia dai condizionamenti (maschere) della nostra stessa vita sociale, costruendoci una realtà che oggi non ci piace, è come se non riconoscessimo più il mondo dove viviamo, e di per se noi stessi.

Nella sostanza anche noi dopo che “Dio è morto” ci siamo costruiti un mondo a nostra “immagine e somiglianza”, con un senso sempre più estremo di solitudine.

Siamo in genere sempre più inclini al rimorso, al rimpianto, non permettendoci o meglio se volete, permettendoci di illuderci che in realtà non abbiamo “potuto scegliere”, e che se non ci fossimo trovati in questa o in quell’altra situazione avremmo scelto diversamente,  quando poi se manca un appiglio reale, ci rivolgiamo alla sfortuna.

In altre parole potremmo dire che il rimpianto, ci ha permesso, con maggiore facilità, di ricorrere a quel meccanismo chiamato “proiezione sugli altri”, delle nostre responsabilità. La cosa riguarda tutti, compreso me, nel vivere come ho potuto vivere io negli ultimi anni, con tutte le mie storie, i miei dolori, le mie paure..i miei amori.

Questo meccanismo di difesa se riflettete ci permette di vedere solo il male al di fuori di noi, dandoci l’illusione di una possibile deresponsabilizzazione, quando invece siamo tutti, ognuno di noi, responsabile delle proprie scelte e del proprio destino. Ed in questo caso parlo per me, e per la mia esperienza di vita, cosi come accennavo prima (se poi la volete approfondire vi invito a leggere “le mie origini” raccolte in diversi articoli qui su GIRODIVITE.IT ) oltre che su questo blog.

E’ quindi noto a me come a voi, di come l’insorgere del senso di colpa  sia spesso uno degli elementi che blocca il processo di individuazione del nostro essere: “io sono – sono io”. Sembra appunto che il senso di colpa nasca come freno per l’agito, come vero e proprio ostacolo alla nostra “azione al negativo”.

Spesso siamo chiamati a prendere delle decisioni cruciali per la nostra vita e ci accorgiamo che se intraprendessimo quella strada che per noi è ignota, buia, ma che nonostante ciò ha un fortissimo richiamo sulla nostra anima, dovremmo inevitabilmente prendere le distanze da tutto ciò che, fino a quel momento, erano le nostre e come piace definirle (anche) a me: “false credenze”.

Fatta questa premessa ritorno al “mio viaggio clown” intrapreso molti anni fa e del perché per l’occasione mi costruii una “Moto del Tempo”. Insomma, una fuga e lotta, nella sostanza un vista da molti come “azione negativa”. Ma per quel che mi riguarda pensai, se fino ad oggi (quel momento) sono stato uno scemo agli occhi degli altri, perché fuori le logiche di un sistema che uccideva la mia essenza di essere persona, cosa posso fare adesso per diventare ancora più scemo di prima? La risposta immediata fu: essere clown e costruirmi una moto del tempo!

Lo stesso laboratorio inizia con una domanda, che nella sostanza mi posi anch’io: “vorrei sapere chi sono/sei?”

Ciò come potete immaginare implicava per me, non solo una ristrutturazione del mio apparato affettivo-cognitivo, ma mi pose difronte al dilemma e timore di poter perdere l’amore delle persone a me più care.

In verità per evitare ciò, il mio viaggio (a parte ogni altra proposta di Tour Operator) indica una strada: la via del cerchio. Il cerchio è un percorso di transito, della gratitudine e per questo, la stessa “morte dell’io, come principio del divenire” – “morire prima per non morire” – resta in realtà, (chiaramente) una “morte metaforica”, come l’ho vissuta anch’io “uccidendo” il mio “io”, per restare in compagnia del mio “sono”, affinché potessi rinascere clown: non più con un io frammentato ma, senza più maschere, del mio essere uomo (o donna che sia) intero/a. In questo caso si apre l’esigenza di tornare sul “luogo del delitto”, come in tutti i film polizieschi, e con l’aiuto dell’utopia tra l’arte e la “scientifica” ricostruire la realizzazione della “sagoma” inerme del nostro corpo steso a terra, la scena del ”crimine”. Qui si inserisce un processo minuzioso, di descrizione e di ri-creatività artistica, proprio per far emergere le parti ombre, o se volete quello che di noi non ci piace osservare e ascoltare.

Lo stesso esercizio dell’io-sono – antichissimo come essenza ed origine del suo significato simbolico – che ci ha accompagnati prima sull’orlo di quel burrone da dove siamo precipitati, ci da due possibilità o precipitarci dentro o provare a spiccare il volo: con il nostro clown/persona dell’origine (angelo?, e perché no!). Uno dei sogni più ricorrenti degli umani è volare, un sogno che in questo caso archetipico umano, ci rappresenta la nostra natura d’origine, libertaria di “sognatori pratici”, come proviamo a fare nella nostra Comunità RNCD….quando riusciamo a volare all’uscita della corsia di un ospedale.

Ed è così che in attesa di ri-costruirmi le ali e per provare almeno a viaggiare nel regno del tempo all’incontrario, mi costruii la “moto del tempo”, dando sempre onore al detto “c’è sempre tempo per avere un infanzia felice” e attraverso il qui ed ora, rivisitai il mio passato per ri-costruire il mio futuro, di clown, certo e perché no.

Il processo di individuazione del “chi sono io” è come una complessa conquista, che ognuno può fare a tappe forzate di un viaggio, che attraverso la disciplina della serenità: la neutralità del clown – dove il tempo e lo spazio finisco all’interno del vuoto della mia presenza, il respiro – in assenza di sovra-strutture dinamiche cui è sempre implicito il rischio di una destrutturazione dell’essere persona che prova a riconquistare oggi, con la stessa riconquista, la dignità umana, attraverso la responsabilità del rischio.

In questo senso uno degli aspetti fondamentali ed essenziale al processo di individuazione risulta essere, la “PROVOCAZIONE”, il “PARADOSSO” di  “TESTIMONIARE” le mie parti ombre proprio attraverso il mio clown, nella forma di “AUTOPOIESI” più alta: “PRENDERMI IN GIRO” da solo, nella relazione con gli altri, ricreando a specchio una nuova e più diversa relazione umana che diventa/no essa/e stessa/e “strumenti” di lettura del mio essere persona dell’origini. In questo caso mi affido attraverso la lettura dei significati scritti nei sette specchi delle relazioni umane, ad una lettura del MIO vissuto cercando di smascherarlo e farlo testimoniare attraverso il clown. Nella sostanza lo stesso processo di “travestimento” del nostro clown, non è un nascondere, ma uno scoprire.

In questo senso è necessario per me ora introdurre il discorso sulle “ombre” o meglio sul “significato negativo” che spesso attribuiamo ad esse, nel mentre proprio attraverso il clown ci possiamo rendere conto di come esse rappresentino non il “negativo” per me o di me e per questo “nascondo” ma “il meglio per me”. Le ombre come simboli che devo imparare a leggere e riscrivere.

In estrema sintesi nel MITO DELLA CAVERNA DI PLATONE, diversi significati vengono attribuiti alle ombre cosi come pure nella letteratura, nell’uso in matematica, nella geometria, nella psicologia in genere, ma tutte hanno un unico denominatore: le ombre ci consentono di “misurare l’essere nell’universo” nel senso che dalle ombre siamo riusciti a misurare le distanze dei pianeti, a costruire nuovi teoremi geometri, insomma a conoscere parti nascoste all’occhio, etc. Quindi in estrema sintesi prendendo qui a prestito il significato dell’Ombra che danno diversi altri prima di me dico che: le nostre ombre sono l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità:

1) Ombra come parte della personalità.

2) Ombra come archetipo.

3) Ombra come immagine archetipica.

Personalmente aggiungo un quarto punto:

4) “ombra come anima” che intende purificarsi.

Per certi versi sembra che quest’ultimo resti il compito della nostra vita qui sulla terra, dal punto di vista spirituale o se volete religioso  (in questo caso non mi affido a nessun dogma, avendo coscienza che la sorgente, che chiamiamo tutti “Dio”, è la stessa per tutti gli uomini; se intendiamo poi le stesse religioni nel mondo, come un fiume che scorre e che attraversa diverse regioni del mondo, ed al quale ognuno può abbeverarsi, dovremmo avere coscienza che lo stesso sapore o natura, sia pure della stessa sostanza acqua, dello stesso fiume, può riservarci “sapori diversi”, ma è sempre la stessa acqua, nata dalla stessa sorgente. In questo senso possiamo meglio comprendere il significato che posso dare io al punto di vista “spirituale”, che resta in ogni caso in ognuno di noi anche se ateo, perché comunque crede nell’ateismo.).

Ora mi chiederete perché penso che le nostre ombre rappresentino la natura dell’anima umano?

Se fossero “archetipi”, si tratterebbe di aspetti comuni a tutti, e solo in parte lo sono, dando per scontato la simbologia del significato archetipo; ciò va al di là di tutti; l’ombra è universale ad ogni uomo come l’anima ma di per se diversa e ciò si identifica con lo stesso significato di quella forma universale del pensiero dotato di contenuto affettivo – spirito o coscienza.

Quindi l’anima è come l’ombra, non sono mai tutte uguali tra loro, e possono trasfigurarsi in forme e contenuti diversi; quindi di per se non è un archetipo, salvo potersi rappresentare in momenti e contenuti diversi da persona a persona ma il loro carattere è sempre lo stesso, Non come l’animo umano e le stesse ombre. Qui dovremmo avere consapevolezza che sia lo spirito, che la coscienza, non ci appartengono, ma ci possiamo solo accedere, come la luce fa con l’ombra, possiamo nascondere le ombre come possiamo nascondere la nostra anima, e come attraverso le nostre ombre possiamo misurare le distanze o la distanza  – attraverso l’osservazione di esse, come nel caso delle capacità di misurare le distanze con gli astri misurando le ombre ad una certa ora del giorno, con il sole – possiamo misurare con l’animo umano la distanza con lo spirito umano.

Quindi l’ombra ci da la possibilità di misurare la distanza di accesso alla consapevolezza e attraverso questa alla coscienza, che non ci appartiene, è il luogo del tutto. La luce ci permette di osservare le “nostre” ombre…., come lo spirito, l’animo umano.

Non spetta a me qui dirvi cosa è “il meglio per te”, ma posso semmai attraverso il clown, il “mio” clown dirvi cosa sia stato “il meglio per me”. La ricerca sul mio clown, mi ha “imparato” che siamo tutti in grado di scegliere – tornando al concetto di responsabilità e scelta – e quindi decidere ognuno cosa è “il meglio per me!”.

Nelle diverse scuole di psicologia almeno qui cito le tre fondamentali e storiche: S.      Freud, C. Jung e V. Frankl ed oggi aggiungo l’epigenitica, nel suo rapporto psiche-biologico, ognuno tratta a modo suo la simbologia, ma sempre e comunque se riflettete, al centro ci sono le nostre “parti ombra” lo stesso coscio e inconscio è trattato come luce ed ombre.

Su di esse s’impernia l’attività dialettica che sintetizza gli opposti lo Yng e lo Yang o come in particolare nella psicologia analitici di C. Jung, che proprio nel suo “paradosso”: “…più l’ombra rimane isolata dalla totalità della persona-maschera più essa porta progressivamente ad una destrutturazione della persona stessa (io-frammentato) alimentando nell’essere una forma di distruttività tale da boicottare e rovinare se stessa”. Ciò è quello che anni fa mi ha indotto non a fuggire dalle mie ombre, ma da quella realtà che avevo creato in ragione del “nascondere” a me stesso la mia verità e le mie ombre. In questo senso la fuga e/o lotta direbbe Laborit è l’unica cosa che può fare una nave in tempesta.

Attraverso il mio clown ho cercato (non sempre ci sono riuscito) a guardare, anche da un punto di vista diverso, la mia parte ombra (o meglio le mie parti ombra), giocando con loro.

Il clown in questo caso mi ha aiutato ad evitare (a mia umile opinione) quello che sostiene lo stesso Jung quando afferma che: “ attraverso il fatto che nascondiamo la nostra parte ombra il mondo comincia sempre di più ad essere guardato e interpretato attraverso lenti alterate e malate che ne distorcono la forma e lo portano, sempre più, alla destrutturazione e all’annientamento”.

Ora per tornare un attimo al contesto iniziale sociale, se riflettete, è quello che oggi sta avvenendo a noi ed al nostro mondo.

Jung ci dice anche che i sogni sono un “portale con l’ombra”; i personaggi, gli antagonisti, le figure che costruiamo e incontriamo nelle nostre immagini oniriche sono immagini di noi stessi con le quali, a livello cosciente, non riusciamo ad essere in contatto, ci siamo messi le maschere, in questo senso il clown ci aiuta a toglierle, in sostanza nel momento in cui creiamo artisticamente la figura del nostro clown, come ho già detto ci togliamo le maschere. In questo senso il clown non è una maschera, ma la maschera, la nostra ombra che si testimonia, nel qui ed ora.

Il rischio su questo è che come me a volte possiamo pensare che cosi possiamo essere “angeli” (buoni), ma tanto più siamo “diavoli” (cattivi), e prima o poi dobbiamo farci i conti. In questo senso però il clown (un po’ bastardo, come piace definirlo a me) unificando le parti e rendendole visibili ci porta ad essere “sognatori pratici” mettendo in scena il peggio di noi, attraverso quell’azione in negativo che resta mediatrice del “se”, e possibile mediatore sociale.

La via? Ma certo è la via del cerchio dove tutto torna e tutto si può esprimere nella bellezza, nella gratitudine, nell’amore incondizionato verso se stessi e verso gli altri, qualsiasi cosa ci può d’ora in poi accadere è il meglio per me/noi!

L’osservatore e l’osservato in fisica quantistica ci riconduce al tutto. Lo stesso clown nel suo viaggio – provocatoriamente parlando – offre a noi la possibilità di osservazione dei nostri lati ombra per farceli “sognare” e “testimoniare”, semplicemente per così come sono, l’io diventa l’osservatore del sono.

Potrà sembravi, ed è un “paradosso”, una “provocazione” ma è nella sostanza una “compresenza” di aspetti “polarmente opposti(?)” Io e non Io, conscio e inconscio, positivo e negativo, che non rischiando più di dare solo un segno negativo al termine ombra, ci fa comprendere gli aspetti positivi o se volete “unigravitazionali” delle nostre ombre/dolori, che rappresentano l’essenza evoluzionistico dell’animo umano, ed è proprio in quel momento attraverso un esercizio sul “negativo” che possiamo partendo dal nostro corpo fisico (corpo-biologico-anima) e non dalla pischè, leggendo i nostri schemi, le nostre ombre prima nascoste, diventano la sceneggiatura stessa del nostro clown, diventano strumento per misurare la geometria del nostro animo umano e semmai fare, come alle auto, la “convergenza”.

Quindi come le parti ombre-negative-inferiori della nostra personalità restano la parte dell’anima in conflitto con il “sé” (non ancora “se” universo), e che quindi non rappresenta affatto la totalità della nostra psiche, ma semplicemente il percorso che la nostra anima sta facendo per giungere a maggiore consapevolezza, e quindi solo attraverso la loro testimonianza, potrò “misurare” la distanza che passa tra quel “sé” con l’accento, ed il “se” congiunzione con l’universo ed il sono depurato dalla costruzione dell’io, dove tutto è meraviglioso e perfetto cosi com’è.

Quindi “se” senza accento, “se” come congiunzione al tutto, appunto.

In questo caso occorre fare uno sforzo mentale per allontanarci dal dogma per entrare nello spirito, nell’essenza, dell’essere persona dell’origine, prima ancora del peccato di  Adamo ed Eva, che di per se pur potendo rappresentare il bene ed il male, il maschile ed il femminile, lo Yng e lo Yang, lo afferma in ognuno di noi: angeli e demoni.

In questo caso dovremmo, sempre facendo uno sforzo, intendere e tener conto che le nostre ombre non sono negative in quanto c’è una positività sempre e comunque con la quale ci si confronta, e come direbbe il mio carissimo amico Prof. Renato Palmieri non esiste polarità nell’universo, li tutto è meraviglioso e perfetto cosi com’è, perché nell’universo non c’è repulsione ma solo attrazione.

Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria ombra. Il riconoscimento di tale proiezione, costituisce una delle tappe della via del cerchio, a specchio, con gli altri, per la ricognizione della propria/e ombra/e. In questo senso gli specchi delle relazioni umane ci fanno comprendere di come abbiamo bisogno dell’altro, ed anche all’interno di qualsiasi torto che l’altro ci possa fare c’è una proiezione di una parte di noi. Vederla, riconoscerla, accogliere, ci aiuta ad evolverci.

Il clown in questo senso non rifiuta la propria ombra perché si condannerebbe a vivere una vita parziale. Gli Dei richiedono in lui alti ideali e per questo avendone coscienza lui inizia a giocare con le sue ombre. Lui sa che se le abbandona, le nasconde, la sua anima (persa) nell’ombra, è costretto a morire, come la luna che si staccò dalla terra, è stata condannata a nascondere un suo lato, condizionando i cicli vitali sulla terra, la luna è dannata? Lei almeno espone sempre le sue ombre ed un pezzo di luna lo vede il sole.

Lo stesso clown a volte un po’ “allunato/a” ricostruisce, o meglio prova ad avere una vita autonoma, senza alcuna relazione, con il resto della personalità-maschere, eliminando le maschere, affinché ogni autentica maturazione della persona-individuo non sia impedita, dal momento che l’individuazione comincia con la ricognizione e l’integrazione di tutte le nostre parti ombra, non più in conflitto tra di loro.

Attraverso il clown e quindi la ricerca del proprio clown possiamo operare direttamente su di noi questo tipo di “azione al negativo”, amando ciò che è.

In questo senso il clown è verità non più maschera, non più un io-frantumato, non più uomo posseduto dalla propria ombra che inciampa costantemente nei suoi errori. Anzi il contrario il clown, in questo senso, ogni qualvolta gli sarà possibile preferirà fare un impressione sfavorevole agli altri, più che apparire come il più buono, ma è proprio in questo non manifestarsi buono che egli potrà far ridere di “se”, essere nel contempo “mediatore sociale” dei “cattivi esempi”, cosi come nell’antica tradizione dei Buffoni Sacri d’America.

Il clown così, a differenza dell’uomo comune, a lungo andare pur avendo la buona sorte sempre contro di lui, poiché vive al di sotto del proprio livello e, nel migliore dei casi, raggiunge solo quello  che non gli compete e non gli concerne, potrà oltrepassare, andare oltre quel sé con l’accento per essere “se”. In questo caso il clown se non ha alcun ostacolo in cui inciampare, se ne costruirà uno apposta e poi crederà fermamente di aver fatto qualcosa di utile.

Quindi se nell’energetica psichica Carl Jung ci fornisce un immagine della psiche come di una molteplice corrente energetica che intanto può sussistere in quanto esistono i poli o le differenze di potenziale entro cui l’energia stessa si stabilisce e che solo in tal modo l’energia che prima andava dispersa nell’Ombra non riconosciuta o rifiutata diviene disponibile all’Io, attraverso una visione oggi della “fisica unigravitazionale” dovremmo dire che se non esistono le polarità la stesse “ombre” non possono essere definite “contrari” ma solo “parti” di un insieme, nella sostanza quel che di noi non può essere risolto in valore collettivo-sociale, e si oppone ad a ogni valore universale e quindi allo spirito all’animo umano o se siete atei alla coscienza, (almeno ad un pezzo ci potrete accedere comunque! scherzo sic).

In questa storia delle polarità penso che C. Jung avesse torto o meglio gli mancassero degli elementi che oggi siamo più consapevoli di possedere in “co-scienza”, nel senso che lo stesso modello di società è stato costruito fin’ora sulla base di una “falsa credenza” come direbbe il Biologo Lipton! E, se partiamo, come dicevo prima dal presupposto “utopico” coniugare “arte e scienza” abbandonando per un momento ogni dogma e affidandoci semplicemente ad una riflessione di natura più neutra e spirituale se “io-sono” ad immagine e somiglianza di Dio… affidandomi semplicemente al precetto: “ama il prossimo tuo come te stesso” posso comprendere che cosa è “il meglio per me.”. E’ probabile che nell’istante in cui ogni persona accetta, nella propria dinamica psichica, le sue ombre egli accetta di individualizzarsi non più nella sua anima irrequieta ma nel valore e nella consapevolezza che non esiste a differenza di ciò che sosteneva lo stesso C. Jung – bipolarità – ma solo attrazione, come ci suggerisce la ricerca del Prof. Renato Palmieri con la sua Fisica Unigravitazionale.

Dal punto di vista di una morale collettiva, l’integrazione dell’ombra permette la fondazione di un’etica individuale in cui i valori universali  dovrebbero essere consapevolizzati, accettati, perseguiti in quanto sarebbero continuamente rapportati al singolo individuo, o meglio all’elemento individuale dell’essere persona: “io sono-sono io” fatto ad immagine e somiglianza di Dio e la mia stessa ombra alla fine non è altro che un pezzo del tutto e osservandola e testimonandola, come fa la luna, posso incidere diversamente sui sensi vitali della mia esistenza. Così esse/essa mi consentirà – testimoniandola – di misurare la mia vicinanza a “Lui” un po’ quello che succede nel misurare le ombre a mezzogiorno per determinare la distanza con il sole. In questo senso anche “per cambiare le cose del mondo che non mi piacciamo devo iniziare a cambiare il mio modo di guardare il mondo” , attraverso gli occhi del clown: angioletto-diavoletto.

L’Ombra quindi più che parte negativa è parte integrante, o meglio spesso unificativa dell’essere persona dell’origine, non con la personalità dell’essere persona, ma come comprensione e consapevolezza che la coscienza non ci appartiene, ma ci possiamo solo accedere, e ciò solo attraverso un processo di unificazione delle luci e delle ombre, nell’universo ci sono i buchi neri che rappresentano una concentrazione di energia smisurata, li la luce scompare per tornare buio , quindi luce e buio sono la stessa cosa.

In sostanza il clown diventa possibile “strumento” di misurazione, e come l’ombra a mezzogiorno misura la distanza o la vicinanza con il sole, l’ombra “testimoniata” attraverso il clown,  ci consentirà di misura la distanza tra l’anima e lo spirito. Insomma attraverso il clown e la via del cerchio e della bellezza possiamo vivere la nostra esistenza più consapevoli e comprendere anche che in fin dei conti le nostre ombre non rappresentano per noi un richiamo di scissione, ma un legame di comprensione e consapevolezza per evolverci.

In questo senso si sintetizza nel titolo del laboratorio la mia ricerca in primis del mio clown, avviata 10 anni fa: “Alla ricerca del tuo clown…..ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!” nel qui ed ora, nel senso di potersi prima “prendermi cura di me”, prima di potermi prendere cura dell’altro, come clown sociale. Questo è un viaggio che può durare, come per me, tutta una vita, ma… Mio Padre che faceva l’autista di camion, mi diceva sempre: “è inutile che corri, tanto quando arrivi sei già li che t’aspetti da un pezzo!”

“Mio padre non mi diceva come dovevo vivere: viveva, e lasciava che io lo guardassi vivere.”

(Clarence Budington Kelland)

 

 

DIDATTICA DEL CLOWN

L’Albero della Vita, è sempre verde……

 

In diversi libri o manuali di didattica si parla di una “problematica – questa della didattica – che “…. deve restare attenta alle ragioni del soggetto che apprende …” insomma, rispettosa della natura del “discente”, assieme alle ragioni degli “oggetti” dell’apprendimento, la stessa “cultura” umana o meglio dell’umanità.

In ragione di ciò sempre più negli anni passati (XX secolo), gli indirizzi didattici/pedagogici (intesi come “scienza” della educazione e della comunicazione) hanno sperimentato nuove teorie o meglio integrato o messo in relazione (come piace definire a me questi processi) nuove teorie “didattico/pedagogiche”.

Nel precedente post dal titolo “pedagogia del clown” ho messo in evidenze,  le scuole di pensiero e le esperienze fatte da diversi maestri (in proposito mi sono astenuto se non solo accennato, alla mia personale ricerca pedagogica sul clown sociale, che meglio svilupperò in seguito, e frutto della mia esperienza o se volete visione); ora evidenzio alcune delle premesse al mio percorso “didattico” del clown sociale-dottore.

Ritorno quindi alle “nuove” teorie: didattico/pedagogiche; personalmente utilizzo la “via del cerchio” che resta una delle premesse fondamentali del mio viaggio “Alla ricerca del tuo clown …. ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”;  in questo caso mi affido ad uno “strumento” la parola ed il linguaggio nella sua matrice più efficace, sacra e non violenta: quella del cuore e del pensare differentemente.

Abbiamo visto anche nel precedente post come già la pedagogia integra o meglio mette in relazioni più conoscenze: biologia; psicologia; antropologia; fisica classica; epigenetica; PNEI; fisica quantistica o meglio la fisica unigravitazionale di Renato Palmieri; etc . A volte parliamo di energie sottili o doppie ma dovremmo anche dal punto di vista didattico/pedagogico insegnare o meglio imparare come funzionano i campi elettromagnetici di una calamita, come funziona una dinamo o un alternatore, che cosa sono le frequenze elettromagnetiche e come si muovono, per accorgerci che non esiste repulsione, ma solo attrazione, e noi attraiamo sempre quello che siamo. E, se questo vale per noi, per i nostri “campi” di relazioni, immaginate per la terra, e per l’universo intero (?) Mio padre che faceva l’autista di camion mi diceva sempre: “quando il motorino d’avviamento non gira, cambia le spazzole”.

Fatto questa brevissima premessa – e considerazione elettromeccanica – ritorno alle “nuove teorie didattiche” che alla stessa stregua di altri campi scientifici hanno verificato l’esigenza di integrarsi di mettersi in relazione tra vecchio e nuovo paradigma.

Quindi la stessa didattica e la stessa pedagogia non può che non essere in sinergia, attraverso proprio uno degli elementi cardini: l’esperienza. La stessa esperienza che ho vissuto attraverso il mio clown e quello che oggi provo a far esperenziare e che si “costruisce” insieme, proprio attraverso un interazione sinergica ed empatica di ascolto profondo: “io sono” un interazione intima, tra l’osservato-soggetto-io e l’osservatore-soggetto-sono (nell’ambivalenza del significato) attraverso un possibile divenire. Per soggetto-ego-io, l’oggetto-corpo-sono, persona dell’origine o se volete “io sono persona”.

Nel loro bellissimo libro (ed ora anche difficile da trovare) “L’albero della conoscenza” di Maturana & Varela questa teoria la definiscono “autopoiesi”. Lo stesso concetto di “conoscenza” perde il suo valore storico di “sapere” per prendere quello di “imparo” (da me e/o mi prendo cura di me – Heidegger),  perché come clown sociale e non dottore “sono” poesia fatta persona e faccio semplicemente un azione di prevenzione primaria, come piace definirle a me: “magie gentili”.

Ivan Illich tempo fa parlava di eliminare gli ospedali, le scuole; altri maestri clown – abbiamo visto – sostenevano di eliminare i teatri per andare verso un teatro povero, la strada, il marciapiede; oggi dal punto di vista dell’evoluzione sociale si parla sempre più, di “decrescita felice”, etc. Insomma tutta roba vecchia che abbiamo perso per strada e che così ci potremmo andare a raccogliere. E’ così che ogni crisi non è mai di per se negativa, solo attraverso essa può nascere una nuova conoscenza e consapevolezza di “se”, una “nuova grammatica” che ci faccia riscrivere e parlare delle cose umane.

Per questo uno degli strumenti resta l’utopia dell’eliminare l’io, per divenire semplicemente “sono”, ed in questo senso “persona dell’origine”.

La didattica del clown quindi come “disciplina autopoieutica” – in  questo caso – assume il suo valore di “scienza della comunicazione” per me identità disciplinare dell’io con l’identità rigenerante del “sono” perché li c’è già tutto. La stessa comunicazione per il 90% non è verbale, da qui il lavoro sul niente, sul corpo, eliminando le maschere. Il corpo con i suoi movimenti impercettibili che assumono il significato di specchio, dello stato interiore , di come abbiamo vissuto, così ogni conflitto si manifesta e si vive nel proprio clown. Non più ombre, ma strumenti didattici per il cambiamento del “se”, in questo senso un “se” che più che prendere coscienza , consapevolizza attraverso l’arte della “recitazione” del nostro corpo che diventa “l’oggetto pedagogico” della dissimulazione. Nella sostanza non è la nostra coscienza che cambia, ma la nostra consapevolezza che possiamo accedere alla coscienza che non ci apprtiene, ma ci possiamo solo acceder, e li il tempo (passato-futuro) non esiste, per è tutto “qui ed ora”. Il tempo e lo spazio si trasformano in energia (amore) che tutto attrae, perchè nell’universo non c’è repulsione ma solo attrazione e noi attraiamo quello che siamo. Quindi il nostro clown ci consente di accedere alla coscienza attraverso un espansione di consapevolezza, coinvolgendo il nostro corpo che diventa di per se “oggetto pedagogico” del possibile cambiamento: si “auto educa”. 

Lo stesso linguaggio affidato alle sensazioni emozionali del corpo, come persona dell’origine ottimizza il trasferimento della “conoscenza” unificando il livello. La stessa “azione” di osservatore di se stesso, attraverso il clown (corpo-sono-persona), nel mettere lì ciò che di “se” si considera bene e/o male, provoca una riformulazione del proprio “se” , direbbe Emannuel Mounier “Rivoluzione Personalista Comunitaria” ed in questo senso quel “se” diventa congiunzione e non più con l’accento “affermazione” , e ciò sia dal punto di vista autopoiesi-pedagogico, che della stessa auto-disciplina didattica. L’osservatore (io-clown-sono) come sistema vivente che condiziona l’osservato (io-ego-persona), nel paradosso, deridendo se stesso – direbbe Victor Frankl -, e attraverso ciò prende simultaneamente in considerazione l’entità che osserva – corpo – e l’universo dentro e fuori di “se” che è formato dalle stesse sostanze. L’universo in quanto tale è capace di interagire (attraverso magie gentili) con l’entità osservata. L’atto (l’azione, l’esperienza in se) stesso nel momento in cui si copie, resta la base cognitiva e costituisce  l’atto essenziale nella definizione del concetto di unità. Non più maschere, non più un “io” frammentato, ma un “sono” uomo/donna intero/a, insomma “angeli” pronti a spiccare il volo.

Il biologo Bruce Lipton nella sua “Biologia delle credenze”  ci parla di “false credenze” o come “ per prendermi cura di me debba “trascurare la mia malattia”, lo stesso “metabolismo cellulare” si sa che attraverso una “riflessione” produce e va ad integrare gli stessi componenti che prima aveva distrutto. Cosi come va a creare una protezione, una membrana alla cellula, che lo stesso Lipton definisce “..il cervello pensante della cellula…” che non resta il nucleo. “L’io” come nucleo, e “sono” come membrana collegata al tutto del mio essere biologicamente e spiritualmente uomo o donna che sia! Vi ricordo qui il caso della Lumaca Aplysia, che crea addirittura nuovi organi.

E sembra proprio strano di come nella teoria della “autopoiesi” di Maturana & Valera si parli che questi organismi viventi nel loro operare possono produrre solo altro da “sé” – loro lo scrivono con  l’accento – , e che il loro agire è sempre di natura “circolare”!

Insomma la nostra è un’epoca di transizione, ancora sospesa tra il vecchio e il nuovo millennio. Il XXI secolo ci pone di fronte ad una scelta: o esercitarci ad essere un uomo nuovo o perire per far posto sulla terra a nuovi esseri, che certamente il nuovo “ambiente”, che abbiamo anche concorso a creare, sta già “costruendo”.

Questa didattica o disciplina del clown sociale, va quindi vista come un’esperienza integrata o meglio di “relazioni”; è un altro “strumento” di realizzazione di un idea di persona nella prospettiva multietnica, insomma, per dirla “autopieticamente” = oltre la dualità classica dei poli opposti per realizzare un “nuovo rinascimento” una “nuova grammatica”, una “nuova scienza” quella  “unigravitazionale”, dello spirito umano e del “se”.

Bibliografia   

“L’albero della Conoscenza” di Humberto R. Maturana e Francisco J. Varela , Ed Garzanti 1987;

“Didattica Generale” una nuova scienza dell’educazione di Franco Fabbroni , Ed Mondadori;

“Biologia delle Credenze” Bruce Lipton , Ed Macro

PEDAGOGIA DEL CLOWN

ascoltando il silenziosottotitolo

“OH DEI,… LA CITTA’ DI TROIA E’ DISTRUTTA!”

Se sfogliamo libri o manuali di pedagogia a grandi linee possiamo comprendere che la pedagogia è la scienza che studia l’educazione e la formazione dell’uomo nella sua interezza. Essa ha come oggetto del proprio studio l’uomo nel suo ciclo di vita. Quindi, al contrario di ciò che si è soliti pensare secondo un ovvio luogo comune, il Pedagogista non si occupa esclusivamente dei bambini. Il Pedagogista si occupa di bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani e disabili. La Pedagogia si occupa anche dell’educazione scolastica e dell’apprendimento dei soggetti, ma non è questo il suo unico fine. Il fine della pedagogia è l’Uomo che si relaziona con l’altro da sé (educazione) e che si relaziona con “se” stesso (in-formazione).

Il Pedagogista studia l’umano e ciò che riguarda l’Uomo e la sua esistenza. Nell’ambito della pedagogia italiana il pedagogista Riccardo Massa ha proposto di usare il termine formazione per indicare sia l’educazione (ovvero il processo di formazione globale della personalità) sia l’istruzione (ovvero il processo di trasmissione da parte di un individuo e di acquisizione di competenze e di conoscenze da parte dell’individuo che viene istruito).

Ora possiamo dire che l’educazione (secondo i modelli teorici elaborati dai pedagogisti) ha tre coordinate: Il sapere (le conoscenze);  Il saper fare (le competenze);  Il saper essere (modo il cui un individuo mette in campo il saper fare e il saper essere).

Lo studio della pedagogia è stato recentemente rivalutato dalle più alte istituzioni educative italiane, le quali, nel 2010, hanno creato un liceo (il liceo delle scienze umane) che ha come materie base la psicologia, la sociologia ed appunto le scienze dell’educazione e della formazione riunite in uno studio di un’unica materia chiamata “scienze umane”; Rudolf Steiner anni fà questa scienza l’ha anche definita “scienza dello spirito” (umano).

E’ molto importante precisare di come la pedagogia sia una “scienza” influenzata dalle più alte espressioni culturali che si sono succedute nel corso dei secoli e come le diverse filosofie (dalla quale le scienze dell’educazione traggono moltissimi concetti base), la Letteratura, l’Arte e la Storia e qui oggi aggiungo l’Epigenetica, proprio perché alcune istituzioni dell’educazione formale stanno tenendo conto dei principi della pedagogia nella stesura del progetto educativo che la stessa è scienza in quanto costituita da un integrazione di diversi sistema di sapere considerando il fatto che lo stesso destinatario dei “prodotti teorici” e pratici della pedagogia è l’uomo, che è il soggetto agente e, nel contempo, anche l’oggetto primario delle pratiche educative. Egli è il destinatario di questa scienza e, pertanto, il fine di tutta la ricerca pedagogica.

Per fare questo la pedagogia deve rivisitare e rielaborare i modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse, strumenti e contesti nuovi già disponibili per ri-progettare e ri-attuare un intervento educativo e ri-organizzare strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elaborare, un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.

Fatte queste premesse rifletto qui sulla “pedagogia del clown” che nel suo significato letterale “pedagogia” resta proprio quello di “generare bambini, procreazione” e/o “guidare, condurre, accompagnare” le persone in un viaggio alla ricerca di “se”.

Qui riprendo: due modelli possibili di pedagogia che pare non potrebbero essere giudicati in modo univoco, poiché in ognuno si possono trovare elementi positivi ed elementi negativi:

La teoria kantiana basata su una forte spinta positiva nei confronti dell’uomo ci dice che: “la fiducia nell’essere umano porta il pensatore a vederlo come artefice di un miglioramento della sfera sociale. L’educare il fanciullo evitandogli completamente ogni rapporto con la realtà lo porterà ad una formazione tale da riuscire a cambiare in meglio la società che lo ospita.”

Durkheim, al contrario, è restio ad educare in completa astrazione dalla realtà sociale, poiché ciò porterebbe ad una ritorsione dei costumi contro il soggetto, se questi non li rispettasse. Ogni società ha delle regole che, se non conosciute, vengono innocentemente ignorate, causando situazioni “illecite” che possono ritorcersi contro l’autore.

Penso che qui stiamo ancora in un contesto duale nel mentre attraverso l’esperienza del clown “uomo intero” si potrebbe far comprendere di come sia importante unificare, appunto, immaginazione e realtà.

In questo senso sono più vicino al pensiero di: Edmund Husserl che vede l’educando nel “qui e ora” calato nel suo contesto di vita, e considera l’agire educativo in senso ecologico, esaminando i vari fattori che modificano lo sviluppo generale dell’educando, dando poco peso agli eventi pregressi che hanno segnato la sua vita tendendo a portare l’educando ad un rinnovamento della sua personalità e del suo agire rispetto ai modelli passati.

Ed anche di: Emmanuel Mournier che vede l’educando nella sua interezza di persona, assumendo come fondamentale il suo percorso di vita indipendentemente dal contesto, e prendendo come oggetto della riflessione pedagogica la sfera etica del comportamento unitamente alla dimensione biografica del suo pensiero.

Qui faccio un salto all’indietro con la mia moto del tempo, per giungere nella terra rossa dei Nativi d’America e alle loro figure (significati antropologici) de “I Buffoni Sacri d’America” (facendo riferiemto specifico, per la vostra personale ricerca personale, al bellissimo libro di Giliberto Mazzoleni – Bulzoni Editore) dove in estrema sintesi si comprende come dal punto di vista “antropologico” , il clown è un “MEDIATORE” non solo sociale, ma come in questo caso lo intendo io: un mediatore interiore del “se”, senza più vincoli e giudizi, senza più maschere.

Tempo fa lessi un libro di M. Pellerey, “Educare” – Manuale di Pedagogia come scienza pratico-progettuale, del 1999. Lui sostiene (cosa che condivido molto) che: “l’obiettivo della pedagogia non è quello di creare teorie generali dell’educazione (a quello servirebbero, in questa interpretazione, le altre scienze dell’educazione e della formazione), ma di costituire modelli di intervento educativo spendibili nella pratica educativa immediata (aggiungo:…e interpersonale). Per fare questo, abbiamo già considerato come la pedagogia debba rivisitare e rielaborare modelli di intervento già proposti e/o attuati, ed esaminare e valutare risorse “nuove”, “strumenti” e contesti già disponibili per ri-progettare e attuare un intervento educativo;” ….fatto ciò, la pedagogia ……- ….sempre per il Pellerey – (ripeto)….: “….organizza strategicamente le sue conoscenze per individuare un possibile percorso educativo da realizzare ed elabora un progetto che sta alla base dell’intervento educativo da attuare.”

Nella sostanza il viaggio “Alla ricerca del tuo clown….ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”  non insegna una generica “pedagogia del clown” …ma semplicemente ricerca e impara (uso il termine imparare e non insegnare, proprio perchè in questo caso il “maestro” è ognuno di noi che sperienza, e quindi…)… a riconoscere la “propria pedagogia”, quindi più che formazione è un “in-formazione sul “se”, per “ri-educarsi”, abbandonando come direbbe il biologo americano Bruce Lipton: “le false credenze” (epigenetica).

Qui devo inserire qualche altro termine per parlare in maniera più compiuta della “pedagogia del clown” (così come l’ho intesa attraverso questa ricerca sul -mio- clown) e si tratta di “antropologia teatrale” con il quale si intende la disciplina che studia i rapporti dell’uomo in situazioni di drammatizzazione organizzata. Più nello specifico studia i rapporti dell’attore con i gesti da lui agiti sulla scena. In questo caso mi affido alla ricerca di Eugenio Barba che definisce “l’Antropologia Teatrale” “lo studio del comportamento scenico pre-espressivo che sta alla base dei differenti generi, stili, ruoli e delle tradizioni personali o collettive”.

“L’antropologia teatrale” (oggi nelle nuove neuro-scienze: “Epigentica”; “PNEI”; Medicina Narrativa; o alla Jodoroscki Piscomagia (ma in effetti non c’è niente di magico)  mette così in secondo piano il testo drammaturgico (“i vincoli”: qualsiasi essi siano, della propria vita, nel nostro caso…) e gli elementi caratteristici del genere teatrale come la musica, la dizione, la scenografia ecc.; per focalizzare lo studio dell’evento teatrale (o nel nostro caso: palcoscenico della vita, sociale) avente come centro l’uomo ed il corpo (perchè il corpo ne sa molto più del nostro cervello:pensiero!). Questa concezione ha fatto diffondere in passato l’utilizzo della locuzione “teatro del corpo”, che indica per l’appunto il campo di applicazione dei teorici del teatro contemporaneo (metà XX secolo) sull’uomo e, dunque, sull’attore come elemento cardine dello spettacolo.

Infatti dal “Teatro Totale” (inizio-metà XX secolo), come sintesi tra arti sotto la “supervisione” dell’attore da parte dell’autore della sceneggiatura e del regista, si passa nel corso o meglio a metà del XX secolo ad un “teatro completo” partendo da Etienne Decroux che con suo “teatro completo” c’è la “supremazia dell’attore”, che diventa autore, scenografo e regista di se stesso, fino ad arrivare a Yeus Lebreton, allievo dello stesso Etienne Decroux  (che con riferimento agli studi di: Adolphe Appia, di Jacques Copeau) arriva al “teatro corporale”: l’energia del corpo come espansione del proprio mondo interiore, e attraversando la bioenergetica di Alexandre Lowen  (mente-corpo) ed anche attraverso lo studio della voce, sul ritmo del respiro, “uomo della sua essenza”, corpo energetico, corpo vocale, i colori della voce apre il teatro all’esplorazione di nuovi spazi. Da queste esperienze nasce anche la cosiddetta “teatro terapia”, anche se questo termine mi risulta limitativo proprio dal punto di vista pedagogico (per un uso a volte distorto del termine “terapia”).

Nella sostanza, il “pensiero” non è più unicamente il risultato di un processo neuronale confinato nella corteccia celebrale, ma nei miliardi di cellule e parti del corpo umano (epigentica), con i suoi significati e simboli, come anche negli ultimi anni del XX secolo ha provato a spiegarci la Pisco Neuro Endocrino Immunologia attraverso la Biologia Totale: l’Epigentica, che attraverso i recenti studi sul rapporto tra pische cervello e organo ha messo al centro: la storia, la narrazione, della singola persona nel suo contesto bio-sociale, quindi come energia che si apre al tutto in “co-scienza”, quindi più che di teatro terapia dovremmo parlare di “teatro della co-scienza” avendo co-scienza che essa non ci appartiene, ma ci possiamo solo accedere.

Da queste esperienza parte questa mia riflessione sulla rielaborazione di una nuova pedagogia del clown sociale, come “mediatore del “se”, oltre che sociale” o clown “dottore” (con tutta l’eccezione che richiede l’uso del termine “dottore” nell’identificare la figura del clown sociale. Nella sostanza “dottore” per me resta un termine che non mi piace molto utilizzare, per la stessa natura pedagogica e valore che intendo assegnare alla figura del “clown del “se”e sociale, come appunto “mediatore”) che si propone “qui ed ora”, in primis, di “prendersi cura di se” (“se” – senza accento…come congiunzione, unificatore delle due parti…. ).. prima, per poi potersi prendere cura degli altri. Quindi il senso di un valore pedagogico individuale, insomma fatto su misura e con co-scienza.

In questo senso questa mia riflessione sul parallelismo o meglio sulla necessità d’integrazione “pedagogica, teatrale e co-scientifica” riveste la necessità mia di integrare le diverse esperienze oggi e di dare quel valore pedagogico all’esperienza stessa del clown sociale (o dottore) come “arte di vita”  che tenta di ri-costruire nuovi “saperi e conoscenze” e per questo anche un nuovo modello di relazione sociale, sulla base dell’esperienza personale e individuale e non più solo dei saperi  attuali, per porsi come arte-utopica (maieuticamente parlando) in quanto anche più povera di mezzi, (considerata la stessa crisi) nel senso che utilizza solo il corpo e pochi altri mezzi nel suo percorso di insegnamento, da qui la nascita della mia Università dei Marciapiedi” con indirizzo alla “Sopravvivenza”. Insomma anche la stessa esperienza nel contesto di “relazione in strada” (sul marciapiede appunto) parte dalla stessa esperienza del Living Teatro che negli anni cinquanta diceva di “dimenticare i grandi teatri e l’ingresso a pagamento, la non succede niente, niente altro che istupidimento. Cosa invece succede in strada? Qui ci sono persone presenti per caso, e non sanno se hanno davanti uno spettacolo, una manifestazione politica o sociale o un gruppo religioso, alla fine è un miscuglio di più cose che il clown di per se incarna come “uomo intero”. Lo stesso pubblico è chiamato in causa. Come potrebbe essere un’azione clown in strada di: “Abbracci Gratis” o come potrebbe essere un’azione qualsiasi fatta: “Non in mio nome!”.

E’ curioso che nel suo percorso pedagogico Etienne Decroux amava esibirsi davanti a pochissimi spettatori al massimo 4 o 5 – un po’ come facciamo noi clown sociale – nell’ambito di un intervento in una corsia di ospedale, o anche in strada,  cercando di indurre negli “spettatori” una “reazione -distrazione” o meglio in senso di funzione “mediatrice” una “riflessione” giocosa (nel nostro caso: un bambino, un adulto, una mamma, un infermiere, un medico), per renderli non solo testimoni, ma attori-clown, protagonisti – attivi – della stessa azione e quindi non consumatori passivi dell’azione stessa. Insomma ridere di o con “se” sulla propria realtà mutevole e contigente, avvertita come estranea e insidiosa, di per se è pedagogico per “se” e per gli altri.

Ecco l’antropologia pedagogica del lavoro del nostro clown sociale si base fondamentalmente sull’insegnamento che questi diversi “maestri” a partire da Etienne Decroux o nel suo parallelismo di “teatro povero” (la strada) Jerzy Grotowski, anche se loro non si sono mai definiti tali, ribadendo uno dei concetti a me più cari dal punto di vista “pedagogico” del clown sociale: nessuno è maestro, in quanto si può essere solo “maestri” – nell’eccezione del termine -  se si propone di insegnare una “tecnica”, ma quando nel nostro caso proviamo a studiare o meglio ricercare, relazionandoci ognuno per conto suo, la “propria pedagogia” si può essere solo “maestri di se stessi”, perché sei tu che diventi libro, sceneggiatura, regista e quindi narrazione della tua storia di vita e quindi:  “medicina”.

Nel contesto pedagogico quindi dovremmo affermare che si tratta della “pedagogia della persona” (*) in quanto individuo, nel senso che il nostro clown agisce nel quotidiano e di per se non usa maschere ma le sue verità. In questo senso: si è clown tutti i giorni se no non lo si è! E, ciò in quanto  clown, attraverso la  propria esperienza individuale ci si “prende cura di sé” facendo onore al pensiero Heideggeriano: della differenza tra “cura autentica ed inautentica”. E’ in questo senso che il clown è “persona dell’origine” che ri-educa ad una nuova visione di “se”, (in questo senso congiunzione e non affermazione), superando il dominio dell’istinto, sotto le maschere del quotidiano, per risvegliare la memoria del nostro essere angelo in relazione con il tutto in: “co-scienza dello spirito”.

Gli stessi esercizi meditativi, non solo ginnici, ma plastici, la modalità di comunicazione in cerchio ci vengono dagli stessi insegnamenti della tradizione più antica dei clown scamani, oggi rivisti alla luce delle nuove scienze: biologia totale, pnei, bioenergetica, anti ginnastica, feldenkrais e ad altre ancora di questo tipo, che mi inducono a riflettere di come l’esperienza del clown sociale si inserisca all’interno di un nuovo percorso pedagogico che debba integrare le diverse “scienze” e saperi” all’interno di un processo di riconoscimento del “se” che eliminando le maschere dell’io , ci fa ri-essere “persona dell’origine” (*).

In questo senso partendo dall’esperienza di Etienne Decroux, che attraverso i vincoli ginnici e motivazioni personali cerca di integrare una figura pedagogica d’attore più libero dai vincoli dell’autore o del regista, possiamo arrivare all’esperienza di J. Lebreton che attraverso la “libertà dal vincolo”,  che ritroviamo anche nei principi pedagogici di E. Husserl; E. Mournier;  M. Pellerey, costruisce una nuovo modello pedagogico del clown rielaborando i modelli (dei suoi maestri)  riesaminando e valutando le risorse interiori di ogni persona e li trasforma in “strumenti utili” (nel bene e nel male) per la stessa trasformazione dei contesti già disponibili al fine di ri-progettare ed attuare un intervento “educativo” che come dice Pellerey nella sostanza “parte dal singolo”. Insomma se vuoi cambiare il mondo, devi cambiare il tuo modo di vedere e stare nel mondo.

J. Lebreton reinserisce il concetto di “svincolo” dalla “tecnica o dai saperi” per far “emergere” una potenziale “creatività” nutrita da – nuove – motivazioni personali, rivendicando così il diritto di creare “..una partitura al di fuori della concatenazione degli esercizi stessi…” nel caso nostro dal contesto di un non luogo come può essere una corsia di ospedale o la strada – come piace a noi -; se poi prendiamo in esame la stessa persona che si propone nell’esperienza della ricerca del suo clown, che a me piace definire per questo un viaggio, comprendiamo meglio perche io vado: “Alla ricerca del proprio clown…..ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso!”.

Quindi se le diverse tecniche teatrali esigono certamente disciplina, la “creazione” o meglio la “ri-creazione”  di un contesto individuale o sociale (che sia),  di una relazione o se volete di un modo d’essere e/o sentire un esperienza, un vissuto, al contrario si deve proporre proprio all’interno del “paradosso-pedagogico del clown sociale” (per effetto proprio del potere su di “se” degli “specchi delle relazioni umane” e di come essi possono essere letti per “educarsi” ad una nuova relazione sociale) attraverso… e/o a come afferma V. Frankle di “prendersi in giro” ….delle sue “false credenze”…. e “ridere di sé” nella “provocazione” più grande per un essere umano: uccidere il proprio “io” per “essere” semplicemente: “persona dell’origine” della propria condizione, perché quello che posso vivere nel “qui ed ora” è il meglio per me, e ciò in sospensione di giudizio (vincoli).

La “via pedagogica”, come più volte ho detto, è certamente una “via sacra”, fuori essa stessa da dogmatismi, avendo coscienza che il fiume della stessa fede nasce dalla stessa fonte, anche se attraversa diversi territori e popoli, e la stessa natura del clown (molto vicina a San Francesco – giullare di Dio) resta di per sé una figura pedagogica possibile ed immediata, e prima di poter diventare ognuno di noi santo almeno provare a ritornare ad essere angelo. Una curiosità: alcuni clown soicali in missione nel 2003, per le strade e negli ospedali di Kabul quando visti venivano chiamati “Mulak” o “Maluk” che in arabo significa “Angelo” (o regno degli angeli: “Malakut”).

Per scendere un po’ con i piedi per terra a questo punto definisco la “pedagogia del clown” in maniera simile al concetto di “prendersi cura” cosi caro ad Heidegger (nel senso che essa diventa una “pedagogia dell’interiore”) o allo stesso V. Frankl della “speranza” o R. Stheiner “scienza dello spirito”, perché libera l’esplorazione del proprio capitale “immaginitavo” prendendo co-scienza del fatto che l’immaginazione è più potente della volontà, e quindi non più sottoposta alla questione del “vincolo di una tecnica spersonalizzata” ma diventa nel “qui ed ora”: il meglio per me! (qualsiasi cosa essa sia, perchè tutto è meraviglioso è perfetto cosi com’è!). In questo senso la pedagogia del clown è una “pedagogia dello spirito”, fuori dagli stessi vincoli di natura dogmatici come dicevo prima perchè cosi ognuno – liberamente – può prega il suo Dio.

Il clown, o meglio la persona che agisce con il suo clown o meglio attraverso il suo clown, dal punto di vista pedagogico, applica questi principi pedagogici, proprio attraverso una “nuova” presa di co-scienza del “se” che nella mia eccezione diventa “congiunzione” e non più  sé come “affermazione” di un “io” frantumato, mascherato, per poter “essere” semplicemente “sono”.

Nella sostanza il “clown” aiuta a spingere la persona sull’orlo del burrone (nel senso di paradosso-provocazione-metafora) affinché le “maschere” dell’io, con le sue difese si rompano, i suoi blocchi “brucino” ed il clown si “riveli”, attraverso un’azione intima e profonda. Ciò dipende, come si può comprendere, non dall’esercizio in se, ma da come l’esercizio viene realizzato e guidato da un facilitatore che esperienziato direttamente il percorso e di per se “esperto”, riesce ad abbandonare tutte le tecniche affidandosi alla sua percezione.

Qui va precisata una cosa, il come non si impara e non è circoscritto in un metodo predeterminato e trasmissibile, questa “pedagogia educanda” (ri-creatrice) nasce da un intimo ascolto tra colui che guida e colui che agisce che mette in campo la percezione, in quanto ogni persona è unica e divina cosi com’è. E, quindi solo dal semplice rapporto tra uomo e uomo (o donna che sia) in quanto nessuna parola trascritta (anche qui) è in grado di fissare.

Potrei in questo senso definirla una pedagogia “inter-personale” o “trans- personale” nel senso che supera lo stesso significato delle parola “educare” una “persona” in quanto è la stessa persona che si “educa” a vedere il mondo con altri occhi, in questo caso con l’occhio del clown, meraviglia delle meraviglia.

Certo per questo è importante definire una nuova “etica pedagogica” e quindi del lavoro che va ben al di là di un semplice processo o tecnica, perché inserisce l’utilizzazione di un altro senso nella relazione con l’altro, che un po’ molti di noi hanno perso, e come dicevo prima: la percezione di “se” e dell’altro, in una parola: la bellezza!.

Quindi parlo di una ricerca pedagogica dell’io sono fatta persona, di una ricerca che unifichi e non separi, e non quindi di un manuale della formazione pedagogica del clown sociale e/o dottore (utilizzo il termine “dottore” a volte solo per intenderci sulla differenza stessa pedagogica tra il clown del circo, il clown di teatro, di strada, ultimo clown sociale come piace definirmi.).

In questo senso ribadisco il concetto di “viaggio”; un cammino “educativo” o meglio “ri-educativo” che senza alcun vincolo possa ri-scrivere la storia umana: Quale via utilizzo? Certamente la via del cerchio” , nella sua tradizione secolare dei Nativi d’America, ma anche moderna della comunicazione non violenta. Una “via”, questa del cerchio, che ognuno di noi può percorrere senza preconcetti o pregiudizio alcuno, perché non è fatta per concettualizzare o da un singolo maestro, ma da ognuno di noi che diventa maestro per se stesso e gli altri.

Una “via” che cambia la prospettiva geometrica della stessa relazione umana, non più fatta di angoli, spigoli  o emicili ma a 360° avendo coscienza che il tempo, il passato il futuro, sono solo una costruzione mentale, come la verità che non esiste ma esistono le verità e che lo stesso cambiamento può esserci in un 1/25 di secondo, insomma in un Nanosecondo.

Dentro questa nuova dimensione pedagogica e di per se sociale possono esistere e co-esistere diverse  “comunità provvisorie”, come la nostra di “clown sociali & sognatori pratici”, per realizzare quell’uomo intero, di cui parlo spesso.

Ecco condividere queste esperienze attraverso il principio del “libero apprezzamento” e di per se pedagogico nella misura in cui questo tipo di clown possa “ri-educarci” ad “essere”, dono di “se” e ciò non è possibile scriverlo all’interno di nessun manuale o comandamento, semmai quello che potrebbe essere necessario sarebbero solo divieti, per evitare di scontrarci, ma in questo senso “la gentilezza” potrebbe rifare la propria parte. Qui ricordo ad esempio, sempre prendendo spunto dal campo “teatrale” l’esperienza del teatro antico “No Di Zeami” che non era tenuta segreta (non parlare tra i cespugli, la riservatezza, animica della via del cerchio che utilizzo nella formazione del nostro clown sociale) per il gusto del mistero, ma semplicemente per rispetto ad una tradizione orale e per questo “sacra” dell’insegnamento (e qui intendo non il mio insegnamento, ma quello che ognuno di noi nell’esperienza e dall’esperienza può proporre all’altro ed a “se”).

Per questo l’aspetto pedagogico dei vissuti nell’esperienza, del percorso del nostro clown sociali non può escludere nessuno dal confronto (“se”) perchè non è tra il sapere e il fare, ma sta proprio nella ”maniera” che abbiamo indicato anche nei principi del nostro statuto: “la via della bellezza!”.

Questa via non si apprende, ma si sperimenta in prima persona, e resta “la maniera” che io posso sperimentare in prima persona attraverso: “magie gentili!”.

Ciò potrebbe sembrare un eufemismo, ma è quello che si può sperimentare nella stessa azione del clown sociale nei suoi giri visita in ospedale o nelle sue “azioni di buona salute” in strada che in tutti questi anni abbiamo realizzato nella nostra piccola comunità di clown sociali. Si anche per le vie di molti paesi dell’Irpinia e non solo, dove si registrano sempre più sconfortanti depressioni, uso esagerato di stupefacenti e alcool e dove semmai si registrano dati sconfortanti come depressione e suicidi in età giovanile. Alcuni degli aspetti “antropologici” con-causa di questi fenomeni, sottoposti a studio negli anni scorsi dall’ASL  di Avellino, sono stati la rilevazione di alcuni dati significativi: l’assenza dell’esperienza del gioco in età infantile e l’incapacità di relazionarsi con i cambiamenti epocali, per mancanza di immaginazione e fantasia.

Ecco adesso serve uno strumento pedagogico che riesca a prendersi gioco di noi, in questo senso il clown sociale come maestro di se stesso.

Qualche pretesto per iniziare a giocare?

Bene vi suggerisco: il clown non passeggia, danza; il clown non guarda con gli occhi, annusa con il naso; il clown è stanco, non corre molleggia; Il clown è in crisi, solo così è felice; Il clown è incantato dai suoi suoni e dalle sue paure; Il clown va a pesca, di correnti d’aria; il clown ha paura della sua ombra, per questo prova a giocare con lei; il clown per questo, è figlio di un nuovo popolo: il popolo della terra e lo abbraccia con gratitudine.

(*) invito a leggere anche:

http://comunitarncd.wordpress.com/2012/05/23/io-sono-persona/

http://comunitarncd.wordpress.com/2012/05/23/il-clown-persona-dellorigine/

Cita

ELISIR d’AMORE per la POESIA

mercuziodi Mauro Orlando  

Gli ultimi scritti di Franco Arminio* giocano piacevolmente tra poesia e politica e rappresentano la cifra ossimorica, anomica e alogica delle esperienze paesologiche e comunitarie……

Platone non amava i poeti perché erroneamente pensava che le parole scritte nella loro oggettivazione materiale facevano comunque perdere la profondità di senso, la forza visionaria , il significato nascosto e la bellezza evocativa e inclusiva della parola parlata nella voce identitaria ….meglio se cantata.

Ma nello stesso tempo fidandosi troppo del “lògos” e delle idee , poco della realtà effettuale , aveva pensato alla “politèia” ” solo come possibilità pedagogica e come modello perfetto da esportare nelle varie esperienze delle colonie greche della magna Grecia.

Difetto della poesia e virtù di una idea totalizzante della politica. Il paradosso ,oggi. è che noi viviamo il trionfo e la massificazione della parola ,parlata ,abusata, detta e gridata dove al massimo ci viene benevolmente concesso il compito critico ed autonomo delle “interpretazioni”.

Ben altra cosa il racconto poetico e dolorante di un poeta come franco e della sua esperienza espressamente “ipocondriaca” ”Il mio impegno civile forse è un tentativo di uscire dal pozzo della scrittura”. Ognuno oggi nella enfasi sviluppista e consumista ha i suoi pozzi da spurgare.

 Nel mio piccolo e particolare pozzo ci sono anomalie e contraddizioni se pur di carattere cumulativo di “opinioni” come usa chiamarle franco… “Il mio è pieno non solo di rifiuti di opinioni ma sopratutto di idee, razionali ed a priori che abbisognano di essere contaminate e contrastate dai sentimenti, sogni,fantasie e gesti di follia, di trasgressioni e delle percezioni vitali che evoca con le parole “rivoluzione” o “ribellione” “politica ” e”fede”.”

 Io penso che la “rivoluzione” che ci racconta dolorante nei suoi scritti sta proprio in quello che dichiara come “paradosso”.

 ”Sono un egocentrico che è diventato uno scrittore comunitario, che paradosso!”

 Questo è lo specifico e l’originale nelle nostra esperienze e incontri in comunità provvisorie. Dichiarare e vivere la centralità del nostro “io” solo se coniugato e vissuto con esigenza e pratica comunitaria, inattuale e paradossale. Un “io “ sempre in bilico e nello smarrimento che non cerca neanche “un leggero centro di gravità permanente” ma neanche una “centralità dura ” pregalileiana e antimoderna che si incentra e si interroga sulla “cura di sé , degli altri e delle cose naturali ed artificiali” senza caricare la parola poetica di valori assoluti, identitari ed estetizzanti ma di “meravigliosa inattualità” e sottrae la parola politica all’agonismo retorico e all’atto puramente pratico che ci costringe a “sguazzare nel brodo dell’epoca” anche senza disgusto e rabbia.

 Noi siamo partiti sprovveduti ed esposti per questo viaggio non con la “furbizia-hibris” interessata e reazionaria di Ulisse e , anche senza l’accortezza diffidente ,dubbiosa e sospettosa di Arianna nel perdersi attenta nei labirinti mentali e sociali, abbiamo preso “un filo, e intorno a questo filo, abbiamo messo le nostre cose, per proteggerle dall’incuria della solitudine o dai recinti del mestiere”.

(*) Franco Arminio, poeta-scrittore animatore e fondatore Comunità Provvisorie 

Fonte: Elisir d’Amore  il blog del mio angelo custode Mercuzio - al secolo Prof. Mauro Orlando  

 

“IO SONO UN ANGELO”

come costruirsi in case le ali di angelo1L“La coscienza è uno dei fenomeni più specificamente umani. La si può definire come la capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione. In breve la coscienza è un organo di significato” ….. anche se secondo Peter Wust …”l’incertezza e il rischio vanno insieme….” ..insomma “..si diceva che l’uomo neppure sul letto di morte potrà sapere con esattezza se la sua coscienza fino alla fine lo ha ingannato oppure gli ha fatto realizzare il vero senso.” …..”Ma all’incertezza non è solo legato il rischio: essa ci richiama anche l’umiltà.” (pag 80 – Logoterapia e Analisi Esistenziale V. Frankl)

Ecco fatta questa piccola premessa cerco qui di affrontare il mio “pensiero” sulla coscienza che per me resta quel “se” senza accento di cui parlo spesso.

Tutti sapete ormai che è un po’ di tempo che mi sono posto alla “ricerca”, e per questo mi sono costruito anche una moto del tempo. “Io sono” un bambino serissimo che gioca con la sua moto del tempo, pensando che tutto quello che poteva succedere era guidare la mia moto, ed invece sono ritornato da me stesso, perché sapevo che quello che doveva accadere sarebbe accaduto.

L’umiltà non è stata sempre il mio forte e sono anche consapevole del fatto che alcuni in passato mi hanno chiamato profeta, ed altri guru, eppure ho detto più volte che non sono e non voglio essere niente di tutto questo, se non aumentare le miei capacità d’intuito e percezione che ognuno di noi può sviluppare comprendendo cosa è la coscienza.

Spesse volte come miliardi di persone che vivono il pianeta terra, mi sono ritrovato a fare i conti con questa cosa che è presente all’interno ed all’esterno di noi, e dall’esperienza motociclistica che ho fatto in questi anni ho compreso che ci possiamo solo andare incontro, anche se non sappiamo cos’è!.

E, così ho compreso anche che la mia vita è un’illusione, e ora lo percepisco in maniera ancora più chiara. Ho cercato di praticare un sogno, e così ho compreso che tutta la mia vita è un sogno.

Praticare il sogno quindi oggi è un po testimoniare la mia esperienza. Quello “io sono” con tutto ciò che accade da “se”: desideri, emozioni, pensieri, rabbia, amori. Oggi però so che tutto ciò è un pensiero, e che quando questi vengono presi in considerazione, come se fossero nostri, e non gli stessi di miliardi di persone e quindi di una coscienza collettiva, direi: “comunitaria”, ci affanniamo da soli a testimoniarli, assumendo in questo caso un atteggiamento di arroganza che ci farà scomparire, perché non umili. L’altro giorno sono rimasto meravigliato di come milioni di uomini hanno avuto da piccoli lo stesso sogno: fare il pilota di aereo. Il volare negli spazi infiniti è l’aspirazione massima dell’uomo.

E così ho provato anch’io a staccare dalla mia mente i pensieri facendoli semplicemente testimoniare al mio clown, andando così oltre il mio “io sono”. Sono riuscito cosi ad affidare in alcuni casi la stessa rabbia, l’emozione o i miei desideri o miei amori ad altri oltre noi stessi o “se” (congiunzione) verificando che questi, nel momento in cui venivano così “testimoniati” scomparivano. Questa sensazione credo di non averla esperienziata da solo e aspetto in proposito delle “testimonianze”.

Insomma la mia mente “ordinata” (all’io sono) tendeva a giudicare buono o cattivo e agiva di conseguenza, la stessa rabbia cosi testimoniata produceva conflitto. Invece, se la rabbia la facevo testimoniare andando oltre quello che “io sono” oltre in mio “sé” (con l’accento), attraverso un soggetto altro dall’io sono che cerca di congiungersi ad un “se” (senza accento) come nel caso del mio clown essa si trasformava e/o scompariva del tutto.

Questo processo è condiviso anche nella esperienza di Viktor Frankl attraverso la “dereflessione” e “l’intenzione paradossa”. Questa esperienza è antica quando il mondo. Anche nel sonno profondo si riproduce uno stato di non testimonianza, niente in cui si è coinvolti attraverso le sovrastrutture dello “io sono” o “sé” (con l’accento) perché nel sonno profondo non si concettualizza con il pensiero, ma semplicemente attraverso la coscienza, che non come sappiamo, non ci appartiene.

Nella sostanza i sogni avvengono in una fase particolare del sonno, in cui viviamo direttamente in coscienza, cioè in assenza totale dello “io sono”.  In questo momento c’è libertà e quindi lo stesso sogno diventa riparatore aiutato dalla coscienza universale in cui non esiste più il  bene e il male, ma tutto è meraviglioso è perfetto così com’è. Insomma quando il testimoniare avviene attraverso uno stato di grazia vuoi che esso sia sonno profondo o percezione e/o intuizione e “testimonianza” del nostro clown, il risultato non cambia.

Da qui alcuni anni fa partì anche la ricerca che abbiamo realizzato con un gruppo di amici sul significato “scientifico” o meglio sull’antico significato nelle diverse culture, come ad esempio dei SUFI, dei movimenti oculari (fase REM). Ora ho il piacere di comunicarvi che attraverso il link FORMAZIONEPER.IT potete scarica il libro di Sidney Salomon Journò “P.E.R. verso l’Arte di Meditazione Empatica”, che resta il frutto (ancora inedito) della ricerca effettuata a Roma da più di duecento amici e volontari che per oltre tre anni si sono incontrati e confrontati in questa bellissima esperienza di ricerca, ed alla quale ho avuto l’onore ed il piacere di partecipare, per IL LIBERO APPREZZAMENTO…

scarica da qui il MANUALE P.E.R. verso l’Arte di Meditazione Empatica

Nella sostanza nel sogno cosa avviene? Nel sogno scompare “io sono”, la coscienza ci da la possibilità di mettere in pratica tutte le nostre paure e desideri, anche se i problemi non hanno bisogno di soluzioni ma più di “dissoluzioni” perché non c’è, non esiste, la soluzione ad un problema o quel problema, in quanto essi non esistono perché anche loro sono solo pura illusione (“false credenze”) che è niente di più che proiezione dell’io sono, ed è solo quando comprendiamo ciò (quando ci vuole? 1/25 di secondo: un nanosecondo, per l’appunto) a quel punto gli stessi scompaiono, nella quiete.

Quindi la coscienza è “quiete” (la disciplina della serenità del clown o la cosiddetta neutralità) che ci fa comprendere come è possibile, attraverso il semplice “testimoniare” un emozione, un desiderio, nel sogno o anche in quella che noi chiamiamo realtà – perché essa stessa sogno – si può praticare; un processo che lo stesso Viktor Frankl chiama “riumanizzazione” o Heidegger “cura autentica” (o “cura inautentica” quando affidamo-deleghiamo agli altri ciò).

“Dobbiamo chiederci se non sia tempo di considerare l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni, non solo in profondità ma anche in altezza; e di spingerci pertanto ad un livello superiore non solo a quello fisico, ma anche a quello psichico, per entrare nel campo della spiritualità, di cui ben poco finora si è occupata la psicoterapia.” (V. Frankl)

La stessa scuola viennese di Carl Gustav Jung si pose questo problema e da un modello bipolare arriva a definire un modello in funzioni pischiche quadripolare: “il pensiero, il sentimento, la sensazione e l’intuizione. Così si avvia l’esperienza fenomenologica. È l’orientamento della coscienza dunque, il suo intenzionarsi, che viene classificato, e non un banale coacervo di caratteristiche individuali.

Ora mi sono anch’io chiesto come Heisemberg: “Se cerchi la soluzione crei il problema.” e come molti scienziati, come patafisico ho studiato quale poteva essere lo strumento migliore per la mia ricerca ed in effetti ho scoperto che l’unico strumento utile era una moto del tempo, attraverso un viaggio nel tempo all’incontrario: ”la Persona”, “l’Ombra”, “l’Animus o l’Anima” e “il sé” o meglio quel “se” senza accento, nella mia eccezione di “congiunzione”.

Ma “chi” cerca “che cosa”? Se “io sono” ma “non sono” “non esisto”. Al massimo sono pura energia  che vibra nello spazio tempo e collassa, ma pare che pure lo spazio tempo non esiste e allora come faccio a vivere? E poi “che cosa” (?)… vado a cercare; a cosa potrà somigliare la “coscienza” per paragonarla a qualcosa di conosciuto se non la conosco, e quindi anche questa idea era destinata a collassare.

 A quel punto mi sono chiesto: “ma senza il sostegno dello “io sono” e del “sé” (in questo caso con l’accento) e andando verso quel “se” (senza accento) la mia ricerca collassa nel niente. Un puro silenzio in cui non c’è neppure un cercatore. Non c’è niente di niente da cercare e da ricercare. Ora più andavo avanti in questi ragionamenti o meglio “esperienze” e più mi rendevo conto che non mi portavano da nessuna parte, e cosi dovevo continuare a fare l’esperienza perché se la cerco con la ragione e l’intelletto non trovo un bel niente, trovo vuoto assoluto (in effetti l’avevo già trovata! sic) ed avevo compreso cosi che la coscienza non mi appartiene, ci posso solo accedere “congiungermi” ad essa.

A quel punto di abbandono totale ho perso tutto il mio “io sono” ed il mio “sé”, il pensiero, o meglio il ”ragionare” non si è più testimoniato nella mia smania di ricercare qualcosa, ed a quel punto meraviglia delle meraviglia, tutto è scomparso e …. così, mi sono ricordato che nel campo della fisica classica molti scienziati hanno cercato prima di dominare le forze, poi di dare forma alla materia,……ma poi se scendevano a livello atomico si accorgevano che il mondo è impercettibile, se poi lo andavano ad osservare a livello di spazio-temporale non esisteva più.

Ma allora il mondo è più che pensiero “logos”, è un “intuizione” (concetto), è essenza “spirito” ed io sono uno con il tutto? Uno Specchio! E’ a questo punto che mi sono detto ma, forse sono sulla strada giusta devo diventare anch’io uno “scienziato dello spirito” e grazie alle mie ricerche “patafisiche” (e che fisico!sic) sono approdato alla (mia) coscienza.

Ho scoperto che essa, non può essere un entità solida, come l’avevo immaginata prima, ne tanto gassosa come l’atmosfera, come il vapore che circonda la terra quella contiene solo tutte l’essenze delle vittime. E, quindi devo andare al di la del consciuto perchè non la potrei mai riconoscere attraverso i miei cinque sensi, o addirittura il “sapere”. Questo è il compito che ci viene affidato quando nasciamo (mi sono chiesto)  e quindi ho dovuto e devo (ancora) perfezionarne un altro senso, anzi no altri sensi come: intuito e percezione.

E, cosi mi sono convinto che quel qual cosa che stavo cercando non è per nulla una cosa, ma andando a fondo attraverso una ricerca di famosi scienziatissimi più di me, (come il mio micissimo Renato Plamieri) ho scoperto che tutto ciò che c’è è una totalità, una unicità, UNIGRAVITAZIONALMENTE parlando che non tollera divisioni-separazioni e che è: “tutto, è ora”!

Caspita mi sono detto ma anche per il clown un secondo o mille anni è la stessa cosa!

Quindi il mio clown è pura coscienza è assenza di maschere dell’io sono o meglio tende a collegarsi come “uomo intero” a questo “tutto, è ora” che è la totalità della coscienza che governa tutte le cose, ma allora questo è il meglio per me!…nel senso che noi siamo cio’ che vogliamo e pensiamo di essere. .

E, cosi mi sono messo a studiare le diverse esperienze mistiche e religiose comprendendo che per le più grandi tradizioni spirituali non c’è nessuna differenza tra una pietra, l’acqua, le piante, gli animali e l’uomo. La coscienza è quindi vivere secondo la nostra natura di uomo o donna, considerando che tutto ciò che ci accade non è per nulla a caso!

Ecco ora “io sono” più cosciente anche di questo mio “se” che cerca di andare verso, il non pensare, ma “intuire e percepire” attraverso il mio corpo che non è separato dalla mia anima, che è collegato al tutto attraverso l’intuito e la percezione che sono i sensi che l’uomo aveva e che si è perso “materializzandosi” in modello di “essere-società” e non più “comunità” e che dovrà sviluppare meglio nel nuovo millennio, fuori da ogni dogma. Nel senso che la ricerca stessa di “DIO” , dovra essere una ricerca dentro e non fuori. Una ricerca di un “DIO” personale, come suggerito in passato nel suo “DIARIO” da Etty Hellisum.

Il clown è certamente un passaggio, una fase di un percorso, una presa di coscienza di come riconoscere nell’esperienza del paradosso, nel suo “testimoniare”, la possibilità di riconoscersi esso stesso “co-scienza”, e quindi “IO SONO” parte del tutto, e come ognuno di noi: “IO SONO UN ANGELO”.

E, adesso seguendo le istruzioni (dopo la moto del tempo ) prova anche a tu a ri-costruirti di nuovo le ali……riciclando tutti i tuoi rifiuti….

come costruirsi in case le ali di angelo1LNanos

(post, scritto nel 2010 e ripubblicato, alle soglie di una fine di un mondo 12/12/2012)

IL MEGLIO PER ME!

1 Cronaca di un viaggio:

sono partito da Salerno in treno la mattina del 1° dicembre e arrivato a Como nel pomeriggio alle 16,00. Ad aspettarmi alla stazione di Como c’era il mio carissimo amico Alberto Terzi, che ha curato la prefazione al nostro piccolo manuale “mettiamoci in cerchio”.

Alle 18,00 circa abbiamo iniziato la presentazione, non formale, chiedendo ai partecipanti di “mettersi in cerchio”. E, così abbiamo parlato con il cuore. A conclusione del “cerchio” abbiamo fatto un giro per Como. Per la notte sono stato ospite a casa di Bruno amico di Alberto. Lui è molto magico, è da poco in pensione, dopo aver girato il mondo. Lavorava in famoso club vacanze. Mi ha raccontato viaggi fantastici. L’impegno è quello di ritornare, per provare anche a Como ad andare “alla ricerca di clown…..ma se trovo qualcos’altro va bene lo stesso!”.

L’indomani mattina sono ripartito per Desenzano sul Garda, dove mi aspettavano per il lunedì mattina, Mercuzio & Edda. Non potevo non fare una sosta intermedia a casa del mio carissimo e vecchio amico Giampy a Cassano D’Adda. La mattina di lunedi, come in programma, sono ripartito sempre in treno per il lago di Garda.

Ad aspettarmi alla stazione il mio angelo custode Mercuzio. Caricata la valigia nella sua auto…ops sulle sue ali, siamo giunti nella sua casa per l’ora di pranzo, dopo un aperitivo al mitico Bar Bosio. La sua dimora è come un nido e li ci aspettava la sua Edda, CHE MI HA FATTO INCONTRARE IL POETA, abitava li vicino. Il “VATE”, era molto amico del padre di Edda: Ettore Canali che gli ha costruito nel Vittoriale lo “SFINIMONDO”. Per poi finire in una “piazza di Brescia” dove c’è una “loggia” illumminata solo a metà.

Il giorno in compagnia del mio angelo Mercuzio sono andato al Bar Bosio sulle sponde del Lago di Garda dove ho incontrato i suoi “mitici” amici della Comunità: “SOGGETTI SMARRITI”. Una scia di ricordi profumati lunga quando un treno guidato da un temerario macchinista ferroviere (Vito Mosca), che per un pò a tentato di metterci le ali, prestate dal mio angelo Mercuzio, per far volare la sua “locomotiva”. E, così lui mi ha detto: ”devi tornare!… dobbiamo fare un grande cerchio a luglio dell’anno prossimo qui sul lago di Garda”. Tornerò…!…. gli ho risposto felice dell’invito, stanne certo,… tanto adesso ho imparato la via. E, con tutti i “SOGGETTI SMARRITI” il 5 dicembre, a casa del micissimo Nino (Simone Saglia), ci siamo “MESSI IN CERCHIO”.

Nino mi ha fatto dono del suo miglior ricordo, un libro bellissimo “Come l’aria nella luce” dove ci racconta il suo amore per Dada (sua moglie, morta alcuni anni fa).

12Era la sua principessa con tanto di castello! ……In questo viaggio ho ascoltato diverse storie d’amore, di quelle che trovi e che puoi raccogliere come fiori appena sboccciati per le vie del cuore; i sentieri a volte sconnessi dell’animo umano e del cuore, che ho visto dopo anche sulle sponde del lago di Urbino. E, dopo aver fatto un giro in barca in compagnia di mio figlio Andrea, tra….fumi addensati come pilastri e ….immaginifici . . . fuochi fauti, sono rimasto incatanto dalle scie di luce che lasciavano nell’aria.

Andrea mi ha detto che i “fuochi fauti” che abbiamo visto lì, stanno costruendo un ponte che arriverà fino al castello del Duca . . . e così, liberare la principessa, che resta ancora prigioniera del suo incantesimo. Perchè l’amore non domina, ma forma, e questo è più!

E, così ci siamo rimessi in cerchio con i suoi amici d’arte e bellezza, sempre un pò “FUORITEMA”, mentre fiocchi di neve cadevano come stelle di luce dal cielo.

La sorpresa è stata all’uscita appena riacceso il telefonino, un bip mi annunciava un messaggio. Era un email dell’editore La Meridiana che mi informava del fatto che una rivista online   “APPUNTI200″ aveva pubblicato una recensione del libro:

“Mettiamoci in cerchio”,

Journò S., Maddaloni E., 

La Meridiana, Molfetta 2012, pp. 54 euro 13.50.

Il libro, ispirato dalle fonti più autorevoli dei nativi americani,

intende sottolineare la valenza del mettersi in

cerchio; mettersi sullo stesso piano, potersi vedere negli

occhi, poter intervenire superando le asimmetrie che

una cattedra o un appostamento unidirezionale comportano.

Da qui, l’importanza per gli autori di adattare

il Cerchio nella progettazione sociale al fine di introdurre

una modalità che facilita la pratica quotidiana della democrazia

Fonte: http://www.grusol.it/appunti/a200.asp

BELLO!

Ora mi chiederete quante persone hanno partecipato ai tre cerchi?

Beh!… ultimamente mi diletto a mettere insieme piccole cose che contano.

Come la creazione di spazi bianchi dove è possibile “fare vuoto”, o come una tela di artista tagliata solo per far venire fuori le ombre e permettere così a ciò che sta sul fondo di emergere e riscriverlo con una luce diversa.

E, così riflettevo sul fatto che nell’era della tecnologia informatica, dove basta un tasto per “cancellare”, riusciamo a spazzare via ogni cosa che non ci piace. Anche se a volte un sorriso o meglio “sorriderci sopra” come ad un torto ricevuto, potrebbe essere il meglio per noi, ed essere grati a chi ce l’ha fatto; perché in fondo ci ha insegnato qualcosa di noi. E, così essergli grato!

In questo senso raggiungere l’armonia, semplificando la vita.

Fino a che punto? Emozionarsi! Comprendere cosi come ci sentiamo, adesso; cos’è il meglio per te! Per me è: mi voglio bene!… Ancora meglio se lo possiamo scrivere a lettere maiuscole “TI VOGLIO BENE!” (sempre e comunque); E, così anch’io mi sono reso conto che alla fine i ricordi sono le uniche cose che contano nella vita.

Per questo custodirò gelosamente, e per sempre, nella mia “biblioteca dell’anima”, il(i) ricordo(i) di tutte le persone che si sono sedute nel “cerchio” e delle loro (mie) storie d’amore.

Grazie di cuore a tutti, Nanos

 

Io sono qui con te,

perché non ho più rifugio,

dove nascondere me stesso.

Io sono qui seduto con te,

in questo cerchio infinito della vita,

per guardarti negli occhi e nel cuore,

senza più fuggire ai miei segreti,

alle mie paure.

Non più timoroso di essere riconosciuto,

perché altrimenti non mi riconoscerei.

Solo punti in comune posso trovare,

specchiandomi con te.

Nel qui ed ora dell’insieme mi manifesto,

 non come il mostro dei miei sogni,

né come Nano e Clown,

di infinite storie immaginifiche,

ma come uomo intero, parte di un tutto.

Adesso voglio essere albero,

per mettere radici con te in questa terra arida,

e crescere, non più soli, come nella paura e nella morte,

ma vivo

a me stesso e agli altri, per allungare,

le mie braccia al cielo,

e raccogliere, come fiori in un prato,

le stelle.

Il viaggio

Mio padre che faceva l’autista di camion mi diceva sempre: “a me piace viaggiare perché cosi apro e scopro nuove strade, per amare, per capire, per conoscere.”

Beh! Un giorno mi sono chiesto: “…e allora inizio a viaggiare anch’io”. E, così mi sono costruito una moto del tempo.

Ho viaggiato tanto fino a stancarmi a non poterne più, e molto più di lui. Ho percorso strade nel mare, nella terra e nei cieli della creazione. Ho superato ponti di traverso, da sotto e da sopra. Ho viaggiato con il corpo e con la mente; nei libri e nei secoli passati del futuro; nella arti e nelle opere di chi come me con un naso rosso prova a riabbracciare un mondo sconosciuto e che non gli somiglia più a quello lasciato andare.

E, così ho compreso meglio me stesso quando in questo viaggio ho incontrato altre persone, diverse da me. E, così strane: basse, pelose, grasse, brutte, bellissime, lunghissime, con i capelli bianchi già in giovane età, come se nascessero già saggi ma stanchi di vivere, e crescendo diventano piccoli e vispi bambini; con pazienza? Si, ma anche con sincerità, umiltà e certezze in più alle mie, che sono nato con un ciuffo di capelli biondi e mi sono voluto bene così in tarda età, senza più capelli in testa.

Ho raccontato loro le mie storie fantastiche e fatto loro magie gentili. E sempre a chiedermi: chi sono?

Me stesso, o me medesimo, quando sono li e non sono qui chi sono un altro o anche io? E quando sono là, come vedo le cose che prima vedevo di qua? Allora posso essere quello che voglio o immagino di essere? Ma si certo deve essere cosi , tutto dipende dal luogo, dal posto che mi avranno assegnato, in prima fila, o in platea o in galleria, o direttamente sul palco? E, se non avessi nessun posto dove stare (?), chi sarei io dove sono per essere chi sono?

Anche se a volte mi sale il dubbio se sono già dove sono. E se sono già dove sono, e sono io, credo e penso che io sono ovunque! Ed ero anche prima così, quando stavo lì, come adesso sto quì?

Certo tutti quelli che mi hanno incontrato e mi hanno creduto devono essere un po’ matti! Sono diventati anche loro quello che erano e quello che saranno! Ma, no perchè se io sono diventato un po’ come loro, allora vuol dire che anche loro sono un pò come me? La cosa è sempre più chiara, tutto si muove in questo viaggio meraviglioso che è la vita, anche se mi accorgo proprio adesso che mi sento più vivo di essere già morto da un pezzo per quello che io sono.

Come i dubbi di prima mi chiedo così, ora, se quando mi fermo sono sempre io fermo o sono io che mi muovo, come il fiume nel suo letto, chi scorre? E, già… se la terra gira è il fiume deve essere il fiume che sta fermo, e solo l’acqua che scorre!

Beh! Adesso mi devo fermare, a riposare un po’, devo assolutamente rifocillare la stanchezza di questo lungo viaggio, con una bella mangiata e dormita. Ops, si proprio qui (?) …c’è una taverna….!

Entro, mi tolgo il casco, i guanti e il cappello senza far cadere gli occhiali, stavolta sono stato più attento che già ne ho rotti parecchi. Mi siedo al primo tavolo che trovo libero. La taverna è molto intima, la luce è calda al punto giusto, al fuoco di un cammino, enorme, un omaccione grande e grosso con un vestito da cuoco nero mette sugli spiedi pezzi di carne e verdure. Un cameriere un po’ buffo, altop, grasso, senza un filo di capelli, con la sua giacca e pantaloni neri, un paio di scarpe enormi nere e bianche larghissime avanti e strette dietro, e piatti,  mi porta  tutto insieme a lui anche, le posate e due bicchieri e un fiume d’acqua in una caraffa con dentro sabbia, conchiglie e un polipo aggrappato al vetro. Uno dei bicchieri deve essere per l’acqua, anche se penso tra me e me a come potrò berla, e l’altro per il vino. Poi posa un libricino con una copertina elegante, di pelle nere un po’ raggrinzita e sbiadita dalla vecchiaia, con una scritta sopra, in una lingua sconosciuta, una parola strana, ma sì, - penso – “…deve essere il menù!”

Lo apro e scelgo a caso le pietanze: una cosa è certa, si la  conosco, è il vino!  Il cameriere lo va aprendere per primo, me lo porta in una bottiglia dalla forma strana e me lo versa in un bicchiere senza fondo invitandomi a brindare con lui: “mai fine!”

E così attira la mia attenzione, su questo invito al brindisi e sulla sua bontà: ”si certo va bene…..”  - gli dico subito – “.. è un vino divino, affettuoso ed amorevole…… e già mi inebria la mente e gli occhi di una conoscenza, sconosciuta!”.

“E, sì…” – mi risponde il cameriere – “… lei è arrivato nella – taverna dell’antico amore!”.

“Caspita…!” –  penso subito -  “… devo essere proprio fortunato per riempire subito il mio cuore con un rosso e antico amore!”

Tra me e me senza sapere, penso: “Una taverna cosi antica, famosa pure dalle mie parti, per trovarla così  per caso, lontana da casa, devo essere proprio fortunato! Un po’ come la rondine che trova il suo nido. O come la natura che non somiglia mai a ciò che esiste, dove stai cercando, ma sempre altrove. Un po’ forse come la mia casa, alla quale manca ancora il posto dove stare. Eppure l’ho trovata adesso, posso riconoscermi, io sono nel nido della mia anima.”

Clown Nanosecondo

L’ora di andare

Sospeso al soffio del cuore,

reggo questo filo che mi lega.

Viscere attorcigliate mi trattengono,

giù fino a non riuscire a volare.

Ah, come in mare,

la mia onda cresce e sala,

occhi che si chiudono.

Granelli di tempo,

aspettano a costruire, un castello.

Pali conficcati al terreno,

mentre un raggio di sole li attraversa.

Ombre lunghe a perdersi dietro la mia,

mentre nuvole rosa mi dicono da lontano,

l’ora di andare.

“cuore di neve”

      E, se pure facesse la neve sarei li con …..

il mio cuore di neve ….a riscardarlo……

“NOI E L’INFINITO” di Vittorio Marchi

“Scopri la coscienza del mondo……..”

“Sappi che il mondo intero è uno specchio,

in ogni atomo vi sono cento soli fiammeggianti.

Se tu spezzi il cuore d’una singola goccia d’acqua,

ne emergono cento puri oceani.

Se esamini ogni granello di polvere vi si possono scoprire mille Adami…

In un granello di miglio si cela un universo;

tutto è raccolto nel punto presente…

Da ogni punto di questo cerchio,

vengon tratte migliaia di forme.

Ogni punto, nella sua rotazione in cerchio

È ora un cerchio, ora una circonferenza che gira”.

Mahmûd Shabestarî Galshan-e Râz – Poeta Sufi del XIII secolo

Nota Bibliografica:

Le immagini nella poesia mistica non costituiscono un insieme di traslati, ma il lato sensibile della visione stessa. Sono come veli trasparenti sulle sfere dello spirito. L’esperienza diventa immagine diretta, senza un rapporto di somiglianza o per metafora, per cui la lettura è immediata non appena le parole sono sfiorate. Ciò vuol dire entrare in uno stato. Le parole sono frutto dello stato interno, sono l’immagine della cosa in sé. Le figure, i simboli sono costruiti all’interno di una tradizione. La tradizione è infusa di misticismo – è il misticismo stesso – per cui la forza e l’intensità delle parole e dell’evocazione sono tutt’uno con ciò che dicono e ciò che evocano. Naturalmente, le figure e i simboli avranno un senso particolare perché coniati all’interno di un insieme di simboli corrispondenti tra loro (si pensi al vino, al coppiere, alla coppa, ecc., contenuti in tanta poesia mistica). Ma per ciò che concerne l’essenza, questa resta indipendente dai contesti storici, dai luoghi e dalle stesse trasformazioni linguistiche. Quando un sistema è organizzato secondo precisi simboli, quel sistema costituisce una scuola. La tradizione è la via è l’insegnamento. La potenza, il ritmo e la simmetria nella poesia danno vita ad un movimento che va dall’esterno verso l’interno portando al raccoglimento e alla visione. Tutto è in un punto e in quel punto è tutto. Il ritmo incanta l’essere, la simmetria pareggia gli opposti, la sostanza sottomette la forma. Così lo sguardo del mistico penetra il flusso delle cose, lo accoglie e vede nelle cose se stesso.

curata da dott. Aldo Strisciullo

Fonti:

http://www.riflessioni.it/sufismo/poesia-mistica.htm

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“SINTOMI DEL RISVEGLIO…….”

“Ognuno di noi controbilancia migliaia di persone ancora fuori sintonia,
e se pure non se ne rende conto è in realtà la punta di diamante di questa creazione”

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“MESSAGGI D’ACQUA” di Masaru Emoto

Perchè? Ma siamo fatti tutti della stessa sostanza……

 

Consiglio di visionare (link correlati):

“NOI E L’INIFINITO” di Vittorio Marchi

http://clownanosecondo.wordpress.com/2012/10/28/3139/

“SINTOMI DEL RISVEGLIO….”

http://clownanosecondo.wordpress.com/2012/10/28/i-sintomi-del-risveglio/

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“METTIAMOCI IN CERCHIO” …un grande onore!

Sul n. 373 del 20/10/2012 di “CALABRIA ECCLESIA 2000″

http://www.calabriaecclesia2000.it/

è stato recensito il piccolo manuale dal grande cuore  “METTIAMOCI IN CERCHIO“ Edizioni La Meridiana scritto a quattro mani con il mio fraterno amico Sidney Journò.

Fonte:

http://www.calabriaecclesia2000.it/cgi-bin/magazine/intranet.pl?_cgifunction=form&_layout=articoli_home&keyval=articoli.articoli_id=20113

….. è un grande onore ed esprimo tutta la mia gratitudine a tutte le persone che fino ad oggi si sono seduti con me, con noi, nel cerchio.

 

METTIAMOCI IN CERCHIO

Diciamolo pure. Pensiamo un po’ tutti che in ogni evento  vi sia chi ha ragione e chi ha torto.

Ci meravigliamo che le differenze producano equivoci,  ambiguità, distorsioni nella comunicazione e conseguentemente conflitti.
Il conflitto, invece, è indicatore di movimento, di emozione, in poche parole di vita.
Senza dubbio esistono conflitti inutili, e in effetti molti dei litigi fanno parte di questa categoria, ma dovremmo ridare cittadinanza ai conflitti, come occasioni di chiarimento, cura delle relazioni, scoperta di nuovi lati di noi stessi e degli altri.

Perché non pensare a una gestione creativa dei conflitti? E cosa c’è di meglio del Cerchio per affrontare un conflitto?

La figura geometrica del Cerchio ha in questa fase epocale la possibilità di entrare con più forza nella vita quotidiana: nella progettazione urbanistica, nel disegno degli spazi pubblici, nell’arredamento dei luoghi d’incontro e nel design di prodotti e oggetti.

Mettersi a Cerchio significa mettersi sullo stesso piano, potersi vedere negli occhi, essere più partecipi dell’evento, intervenire superando le asimmetrie che una cattedra o una geometria unidirezionale
comportano.

Insomma, il Cerchio nella progettazione sociale facilita la pratica della democrazia.

Questo libro rappresenta un contributo prezioso e concreto nella riprogettazione degli spazi
relazionali. È ispirato dalle fonti più autorevoli dei nativi americani secondo le quali la via del Cerchio è la via del cuore. Esserne pienamente consapevoli rende possibile creare un’armonia tra il battito del nostro cuore, il nostro cervello e il ritmo vitale della Terra.

Quando ci ritroviamo insieme in un Cerchio ci sentiamo nel posto giusto e in armonia con la nostra natura. (Manitonquat)

Ho il piacere di annunciarvi un “lieto evento” con l’aiuto anche della mamma di Socrate che faceva l’ostetrica, abbiamo partorito con l’aiuto del nostro amicissimo Alberto Terzi di Como e Sidney Journò di Roma con La Meridiana Edizioni il libro:

“METTIAMOCI IN CERCHIO” a cura di Sidney Journò & Enzo Maddaloni
Manuale per favorire il dialogo e la democrazia nei gruppi

Lo so vi strapperete i capelli e sarete pronti a fare la fila davanti alla vostra libreria per acquistarlo, state tranquilli/e prevediamo la ristampa ad un milione di copie vendute…..uaooo!!!

Da ieri sul sito della casa editrice LA MERIDIANA è attiva la pagina dedicata al nostro libro Mettiamoci in cerchio http://www.lameridiana.it/SchedeDettaglio/DettaglioPubblicazione/tabid/61/Default.aspx?isbn=9788861531482

La casa editrice ci ha fatto sapere, come fanno da qualche tempo, che: “…..lanciamo i libri novità offrendo la possibilità di acquistarli per le prime due settimane con il 15% di sconto sul prezzo di copertina che è di Euro 13,50 (spese di spedizione escluse); inoltre abbiamo attivato un piccolo assaggio di lettura sfogliabile (lo trovate cliccando qui)http://issuu.com/meridiana/docs/mettiamoci_in_cerchio

Sono e credo possiamo essere grati a Manitonquant per i suoi insegnamenti.

Questo è un lavoro corale frutto più di un esperienza personale, di un viaggio lunghissimo per me durato oltre una vita…..insieme a tanti amici ed amiche.

Questa è solo un’ulteriore tappa per ripartire dal …. cerchio, la via della bellezza.

Sono grato a tutte le persone che ho incontrato in questi anni della mia vita e che mi hanno insegnato un sacco di cose.

Sono grato alle persone che si sono sedute con me nei cerchi e negli incontri clown….per prenderci cura insieme di noi stessi.

Sono grato in particolare ad alcuni/e di essi/e che mi hanno messo a dura prova…sono grato a quanti di loro oggi sono clown e clownesse “dottori” (sociali) e si stanno prendendo anche loro cura di se stessi e di noi tutti.

Ecco si sono grato oggi a tutti voi amici ed amiche vicini/e e lontani/e
e vi porterò sempre nel cuore custodendo nella mia “biblioteca dell’anima” tutte le cose che non ho potuto scrivere in questo libro e che potrete solo conoscere anche voi praticando si praticando la via del cerchio, la via della bellezza.

E poi mettersi in cerchio per raccontarsi la “FIABA DELLA NOSTRA VITA” fa bene alla salute:

LA BIBLIOTECA DELL’ANIMA FA BENE ALLA SALUTE”

http://clownanosecondo.wordpress.com/2009/09/25/la-biblioteca-dellanima-fa-bene-alla-salute/

Aho! Grazie di Cuore, Enzo

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IL CLOWN PERSONA dell’ORIGINE

Il clown va a cercare nel corpo un suono ed un gesto della precivilizzazione. Così il clown si mette un altra faccia per prendere le distanze da se stesso e ritornare a se stesso, come persona. Rende coscientemente ragionevole l’irrazionale e ragionevol’irrazionale. Il clown ha coscienza di come guarda abitando gli occhi, il tono degli occhi fanno la differenza per essere clown.

Egli cosi può esplorare un luogo qualsiasi e trasformarlo in luogo straordinario meraviglioso piacevole anche se si tratta di un luogo triste come un ospedale.  Egli fa entrare cosi dentro questo luogo attraverso lo sguardo dei suoi occhi che diventa il suo mondo. Un mondo che non esiste  ricreandolo.

Egli cosi lascia fuori la porta le sensazioni tristi e se pure le ha, le vive, le testimonia, con occhi nuovi. Egli va in un luogo cosi piacevole meravigliosamente e straordinariamente piacevole e cosi può incontrare l’altro.

Il clown cosi resta trasparente e privo dai condizionamenti della “civilizzazione”. Come un primitivo (come un bambino) vede un autorità senza paura  la imita, ne fa una caricatura di se stesso, a specchio. Egli è così,  non l’altro. Il clown cosi coglie, lascia, la purezza del bambino divino e supera il suo limite con l’altro.

Il clown come specchio dell’animo umano.

“Un personaggio ha dei conflitti, delle passioni, una storia: al contrario, la maschera neutra (il clown) è in uno stato di equilibrio e di economia dei  movimenti”. (Jacques Lecoq)

La maschera neutra è una maschera intera, che rappresenta un volto umano in uno stato di calma e silenzio, privo di espressione. Si tratta di una maschera referenziale, che serve per facilitare ad eliminare le altre maschere quelle che mettiamo tutti i giorni.

Il naso rosso permette di sentire lo stato di neutralità che precede l’azione: in questo stato di disponibilità, scoperta e recettività allo spazio che lo circonda, egli può guardare, sentire, toccare gli elementi della vita con la freschezza della prima volta.

Il gioco è la cosa più seria per un clown. Il naso rosso lo fa vivere nel presente, non ha memoria e non ha progetti, non ha conflitti: è pura azione, senza alcuna riflessione ma solo intenzioni. Non è più un individuo, ma l’uomo e/o donna interi, non più frammentati e cosi si confronta e supera i suoi limiti, egli diventa il mondo.

Una volta che il clown sente questo stato neutro, il suo corpo sarà disponibile, come una pagina bianca su cui potrà scriversi il dramma a venire.

A differenza di altri personaggi, che recitano una parte per il pubblico, il clown ha un contatto ed un rapporto diretto con il pubblico. Egli vive “con” o “sotto” gli occhi del pubblico. Non si fa il clown davanti ad un pubblico, ma con il pubblico.

Il clown quando entra, anche se non sembra nel senso che non è girato verso il pubblico con i propri occhi, entra in contatto con il pubblico. La sua azione è influenzata dal pubblico. Se il clown non considerasse le reazioni del pubblico si imprigionerebbe da solo. Ogni minima reazione, ogni minimo gesto, una risata, può essere spunto per far partire un’altra azione.

Più che il mondo animale si rifletta in lui , il clown scopre l’animale che è in lui, ed osserva l’effetto che fa diventato animale sul mondo – pubblico.

Il clown fa nel corpo una cosa straordinaria eccezionale e così anche la cosa più semplice, un gesto, un suono, bastano. Come se fosse la prima volta, incarna l’intensità maggiore ed un gesto ordinario si trasforma in straordinario.

Questa semplice comprensione fa la differenza tra clown e l’attore ed è cosi che il clown si “proclama ad alta voce…e nel far risuonare se stesso” ridiventa di nuovo persona dell’origine.

Vi invito a leggere anche il precedente post dal titolo: “Io sono ….persona!”

http://clownanosecondo.wordpress.com/2012/05/23/io-sono-persona/

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“IO SONO…. PERSONA?”

La parola “persona”,…significa in origine “maschera”.

Prendo spunto dalla definizione di persona come definita da San Tommaso  designa la realtà umana, il singolo individuo nella sua interezza.

“Personare” che dal latino significa “risuonare, far risuonare…proclamare ad alta voce” è un nome tratto dalle tragedie e nelle commedie dove gli attori si mettevano una maschera per rappresentare colui che avrebbe cantato o narrato gesta.

Il concetto di persona, in quanto singola, individuo, è estraneo al pensiero greco, che da più importanza e riconosce valore (alla persona) solo come all’universale, all’ideale, all’astratto, e considera l’individuo solo come momentanea fenomizzazione della specie.

Il concetto di persona quindi è una conquista del pensiero cristiano. Per Sant’Agostino ad esempio significa singolo, individuo, non designa più una maschera ma un uomo, un individuo una specie umana.

Io sono un clown non una maschera. In questo senso persona intera, un sussistere individuale nell’ordine dello spirito: “rationals, natura, individua, substantia…..”….”Un individuo che è indistinto in se stesso e distinto dagli altri.” (S. Tommaso)

Rido di me e delle mie parti ombre, che seguono il mio corpo e cosi sono il mondo.

“L’umorismo consiste nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell’arte, una forma del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il sentimento come l’ombra segue il corpo. L’artista ordinario bada al corpo solamente: l’umorista bada al corpo e all’ombra, com’essa ora s’allarghi ed ora s’intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che intanto non la calcola e non se ne cura.”

(tratto da L’umorismo – L. Pirandello)

Qui introduco un’altra riflessione che in quanto persona il clown non è subordinato alla comunità, la quale trova invece proprio nella persona, nel clown, la ragione ultima del suo essere. La comunità infatti si costituisce affinché l’uomo nella libertà cresca e realizzi pienamente se stesso.  In questo senso uno, nessuno, centomila e non più maschera, ma persona che si realizza nella relazione.

Affinché questi “incontri” riescano vi è bisogno di un equilibrio fra limite e superamento del limite, fra protezione e apertura di “se”.

In questo senso il “se” che scrivo sempre è un “se” senza accento, e quindi “congiunzione” un andare verso……abbandonando il “sè” delle maschere che la comunità, la società ci ha dato di mettere. Insomma fra il delimitarsi ed il donarsi “Io sono…” perché riconoscendo i miei confini e i miei limiti, accetto il “fallimento” (uno degli obiettivi del clown è il “fallimento”!) ma è proprio qui che misurati i miei limiti ed i miei confini li posso superare.

Solo in questo caso posso tornare a superarli quando mi avvicino all’altro, lo incontro (specchiandomi), per toccarlo ma senza toccarlo, e forse chi sa in questo incontro sperimentare così un istante di unione, (un nanosecondo o mille anni, per il clown è la stessa cosa) per diventare tutt’uno con l’altro, per vivere l’amore e sorridere di me con lui e il mondo.

In questo senso l’incontro del clown con l’altro accade sempre al confine. Io sono ….io devo camminare e arrivare al mio confine, sino al punto massimo che mi è possibile, per avvicinarmi all’altro. Quando l’incontro riesce, i confini non sono più rigidi e separativi ma diventano fluidi, ed allora che, sul confine e superando il confine, avviene quel diventare uno.

L’incontro, però non è un qualcosa di statico ma un evento pulsante che si accompagna ad un gesto ad un suono ad un espressività emozionale del corpo insomma arricchito dall’esperienza nel qui ed ora, semplicemente e senza altro di più. E’ un esperienza fatta sul confine. C’è un’altra persona (clown) che tengo davanti a me, e gli vado incontro. Li posso essere felice, li proprio sul confine, io sono! E, posso prendere contatto con l’altro e “risuonare, e far risuonare” me in lui e lui in me. Un suono un semplice gesto, e tutto!

“NO! ….NO!…    ……………….   NO!….NO!”

In questo dialogo di risonanze, si propone di accettare un no! Per riscoprire così i propri limiti e ripristinare il senso di fiducia.

Vi invito a leggere anche:

http://clownanosecondo.wordpress.com/2012/05/23/il-clown-persona-dellorigine/

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LA LUMACA APLYSIA … e i suoi conflitti d’amore & biologici

L’amigdala è un centro del sistema limbico del cervello. Il termine deriva dalla parola greca che significa mandorla. Nell’architettura del cervello l’amigdala ha una posizione privilegiata in qualità di sentinella delle emozioni è capace all’occorrenza di “sequestrare” il nostro cervello.

Perché qui parlo dell’amigdala. Be perché è riconosciuto dalla scienza che gli input sensoriali provenienti dall’occhio (ma anche dall’orecchio) viaggiano dapprima diretti al talamo e poi servendosi di un circuito monosinaptico all’amigdala; un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia – il cervello pesante (antico) o pensante.

L’amigdala può reagire con delirio di collera o di paura prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché “l’emozione grezza” viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.

Ma a cosa è legata “un’emozione grezza”? Qualcuno parla di “istinti” altri all’inconscio sarebbe più corretto parlare di “memoria biologica antica” legata ai tessuti con cui è fatto il nostro corpo (e già perché la memoria non è solo contenuta nella nostra mente ma anche nei tessuti del nostro corpo):

Endoderma (ed organi collegati) hanno il loro “relè” nel tronco cerebrale (la parte più antica) del cervello; in caso di tumore si avranno tumori solidi;

Mesoderma (le cellule del gruppo più antico) hanno il loro relè nel cervelletto e (le cellule del gruppo più recente) nel midollo cerebrale; in caso di tumore si avranno tumori solidi nel primo caso e necrosi o buchi nel secondo;

Ectoderma: ha il suo relè nella parte più recente del cervello, la corteccia cerebrale; in caso di tumore si avranno piaghe ulcerose.

L’Istituto Neurologico Mondino di Pavia, recentemente ha dimostrato che una struttura, un nucleo che si trova in profondità nell’encefalo umano, è implicata nei processi decisionali e si attiva in particolare quando l’individuo deve prendere decisioni importanti nella vita, che generano un conflitto. È una struttura anatomica piccola ed evoluzionisticamente antica (che l’uomo ha in comune con i moscerini, le rane e gli uccelli) chiamata subtalamo, grande più o meno come una lenticchia.

“I risultati di questa ricerca – spiega la dottoressa Manuela Fumagalli, ricercatrice presso l’UO di Neurofisiologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico, che ha preso parte allo studio – dimostrano per la prima volta il ruolo del subtalamo nei processi decisionali che generano un conflitto. Tutto ciò, oltre ad essere importante per la comprensione neurofisiologica dei processi decisionali, è rilevante per sviluppare nuovi approcci terapeutici a disturbi come lo shopping compulsivo, il gioco d’azzardo patologico, l’ipersessualità. Così come per studiare più a fondo l’eventuale capacità decisionale in pazienti con ampie lesioni della corteccia cerebrale”.

Qui facciamo un passo indietro l’ontogenetica: l’evoluzione delle singole specie fino a quella umana si trova riproposta nella fase embrionale. Noi conosciamo nello sviluppo embrionale tre differenti foglietti da cui derivano tutti gli organi: l’endoderma (interno), il mesoderma (in mezzo), l’ectoderma (esterno). Ogni cellula dell’organismo ed ogni organo del corpo si può ricondurre per la sua formazione istologica ad uno di questi tre foglietti.

Eric Kandel, premio nobel per la medicina nel 2002, (umanista e successivamente medico e psicanalista), per comprendere meglio il comportamento dell’uomo, la sua mente e i suoi ragionamenti, ha avuto un’intuizione geniale. Come psicanalista si rese conto che la memoria è la colonna portante della vita mentale dell’uomo, come biologo ha intuito che dall’osservazione dei fenomeni in natura, in un contesto filogenetico, avrebbe potuto convergere la distanza che separa la neurofisiologia dalla psicologia.

La difficoltà insormontabile per tutti gli studiosi del “cervello dell’uomo” è sempre stata la complessità di questo organo del corpo, costituito da oltre cento miliardi di cellule, (utilizziamo solo per il 15% pare).

Ora vediamo che fece Kandel al fine di risalire all’origine e analizzare i meccanismi elementari del cervello cercò nel mondo biologico un essere organico più semplice con poche cellule trovandolo nella lumaca di mare Aplysia (ne aveva solo 20.000).

Meraviglia delle meraviglia toccando con degli elettrodi la coda della lumaca, si accorse che la lumaca non solo muoveva i muscoli e ricopriva l’unica branchia, attraverso la quale respirava, ma “costruiva” ogni volta una membrana di pelle nuova. La deduzione dello scienziato fu che la lumaca, se attaccata, reagiva con un aumento di funzione cellulare finalizzata alla costruzione di una membrana per proteggersi. Il suo studio però era mirato solo all’osservazione dei meccanismi della memoria e non si preoccupò all’epoca di verificare cosa succedeva nei meccanismi neuronali della lumaca se sottoposta a continue sollecitazioni con elettrodi in ordine alla costruzione della membrana che copriva la branchia.

Così Kandel concluse che a livello cellulare si verifica un rimodellamento dei neuroni. Le cellule del circuito nervoso stimolato producono dei messaggeri chimici, delle sostanze che raggiungono il nucleo e agiscono direttamente sul DNA.

Il rilievo più eclatante però fu che i neuroni del circuito non solo diventano più recettivi, ma aumentano di numero. Siamo di fronte ad un aumento di cellule e quindi di funzione, dovuto a delle sinapsi tra neuroni, determinate da un evento esterno. Questo processo diventa tanto più stabile e aumenta in crescita, quanto più si ripete nel tempo questo messaggio esterno. Immaginate a quanti milioni di anni la terra ha avuto bisogno per partorire l’uomo?

L’esperimento di Kandel fu poi ripetuto su modelli più complessi, tipo quello dei topi, e i risultati furono confermati. Le osservazioni di questo scienziato portano dunque alla scoperta che le connessioni interneuronali del sistema nervoso di un essere vivente vengono modificate in modo preciso e prevedibile durante l’apprendimento.

E’ semplice arguire che noi siamo il prodotto della nostra storia – cervello antico ed evoluzione della specie (epigenetica) – e in questo modo viene avvalorata la ricerca di Kandel che ha dimostrato che un segnale di attacco ripetuto nel tempo determina un aumento di funzioni e di cellule, fino addirittura a costruire nuove cellule per realizzare una membrana di difesa della branchia.

Claudio Trupiano nel suo bellissimo libro “Grazie dottor Hamer” – Ed. Secondo Natura Edizione – tra l’altro scrive:

“Ad ulteriore conferma della corrispondenza delle due ricerche ritroviamo altre due assonanze importanti:

a) l’attacco inflitto all’improvviso alla lumaca Aplasia con degli elettrodi contiene le stesse caratteristiche del conflitto scoperto da Hamer: inaspettato, acuto e drammatico e vissuto solo da quell’essere organico.

b) mentre Kandel si è limitato ad osservare che, interrotto l’attacco con gli elettrostimolatori, la membrana di pelle che si formava sulla branchia della lumaca si riduceva, il dr. Hamer ha compreso tutti i processi di riduzione per caseificazione o per incapsulamento dell’aumento di massa cellulare, successivi alla risoluzione del conflitto di attacco.

Ribadiamo: quanto sopra rappresenta però solo una minima parte del lavoro del dr. Hamer, che, se sviluppata a livello così riduttivo, ha consentito al prof. Kandel di essere insignito di un Nobel, c’è da auspicare al dr. Hamer il riconoscimento dei prossimi dieci Nobel per la Medicina e la Biologia.

Infatti con la stessa metodica, ma con il supporto della scientificità biologica e delle connessioni tra i foglietti embrionali e la filogenesi evolutiva dell’essere umano, il dr. Hamer ha dimostrato tutta la fisiologia patologica del corpo umano, con un processo analogo per gli organi diretti dal tronco cerebrale e con un processo inverso per quelli diretti dal midollo e dalla corteccia cerebrale.

Ovviamente anche le implicazioni delle due scoperte variano nella loro portata, perché mentre per il prof. Kandel ci si è limitati ad osservare il fenomeno della memoria a breve e a lungo termine, senza dare peso alla formazione della nuova membrana sulla branchia del mollusco, per le scoperte del dr. Hamer le implicazioni sono evidentemente di una portata troppo vasta, sino a demolire tutta l’impalcatura della patologia medica.

E, come la storia insegna nei suoi corsi e ricorsi, forse questo è troppo!”

(brano liberamente tratto da “Grazie dottor Hamer” di Claudio Trupiano.

Oggi la medicina la stessa psicologia dovrebbe fare un salto di unificazione. In parte attraverso la PNEI emozioni – cervello – organo , la biologia totale, la stessa neuro scienza con la scoperta dei neuroni a specchio, l’epigenetica con le ultime scoperte nel campo della biologia di Bruce Lipton e Tian Xu (Nature Gennaio 2010) come pure le ultime ricerche dell’Università di Udine sull’effetto placebo e la memoria biologica, confermerebbe sempre più un approccio integrato delle medicine, aprendo la strada allo straordinario percorso di rivalutazione dell’individuo e della sua componente umana la “psiche” (l’unificazione tra: coscienza, anima e corpo) avendo co-scienza che una cosa sono i conflitti psicologici (controllati dalla mente) ed un’altra i conflitti biologici (che sono al di fuori di questo controllo) perché appartengono alla “memoria evolutiva biologica del nostro corpo” e dei suoi tessuti.

Cosa significa questa cosa? Ma è evidente che i geni propongono, ma è l’ambiente (emozionale) che dispone ed da qui che si può aprire un’affascinante capitolo della nuova frontiera della medicina (epigenetica e conflitti biologici).

Fatta questa premessa mi sembra necessario (in questo senso) fare una riflessione sulle ricerche che negli ultimi anni sono stati fatti dalla Francine Shapiro (EMDR Desensibilizzazione e riabilitazione attraverso i movimenti oculari) e dai suoi collaboratori a mia opinione sono riduttive del perché i movimenti oculari possono aiutare a rimuovere i traumi.

Le ricerche andrebbero integrate sia dal punto di vista della semplice osservazione dei casi trattati, ma anche dai nuovi approcci dei conflitti biologici. Credo che attraverso queste nuove conoscenze si possono riscrivere non solo le nostre memorie “recenti” ma anche i conflitti biologici rappresentati dalle memorie più antiche dei tessuti e quindi la stessa biologia del nostro corpo e le stesse malattie.

Perché come Clown “dottore” scrivo di queste cose? Beh più che clown dottore mi piace definirmi “uomo di medicina” come sostiene Manitonquant (nativo d’america) a cui abbiamo ispirato la nostra comunità di clown scemani & sognatori pratici (Ritorno alla Creazione), un uomo che cerca di prendersi cura di sé.

Si a me a noi clown piace sognare e pensare – come sostiene Pach Adams (richiamato anche nel libro di Claudio Trupiano) – che:…. “la salute si basa sulla felicità”…nella primaria preoccupazione a cui tende : l’individuo e la sua paura”…..” quando Pach Adams sostiene che non è la risata la migliore medicina, (anche se con essa si produco sostanze endogene tese a migliorare la stessa azione terapeutica) ma l’amicizia, l’empatia, che lega il clown al paziente con il sorriso, rinnova la validità del fondamentale bisogno di un paziente, come di ogni essere umano, di non essere lasciato solo: esattamente ciò che Hamer definisce: “lo stato di profugo”…..attraverso il clown (cavallo di Troia) usciranno i clowns (necessari) a conquistare e a dimostrare la valenza dell’individuo nella sua interezza: psiche-organo. Una volta risolto o attenuato lo stato di panico e di paura, l’ulteriore intervento dovrà essere affidato …a medici e terapeutici con le mani calde….. L’incontro con il paziente diventa cosi un incontro tra due persone che collaborano , ciascuno con un suo compito . Un incontro di grande umanità, un valore spesso non considerato da molti medici oggi.” (tratto da “Grazie dottor Hamer” pag 337 -338)

“Caenorhabtitis elegans” è il nome di un verme di un millimetro. Il Biologo R. Horvitiz si interessò a “lui” per capire quando era triste e quando era felice. “Lui” (il verme) si sentiva veramente felice solo dopo aver mangiato. “Il verme” pare che abbia le caratteristiche cellulari primordiali a base di tutta la vita sulla terra: il boccone, l’ingestione, la digestione, l’espulsione, la rilassatezza….io ci aggiungo l’ultimo l’amore, per evitare ogni conflitto.

Ops. dimenticavo che c’entrano i conflitti D’AMORE della lumaca Aplysia con questa cosa dei conflitti biologici?

Beh pare anche dalle ricerche fatte da Kandel la capacita della memoria di coinvolgere modificazioni a livello delle sinapsi, e quindi realizzare nuovi seganvie e siti di contatto dove la comunicazione nervosa passa da un neurone a quello successivo, non sia quella a breve termine e questa modificazione e’ di tipo funzionale, e pare che non restino visibili neppure al microscopio: insomma consiste in cambiamento sterico di proteine implicate nel trasferimento dell’informazione. Per sua natura tale cambiamento e’ effimero, ma invece nella memoria permanente che un emozione come l’amore può dare si ad un cambiamento di forma dei rami piu’ fini dell’arborizzazione del neurone. Questo rimaneggiamento cellulare puo’ essere visibile al microscopio ed e’ duraturo.

“E’ una complessa operazione molecolare che richiede l’intervento del Dna che dirige la costruzione di nuove strutture e l’eliminazione di quelle che non servono, proprio come capita durante lo sviluppo del cervello. Insomma possiamo iniziare a comprendere come l’ambiente esterno, che possiamo creare, interagisca con l’individuo; come il tempo passato entra a far parte di noi e contribuisce a far si’ che ciascuno di noi diventi un individuo unico e irripetibile. Il mondo esterno non fa altro che continuare in maniera sottile e raffinata, e quasi con le stesse modalita’ molecolari, quell’opera di formazione, di rimaneggiamento del cervello iniziatasi nel periodo fetale della nostra esistenza.”

(brano tratto da 06.03.1996 TUTTO SCIENZE di Pier Giorgio Montarolo Universita’ di Torino)

E, pensare che basterebbe così poco per rendere felici e prendersi cura di un sacco di “abitanti” della terra, con tanti e duraturi attimi d’amore!

a cura di Nanos

 

Bibliografia e Fonti:

- Ritorno alla Creazione di Manitonquant;

- Dialogo tra i geni di Ernest Lawerence Rossi

- Grazie Dottor Hamer di Claudio Trupiano;

- EMDR…. di Francine Shapiro;

- Il cervello Antico …http://italiasalute.leonardo.it/;

- Biologia delle Credenze di Bruce Lipton ;

- Intelligenza emotiva e cervello emotivo:

punti di convergenza e implicazioni per la psicoanalisi

di Graeme Taylor, James D.A. Parker, R. Michael Bagby;

- L’intelligenza emotiva di Daniel Goleman;

- Il cervello emotivo (Le Doux 1996) è il sistema dell’elaborazione emozionale che opera indipendentemente ed al di fuori dell’esperienza cosciente ;

- Logoterapia e Analisi esistenziale di V. Frankl;

- Tian XU

http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http%3A%2F%2Finfo.med.yale.edu%2Fgenetics%2Fxu%2F&ei=QWofTeygB47wsgbNlaTjDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCEQ7gEwAA&prev=%2Fsearch%3Fq%3Dtian%2Bxu%26hl%3Dit%26biw%3D999%26bih%3D561%26rlz%3D1R2GPEA_it%26prmd%3Divns

- I Movimenti Oculari e l’antica tradizione SUFI

http://tradizionesacra.blog.tiscali.it/2009/01/06/esercizi_oculari_sufi_1_1958304-shtml/

NOTA  (aggiunta nel 2012): In proposito mi fà piacere annunciarvi la publicazione di una ricerca, frutto di oltre tre anni di lavoro con un gruppo di 200 volontari promossa dal mio fraterno amico Sidney Journò (co-autore con me del piccolo manuale “METTIAMOCI IN CERCHIO” edizioni la meridiana) e racchiusa in un manuale dal titolo: “Processo Esperenziale di Riconoscimento (P.E.R.) – arte di meditazione empatica”. E’ stata una bellissima esperienza che oggi viene divulgata liberamente ed alla quale ho avuto l’onore di partecipare.

QUESTO IL LINK DOVE POTETE SCARICA GRATUITAMENTE IL MANUALE (INEDITO) P.E.R. ARTE DI MEDITAZIONE EMPATICA:

http://www.formazioneper.it/

Il dono? Il tempo!

 

ascea 2013 3 In questo teatro della vita, in uno spazio ed un tempo del dentro e del fuori, ho incontrato oltre 180 ragazze e ragazzi, ed insieme abbiamo provato a guardare il mondo, con gli occhi del clown………… perchè? Ma per cogliere la vera realtà del nostro tempo, occorre rivolgere il nostro sguardo nell’ interiorità di ogni essere umano!

…..e, più che usare parole, ho provato a far usare la forma dei suoni che le parole prendono nel corpo, ed a seconda di questa nuova immagine che si crea di “se”, ho provato a farle imprimere nell’anima delle cose dando loro un nuovo scopo, nel loro accadere. La memoria del nostro corpo ha la facoltà di trattenerle, la testimonianza di esse attraverso la bellezza e l’immaginazione le lasciano andare. E’ così che ogni paura e fragilità, ricrea il mondo che guardiamo….realizzando un nuovo tempo e un nuovo spazio….

…si il dono più bello che il clown ci può fare è il tempo!

19° evento, Ascea Marina (SA) 2013 “Animali e qualità della vita” 

La Legge d’Attrazione

TI DONO IL MIO SILENZIO

“………………………………………………..

Tutte le cose sono colme della mia anima

e tu da loro emergi, colma d’anima mia…..

Tu sei come la notte, taciturna e stellata.

Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice….

………………………………………………………”

(Neruda)

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